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 Anno I n° 3 del 07/07/2005    -   LENTE DI INGRADIMENTO


Bridging-institution
Il rapporto Ricerca Scientifica - Produzione
Gioie e dolori del trasferimento tecnologico
Di Lucio Susmel


“Trasferimento tecnologico” è un’espressione che traduce letteralmente la locuzione “technological transfert” con cui si intende l’impiego di elementi ricavati dalla ricerca di base per pervenire, mediante processi di sviluppo, a risultati economici: qualcuno lo ha simpaticamente etichettato come il percorso che va dalla provetta alla fabbrica e, in fin dei conti, è uno slogan accattivante e centrato.

Il meccanismo è relativamente semplice da illustrare, in quanto è molto facile immaginare che, partendo da una scoperta di uno scienziato, possa svilupparsi un’ulteriore ricerca mirata a raggiungere precisi obiettivi industriali, quali un nuovo prodotto, un materiale innovativo, e via dicendo. L’esempio che tutti abbiamo imparato sui libri di scuola è quello di Guglielmo Marconi che parte dallo studio delle onde elettromagnetiche, ne definisce in termini scientifici il comportamento e trae da queste conclusioni gli elementi per inventare il telegrafo.

Ovviamente, non tutti coloro che si dedicano alla ricerca sono Marconi: non tutti ne hanno lo spessore scientifico, non tutti – ed è quello che nel nostro ragionamento importa – hanno il bernoccolo degli affari. E’ successo molte volte che l’inventore di “qualcosa” che poi ha dato luogo a processi industriali importantissimi non si sia reso conto delle prospettive di business offerte dalla sua scoperta. Il caso più classico – anche se non legato alla ricerca di base - è quello dei fisici del CERN di Ginevra che inventarono un grazioso sistema di comunicazione, cui non dettero nessun peso, né ovviamente brevettarono: il giochino si chiama oggi Internet.

Un altro dato ambientale che frena il trasferimento tecnologico, specialmente in Italia, riguarda il distacco tra Università ed Industria che, dopo anni di grande collaborazione – un esempio è quello di Natta e la Montedison –, hanno subito il clima sessantottino per cui lavorare per l’industria equivaleva al tradimento della libertà di ricerca. Il clima oggi è un po’cambiato, ma non tanto e non sempre…

L’altro aspetto critico è, come si può facilmente intuire, una diretta derivazione da un sistema basato sulla piccola impresa, in cui la dimensione finanziaria e, purtroppo, i limiti culturali impediscono o per lo meno non favoriscono un contatto con chi produce conoscenza.

Il problema, consoliamoci, non è solo italiano, ma è certo che tra i Paesi maggiormente industrializzati. Il nostro rapporto industria- università o centro di ricerca è in crisi: mediamente contattano almeno una volta all’anno l’università meno del 4% delle industrie italiane. Lasciamo stare le percentuali incredibili di Svezia e Finlandia (oltre il 20%), ma anche le economie con cui amiamo confrontarci hanno indici 3-4 volte i nostri.

Il problema, ripeto, non è solo italiano ed è stato affrontato già da qualche decennio ad esempio in Germania, il cui lo Steinbeiss Institut ha fatto scuola per la capacità – supportata dal finanziamento del Land Baden Wurttemberg – di assistere le piccole aziende alle prese con difficoltà di ordine tecnologico. L’istituto raccoglie le istanze delle aziende, le mette in contatto con i Politecnici o con strutture consimili, fa da traduttore/interprete tra il linguaggio dei professori e quello degli imprenditori e, se l’intervento sfocia in una commessa di lavoro, è garante dei termini contrattuali, specie per quanto riguarda i tempi pattuiti, atteso che l’unità di misura del tempo dell’Università è l’anno accademico e quella dell’imprenditore è ieri….

Nascono negli anni ‘70-’80, sull’esempio dello Steinbeiss e di altre istituzioni similari, veri e propri centri di trasferimento tecnologico, entità terze rispetto a chi produce conoscenza tecnica e rispetto a chi produce beni e servizi. Il loro compito è, da un lato, quello di “trasportare” dalla ricerca all’industria le novità, le evoluzioni dei prodotti, e quant’altro di utilità pratica per il mondo produttivo. Operano anche nell’altro senso, è cioè assistono l’imprenditore che ha un problema di ordine tecnologico indicandogli la o le soluzioni esistenti e mettendolo in contatto con chi ha elaborato queste soluzioni. E’ chiaro che più questo centro di trasferimento tecnologico è collegato con i punti di eccellenza mondiale, maggiormente è in grado di offrire soluzioni di qualità.

Sarebbe assurdo, allo stato dei fatti, sostenere che la soluzione del difficile (o forse meglio dire quasi inesistente) rapporto tra ricerca e medio - piccola industria possa essere risolto moltiplicando i centri di trasferimento o potenziando quelli esistenti. E’ vero peraltro che quasi tutte le imprese minori che si sono accostate al lontano mondo della ricerca scientifica e tecnologica lo hanno fatto per il tramite di un centro, dove normalmente trova persone che parlano il suo linguaggio, che conoscono le esigenze dell’azienda e ne rispettano i dati riservati.

La tendenza va incoraggiata, non finanziando i centri, ma le aziende che li mettono in moto: una prefigurazione di questo indirizzo può essere colta nella recente legge regionale della Lombardia che ha disposto i voucher tecnologici, voucher che una persona fisica o un’impresa può spendere presso un ente riconosciuto dalla Regione Lombardia per conoscere lo stato dell’arte di una tecnologia cui è interessata. Fattispecie abbastanza interessante, importi un po’ striminziti, ma già emerge un utilizzo della funzione ”ponte” dei centri e si incoraggia la concorrenza tra di loro.

Un po’ più di coraggio al Pirellone e forse si farà qualche altro passo avanti.



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