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Dove va la ricerca scientifica italiana?

Dai dati raccolti sembra che possa solo …. andare a fondo!

L’analisi svolta non lascia dubbi: al mondo politico italiano la Scienza non interessa!

Di Roberto Rizzo e Roberto Filippini Fantoni

Articolo originale di AIM Magazine (della "Associazione Italiana di Scienza e Tecnologia delle Macromolecole (n°3 del 2004) rielaborato per Spaziodi dagli stessi autori.

Si può disquisire della pochezza della ricerca in Italia perché tutto sommato chi vive in questo mondo se ne accorge quotidianamente o la vive sulla propria pelle.
Ma parlare è concesso a tutti e molto spesso che parlano sono molti che si basano su sensazioni non avvalorate dai numeri e dalle statistiche. Abbiamo pensato di farlo con questo articolo e ci riferiremo alla ricerca scientifica per la quale da un po’ di tempo sta suonando un campanello d’allarme visto che alle carenze alle quali siamo ormai abituati da tempo si va a sommare il fatto che sempre meno studenti scelgono facoltà scientifiche e in particolare è proprio il ramo della chimica, che noi conosciamo direttamente, quello che sembra soffrire maggiormente a causa di questi “abbandoni”.
Anche se abbiamo evitato di riportare decine di tabelle e grafici che avvalorano le nostre conclusioni, le considerazioni fatte partono proprio da dati inequivocabili: magari le conclusioni potrebbero anche essere confutabili qualora si usassero differenti chiavi di lettura dei numeri, ma i dati raccolti restano comunque quelli e non certo piacevoli da leggere per coloro che sperano in riprese facili e rapide.
Ma veniamo al dunque.
Lo spunto per parlare della ricerca in Italia ci è stato dato da un articolo apparso su Nature nel fascicolo del 15 luglio 2004 dove David A. King, consigliere scientifico di Blair, riporta alcuni dati sul peso che hanno diversi paesi, fra cui l’Italia, nelle scienze. Nature aveva già parlato dell’Italia nel numero del 19 luglio 2001, quando la coalizione della “Casa delle Libertà” vinse le elezioni. La frase scritta allora dall’autore dell’articolo sembra ora essere un triste presagio: “Basic science seems unlikely to be a priority for Berlusconi’s centre-right coalition: the campaign of his Forza Italia party had virtually nothing to say on the subject. The head of the new ‘superministry’ for education and research, Letizia Moratti, is an unknown quantity in scientific circles.” (La scienza di base sembra improbabile che sia una priorità per la coalizione di centro-destra di Berlusconi : la campagna del suo partito Forza Italia non ha avuto virtualmente nulla da dire a tale proposito. Il capo del nuovo “super-ministero”, Letizia Moratti, è ignoto nei circoli scientifici).
Nel mondo scientifico le cose stanno cambiando molto: un rapporto pubblicato su Chemistry & Industry (C&En) nel numero del 14 giugno 2004 riporta dati riferiti all’indicatore “numero di articoli pubblicati per anno”. Sebbene lo stesso autore metta in guardia il lettore dal prendere questo indicatore come la misura migliore dell’importanza scientifica di un paese, quest’ultimo può pure essere considerato come una misura del volume dell’attività scientifica.
Nei lavori pubblicati nel 2001 l’Italia si trova in Europa al quarto posto (17800), dopo Germania (42300), Regno Unito (30300) e Francia (24700).
Il rapporto pubblicato sul numero di luglio 2004 di Nature presenta dati più completi, ma generalmente riferiti al paragone fra Europa dei 15 e USA. Oltre a riportare il numero di lavori pubblicati, l’autore riporta anche il grado di citazione di tali lavori che dà una stima oltre che quantitativa anche qualitativa del peso scientifico internazionale che le diverse nazioni hanno.
Se si va a fare un confronto fra dati di qualità, selezionando la percentuale di citazioni ottenute da lavori che si collocano in una fascia molto alta (1%) di qualità, gli USA hanno circa il 49% mentre l’Europa dei 15 ha il 39%. In questa classifica l’Italia (4%) si colloca dopo USA (49%), UK (11%), Germania (10%), Giappone (8%), Francia 7%) e Canada (5%). Come si vede dai dati percentuali, il distacco è molto alto.
Ma la storia non finisce qui.
Per evitare distorsioni dovute alla non omogeneità delle diverse discipline, l’autore ha normalizzato i dati precedenti valutando il grado di citazione medio nelle diverse discipline e quindi riclassificando le diverse nazioni. In questa lista, che risponde meglio alle esigenze di paragone, l’Italia finisce al 13° posto dopo Svizzera, USA, Danimarca, UK, Olanda, Germania, Austria, Belgio, Svezia, Canada, Finlandia e Francia. Il paragone dei dati riferiti al parametro “citazioni divise per il prodotto interno lordo/prodotto interno lordo per persona” pone l’Italia al sedicesimo posto superata oltre che dai precedenti 13 paesi anche da Israele e Spagna. È anche interessante sapere che le nazioni precedenti sono collocate nella fascia alta di prodotto lordo interno per persona che va da 20000 a 30000 dollari (gli USA sono a 35000 dollari), ma le citazioni per prodotto interno lordo dei paesi di testa sono da 3 a 4 volte superiori rispetto a quelle dell’Italia. All’interno degli otto paesi più sviluppati (Giappone, USA, Germania, Francia, UK, Canada, Russia e Italia) gli indicatori riferiti a investimenti privati in ricerca e sviluppo, numero di PhD formati e numero di ricercatori a tempo pieno collocano l’Italia all’ultimo posto. Sempre all’interno del G8, il numero di citazioni, scomposto per le diverse discipline scientifiche (Ingegneria, Scienze fisiche, Matematica, Ambiente, Biologia, Medicina pre-clinica e salute, Medicina clinica) pone l’Italia al penultimo posto prima della Russia (battiamo leggermente il Canada solo nelle Scienze Fisiche).
Ma non c’è solo questo!
Dal 1996 al 2000 la crescita di investimenti per ricerca e sviluppo in Italia è stata pari al 2.6% dato che ci colloca in terzultima posizione, prima di Gran Bretagna e Francia. La crescita di investimenti in Finlandia, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna è stata pari al 13.5, 12.0, 9.9, 8.2 e 6.9, rispettivamente. Nel 2000, la percentuale del prodotto interno lordo investito in Italia per ricerca e sviluppo era pari all’1.04%, di questi lo 0.58% sono pubblici (investimenti governativi); il dato per Svezia, Finlandia, Giappone, USA, Germania, Francia, Danimarca ed Olanda era pari a (in parentesi è riportata la quota di origine governativa): 3.78 (0.75), 3.37 (0.99), 2.98 (0.64), 2.69 (0.82), 2.48 (0.81), 2.15 (0.93), 2.06 (0.73) e 2.02 (0.80).
I dati che riguardano il numero di ricercatori sono altrettanto sconfortanti: l’Italia è ultima per numero di ricercatori ogni mille occupati: 2.8 (dati del 2000). La media europea è 5.40; i dati per Finlandia (13.08), Giappone (9.26), Svezia (9.10), Stati Uniti (8.08), Belgio (6.95), Danimarca (6.46), Germania (6.45), Francia (6.20) e Regno Unito (5.49) sono tutti al di sopra della media. L’Italia è parimenti ultima quando si va a guardare il tasso di crescita del numero di ricercatori per mille occupati dal 1995 con un bel – 0.6 (unica nazione con un segno negativo davanti). Grecia, Finlandia, Irlanda e Spagna hanno un tasso di crescita del 11.03, 10.81, 10.22 e 10,12 rispettivamente. Ancora, l’Italia è ultima quando si analizza il numero di dottorati che vanno a lavorare nel campo della scienza e tecnologia rapportato a mille abitanti di età fra 25 e 34 anni: 0.16. Per le nazioni in testa alla graduatoria, Svezia, Finlandia, Germania e Francia, i dati sono: 1.24, 1.09, 0.81 e 0.76. Sempre rimanendo nel campo della forza lavoro impegnata nella ricerca e sviluppo, Portogallo, Grecia, Spagna e Finlandia ci superano nel rapporto fra ricercatori donne e ricercatori uomini.
Queste sono le cifre. Le conclusioni sono purtroppo semplici oltre ché ovvie. La ricerca scientifica e tecnologica non è mai stata molto popolare in Italia. Oggi l’Italia ha una posizione di fanalino di coda fra le nazioni più industrializzate del mondo e non solo fra esse. Quel che è peggio è che non si vedono segnali di ripresa ma si prospettano in futuro altri tagli di spesa. Se non si cambia rapidamente il tipo di politica il risollevarsi da questa situazione richiederà sforzi sovrumani e soprattutto investimenti sempre più onerosi.
Quando si parla di ricerca, spesso l’accento viene posto quasi esclusivamente sulla ricerca tecnologica e sulla collaborazione alla ricerca industriale. La ricerca tecnologica e la ricerca industriale hanno successo in un contesto in cui vi sia una forte ricerca di base che costituisca l’humus su cui si possa costruire nuova tecnologia. Dunque, in una situazione come quella italiana, la prima cosa da fare è rafforzare la ricerca di base con finanziamenti, strutture e personale adeguato. È chiaro che questo costa e quindi sarà necessario spostare fondi da settori meno prioritari o meglio da spese politicamente discutibili. Questo mi fa pensare a un episodio minore e cioè alla pubblicità che è stata data su giornali e televisione alla ripetizione della scalata al K2. Personalmente ritengo che i soldi (non pochi) spesi per quella impresa potevano essere meglio spesi a più bassa quota. Ma soprattutto siamo rimasti perplessi nel vedere sui maggiori quotidiani italiani intere pagine a colori pagate (non poco) da una ditta alimentare italiana per pubblicizzare la sua partecipazione all’impresa. Un giorno ci piacerebbe trovare sulle pagine degli stessi giornali la pubblicità di qualche ditta che affermi: “abbiamo adottato un progetto di ricerca presso un ente di ricerca italiano”! Ma forse è solo un sogno!

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Leggi tutti gli articoli di Roberto Rizzo e Roberto Filippini Fantoni (n° articoli 1)
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