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 Anno I n° 9 del 27/10/2005    -   PRIMA PAGINA


Lo sport malato
Il doping e’ contrario all’etica dello sport
Come nasce il fenomeno del doping? Un poco di storia e cosa fare per evitare che questa pessima “abitudine” distrugga lo sport e gli sportivi
Di Silvano Filippini


Dedico questo appuntamento ad un argomento che mi sta particolarmente a cuore e che ha ormai minato lo sport internazionale alla base, rendendolo poco credibile.

Un po’ di storia

Andando indietro nel tempo (anni ’60), mi ricordo del periodo in cui trascorrevo il servizio militare presso la Compagnia Atleti di Roma e, per la prima volta, feci conoscenza di questo terribile cancro. Fu un’esperienza sconvolgente scoprire che atleti ventenni erano costretti ad assumere amfetamine (allora nel ciclismo si utilizzavano solo quelle), persino per allenarsi sulle lunghe distanze. Allora, in parte, li giustificai, pensando che il livello culturale piuttosto basso di quei giovani atleti non consentisse loro di rendersi conto del pericolo che correvano facendo ricorso a quei medicinali. Evidentemente mi sbagliavo! Il cancro del doping aveva già tarlato le basi dello sport e, presto, si sarebbe diffuso anche in tutte le altre discipline sportive dove il livello culturale appariva ben più elevato.

Negli anni successivi si scoprì che i Paesi dell’Est per parecchio tempo avevano scelto la via del “doping-programmato”, utilizzando gli atleti come cavie presso le “Scuole centralizzate dello sport” dove venivano riuniti i migliori giovani emergenti e mantenuti a spese dello Stato (Unione Sovietica, Germania Orientale e Romania su tutti). Il bubbone scoppiò al momento del crollo della cortina di ferro quando iniziarono anche i processi contro gli allenatori della DDR, accusati di aver iniettato agli atleti sostanze proibite facendo loro credere che si trattava di vitamine. In alcuni casi le atlete sono state costrette a cambiare sesso o a dover rinunciare ad avere figli a causa del sistematico uso di anabolizzanti (ormoni maschili), mentre molti maschi sono divenuti impotenti per via delle stesse sostanze.
Anche lo sport a stelle e strisce non è esente. Sino ad oggi aveva snobbato il doping, limitandosi a pochi controlli facilmente aggirabili, ma ha dovuto ricredersi. Ne è stato coinvolto anche il presidente Bush il quale, di recente, ha definito il doping una piaga da combattere. Del resto si trattava del classsico “segreto di pulcinella”, specialmente negli sport dove l’uso di anabolizzanti era “indispensabile”. Infatti nel Football Americano iniettarsi gli steroidi era divenuta una pratica talmente consueta che persino nella recente finale del Superbowl i protagonisti sono risultati imbottiti di anabolizzanti. Tra l’altro era ormai risaputo che da anni il Bay Area Laboratory Cooperative (BALCO) distribuiva steroidi a tutti gli atleti che ne facevano richiesta. Nel mondo dei professionisti di Baseball si è arrivati persino all’assurdo di iniettarsi il GH (ormone della crescita) nello stomaco e, contemporaneamente, farsi fare punture di Testosterone nei glutei, oltre a spalmarsi una crema anabolizzante sul corpo e a mettere sotto la lingua un medicinale chiamato the clear (per cancellare le tracce degli altri medicinali). Poi ci si meraviglia se qualche atleta (magari diciassettenne, come in effetti è accaduto) così “truccato”, si è suicidato. Ciò è dovuto anche al fatto che nel Baseball il controllo antidoping esiste soltanto da due anni e ci vorrà molto più tempo per correggere la diffusa mentalità autolesionista. Tra l’altro l’ultimo scandalo sul doping USA ha portato alcuni rei confessi a vuotare il sacco, coinvolgendo anche il ciclista Amstrong e gli atleti della squadra olimpica di Basket che alle olimpiadi di Atene hanno fatto la figura da dilettanti, pur essendo professionisti affermati. Del resto si sapeva che alle olimpiadi i controlli incrociati sangue e urine avrebbero smascherato i bugiardi, per cui senza sostanze dopanti la loro carica agonistica è venuta meno.

Per quanto riguarda il mondo del Calcio italiano, per anni nessuno venne mai scoperto a far uso di anabolizzanti, nonostante i controlli antidoping, semplicemente perché qualche “mente eccelsa” aveva deciso, a priori, che nel mondo del pallone gli anabolizzanti non servivano e, quindi, sarebbe stato del tutto inutile controllarli. Servivano, eccome! Non solo per aumentare la massa muscolare dei quadricipiti, ma anche per recuperare più velocemente la fatica, visto che anche i calciatori avevano iniziato, negli anni ottanta, ad allenarsi più intensamente. Esattamente come facevano già da tempo gli atleti di tutti gli altri sport, nonostante i guadagni meno principeschi. Ecco perché il processo alla Juventus risale proprio a quel periodo; periodo in cui, tra l’altro, aveva cominciato a prender piede l’uso dell’EPO (eritropoietina), grazie ad un medico italiano (Conconi) che lavorava nel centro medico sportivo di Ferrara “sovvenzionato” dal CONI. Negli anni precedenti costui si era dedicato agli studi sull’Autoemotrasfusione che, inizialmente, non venne considerata come doping. Una volta che anche quella pratica è stata inserita nell’elenco dei sistemi dopanti, il medico si è votato all’epo. Nonostante la squalifica del dottore e la chiusura del centro ferrarese, ormai l’ormone si era diffuso in tutti gli sport di fondo, ciclismo in testa. Una volta approfonditi e intensificati i controlli antidoping, i guru della chimica vietata hanno cambiato sostanza affidandosi al GH (ormone della crescita) che, oltre a produrre un effetto anabolizzante, ha il difetto di generare acromegalia (aumento di dimensione delle ossa delle estremità), soprattutto nei soggetti giovani. Se ne sono accorti i fornitori di abbigliamento delle nazionali giovanili del ciclismo perché in media i numeri di scarpe erano sproporzionati alla taglia dei giovani atleti. Ora anche questo ormone viene ricercato, grazie al controllo incrociato sangue-urine, per cui il sistema-doping ha iniziato a mescolare varie sostanze nei più svariati coktail. In tal modo la ridotta presenza dei singoli componenti non può venire smascherata dall’antidoping. Del resto è risaputo che i maghi del doping hanno un enorme vantaggio: cambiare sostanze in continuazione. Ogni volta che l’antidoping riesce a scoprire il metodo per evidenziarle nel sangue o nelle urine, si passa ad un altro farmaco.

Come combattere il cancro del doping?

Visto che l’antidoping sarà sempre in ritardo sul doping che, oltretutto, può sempre contare su nuove sostanze di sintesi con caratteristiche sempre differenti, non restano che due soluzioni per arginare il fenomeno prima che sia troppo tardi.

Per prima cosa Operare sulle società (dirigenti, allenatori, atleti giovanili e rispettivi genitori) tramite corsi approfonditi in cui vengano ampiamente evidenziati gli enormi effetti collaterali nocivi, non solo delle sostanze dopanti vere e proprie (che possono portare pure alla morte), ma anche di molti farmaci di comune utilizzo (ad esempio gli antinfiammatori).

Poi Aumentare i controlli antidoping a sorpresa e stabilire norme severe che non possano facilmente venire aggirate anche attraverso ricorsi alla magistratura ordinaria che, di fatto, ha svilito in questi anni il lavoro delle commissioni antidoping. Figuratevi che la prima vittima della nuova legge italiana antidoping (ora ha anche riscontri penali) è stato un tennista a ben cinque anni di distanza dalla promulgazione delle norme e dopo tre anni dal controllo a sorpresa in cui è stato trovato positivo alla cocaina. Controllo che ha trovato l’atleta completamente spiazzato in quanto riteneva che nel tennis i controlli non ci fossero (infatti sono troppo rari). Fatto sta che il tribunale di Torino ha impiegato tre anni per emettere il verdetto: 4 mesi di reclusione, 2000 euro di multa ed interdizione perpetua dagli uffici del CONI e società sportive. Tra l’altro le norme antidoping italiane sono più restrittive rispetto al resto del mondo. Abbiamo costruito gli Stati Uniti d’Europa e non riusciamo neppure ad unificare le leggi che riguardano lo sport! Così è successo che durante la decima tappa del Giro d’Italia sia stata sequestrata un’apparecchiatura vietata che simula l’allenamento in quota (Altitrainer), ma che nel resto del mondo è autorizzata. Capita anche che le normative non sempre siano serie. Ad esempio mi fanno ridere le recenti manifestazioni di indignazione nei confronti di Gattuso che si è rifiutato di sottoporsi al controllo del sangue, limitandosi a quello delle urine. Non ha fatto altro che usufruire di quanto le norme antidoping (errate) del calcio italiano gli hanno consentito. Semmai ci si dovrebbe indignare di coloro che hanno emesso una legge in base alla quale é possibile rifiutare il controllo sul sangue. Per fortuna dal prossimo anno le regole verranno modificate! Della serie: non è mai troppo tardi! Pure quel video che è stato mandato in onda dalla TV, in cui si vede Cannavaro sottoporsi ad una flebo di un medicinale, mi ha fatto sorridere, soprattutto perché molti si sono indignati (o hanno fatto finta?). Prima di tutto si tratta di una pratica molto diffusa in quanto non vietata dalle attuali norme e, per di più, si riferiva a diversi anni addietro, quando il calciatore militava nel Parma.

Ma, secondo me, la soluzione migliore sarebbe un’altra: uniformare in modo assai restrittivo tutte le norme in vigore sul globo terracqueo e trascurare l’antidoping dei professionisti che vengono seguiti giornalmente da staff medici e che, trattandosi del loro lavoro, dovrebbero conoscere in modo approfondito i numerosi effetti nocivi e collaterali legati all’uso del doping. In tal modo sarebbe possibile riversare tutte le risorse finanziarie nel mondo dei dilettanti e, in particolar modo, nello sport giovanile, in modo da bloccare il doping sul nascere dove, oltre tutto, crea ancor più danni permanenti. Infatti negli ultimi anni appare sempre più impressionante il dilagare della pratica dopante a livello giovanile e dilettantesco, cioè in un settore dove i controlli sono meno approfonditi o del tutto assenti e, quindi, è più facile sfuggire. Infatti nelle verifiche a fine gara , ormai, è difficile scoprire qualche positività, se non quella degli sprovveduti. I furbi si dopano a casa e durante i ritiri, per cui senza un approfondito controllo a sorpresa su tutti gli atleti risulta difficile smascherarli. Anche l’opera dei NAS dovrebbe venire intensificata. Infatti, nonostante la limitata disponibilità di mezzi, nel solo 2004 sono state sequestrate presso le società sportive o i tesserati ben 988.995 confezioni di sostanze dopanti che hanno portato a 644 denunce e a 115 arresti. Se si può comprendere (ma non condividere) la ricerca esasperata del doping in atleti professionisti che aspirano a guadagnare cifre da nababbi proprio grazie all’utilizzo dei farmaci, non riesco proprio a giustificare il ricorso al doping in gare dove, al massimo, si può tentare di vincere un salame o altri prodotti in natura!

Dato che l’omertà è alla base della diffusione a macchia d’olio del fenomeno, se non si pone rimedio immediatamente, partendo dalla base, si arriverà ben presto ad avere tutti gli atleti di un certo livello dopati e, alla fine, la differenza la farà ancora madre natura con il DNA diverso per ognuno degli atleti. Esattamente come è sempre stato prima dell’avvento del doping, che invece richiede un prezzo troppo alto: morti e menomazioni permanenti.

Del resto se non si corre ai ripari, gli enormi interessi che stanno dietro al problema finiranno per ridurre lo sport ad un’autentica corsa al farmaco dove non vincerà il migliore, ma il più furbo che riesce a doparsi senza farsi pizzicare. Proprio in questi giorni si è avuta l’ennesima retata (quattro arresti e svariate denunce a Lecco) nel mondo delle palestre dove si gonfiano i muscoli in modo naturale e non! Ma l’inchiesta, partita da una palestra, si è allargata a macchia d’olio, interessando anche altre regioni e altri sport (calcio e ciclismo). Tutti i prodotti venivano, come al solito, dall’estero (Romania) ed erano commercializzati in nero, procurando enormi ricavi. Se si pensa che una confezione di EPO sottobanco costa intorno ai 1000 euro, è facile comprendere che giro di affari genera questo tipo di commercio!
Nel frattempo si è conclusa un'altra inchiesta partita nel 2001 e che ha visto la condanna del medico Lazzaro, della squadra ciclistica Liquigas-Pata, a 16 mesi di reclusione, sospensione della professione e 25.000 euro di multa. Ma molte altre inchieste sono ancora aperte, non ultima quella relativa al ciclista Simeoni che è stato minacciato da Amstrong per aver denunciato lo statunitense per uso di sostanze dopanti. Di questo passo si rischia di trasferire lo sport nei tribunali e nelle farmacie! Così dovremo dire addio ai fondamenti che hanno caratterizzato gli atleti sin dai tempi antichi: lealtà e rispetto del proprio e dell’altrui corpo!
Così lo sport, nato per migliorare la salute, finirà per distruggerla!

Tra l’altro sul piano etico e sociale, la lotta a questo autentico cancro dello sport fungerebbe da esempio e da stimolo positivo ai giovani e giovanissimi che sempre in maggior numero e con maggior frequenza si avvicinano al mondo della droga.



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