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 Anno I n° 1 del 09/06/2005    -   TERZA PAGINA


Zibaldone
Guillaume Musso - L'uomo che credeva di non avere più tempo - Sonzogno Editore
Quando ti appresti a morire la prospettiva della vita cambia, un delicato racconto
Di Concetta Bonini


“...Si rese conto di non essersi mai sentito così vivo come dal momento in cui aveva capito che sarebbe morto presto”: poche semplici parole, una frase buttata quasi casualmente tra le ultime pagine, la sintesi esatta di un intero romanzo. Lo scrittore francese Guillaume Musso sceglie per il suo esordio il tema difficile del senso della morte, o piuttosto del senso della vita.
Nathan è un rampante professionista della New York bene, un giovane figlio di emigranti italiani che con le sue sole forze è arrivato in uno dei più importanti studi legali d'America e non ha mai perso una causa in vita sua. Appartamento elegante su Central Park, due lussuose auto in garage, un milione di dollari appena superato nel conto in banca e tutte le porte spalancate nelle alte sfere. Solo qualche crepa screpola la sua felicità di vetro: un professionale cinismo in una personalità forgiata per arrivare sempre più in alto laddove non si deve dimostrare né chiedere più nulla a nessuno, il rimorso di una madre ignorata per anni solo perché amaro ricordo delle sue umili origini, un divorzio da una moglie che ama ancora perdutamente ma che ha perso a causa della forsennata dedizione al guadagno, la solitudine in migliaia di chilometri di distanza dall'unica figlia di sette anni, il dolore per il piccolo secondogenito morto ad appena tre mesi forse per colpa della sua distrazione. Nel caos dei grattacieli si fa strada l'umanità, la vita, la morte: un angelo custode ritorna dal suo passato e sembra volergli predire una fine imminente, si incunea nelle falde del suo scetticismo, lo convince a vivere bene quel poco che gli resta. E questo vuol dire osservare le insensate apparenze della vita e rendersi conto delle uniche cose che contano: il sorriso sereno di una figlia, l'amore incondizionato di una moglie. La trama in sé è di una semplicità disarmante e il suo sviluppo non è mai invadente, sebbene non sia noiosa ma anzi a tratti persino coinvolgente, anche grazie a qualche colpo di scena. La prosa è semplice, puntellata di descrizioni gradevoli e di immagini vivide. Non a caso il libro ha vinto il primo premio al Festival Internazionale di Cinema e Letteratura di Monaco per il romanzo “più adattabile per lo schermo”. E in effetti anche l'impronta della storia, con particolare attenzione ai canoni di un amore commovente da romanzo rosa, ha qualcosa di molto televisivo.
Ma Musso sceglie nei suoi temi una strada quantomai impervia per uno scrittore, minacciata dal pericolo costante di cadere nella banale retorica che, se può affascinare una certa massa di lettori, difficilmente farà davvero colpo su un occhio più competente. E in effetti bisogna ammettere che non di rado la narrazione inciampa in episodi e in riflessioni che si possono senza esitazione definire scontati. Dunque, sebbene non sia difficile credere che da diversi punti di vista ci si possa facilmente rispecchiare nelle parole dello scrittore e che addirittura qualcuno possa farsi indurre alla commozione da certi passi, è un azzardo definire questo un romanzo davvero profondo. Ma allo stesso modo sarebbe eccessivo condannarlo al rogo di certi libri che annaspano nel grande lago della banalità pur avendo grandi pretese di saggezza. Semplicemente qui queste pretese non ci sono e invece, in una storia semplice che induce quasi impalpabilmente alla riflessione, si trovano tutte le premesse della moderazione. Un uomo crede di non avere più tempo e solo per questo ha il coraggio di mettere in pausa la propria esistenza e guardarla al rallentatore, farci i conti, accorgersi che “tutti dovrebbero vivere due vite” per avere la possibilità di riscattare la sequela di inevitabili errori cui la nostra fallibilità ci conduce ciecamente. Ma la vita che ci è concessa è una soltanto, troppo facile da sprecare nello status di fuga da se stessi, di “divertissement” per dirla con Pascal, ma anche troppo breve per poterci rendere conto in tempo di averla sprecata. Sotto questo aspetto il romanzo appare il figlio perfetto di un'epoca in cui i sensi di colpa crescono simmetricamente alla nostra incapacità di vivere. Francamente Musso non ha scoperto nulla di nuovo rispetto a ciò che ognuno prima o dopo scopre a sue spese nel corso di questa vita, ma ci ha solo ricordato le essenziali domande cui filosofie e religioni tentano di rispondere dalla notte dei tempi, invitandoci a proiettare il piccolo miracolo della nostra esistenza talvolta nell'ambito di casuali incidenti atomici, talvolta in imperscrutabili disegni provvidenziali di mondi ultraterreni. “Esiste un posto in cui andiamo tutti?”. Musso cerca -e forse trova- la risposta nelle vite dei suoi personaggi che piano piano si ricompongono. Insieme a loro anche chi legge getta uno sguardo su se stesso con considerazioni che forse possono apparire banali...ma non troppo!



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