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 Anno I n° 9 del 27/10/2005    -   PRIMA PAGINA


Osservazioni sulla cronaca
Doping, ma non solo. Cocaina. Molto più in generale, droga.
Il cancro di una società asociale.
Di Concetta Bonini


Un cancro nascosto, silenzioso, ma implacabile e devastante. Un cancro che attraversa trasversalmente la società, la turba e la consola e, distruggendola, ne rivela la naturale inconfessabile debolezza. Pier Paolo Pasolini nel 1968 scriveva: “Perché ci si droga? Non lo capisco, ma in qualche modo lo spiego. Ci si droga per mancanza di cultura. […] Tutti coloro che si drogano sono culturalmente insicuri.”.
In termini sociali, generalizzando, è proprio questo il nodo del problema. Un problema che non si risolve con il proibizionismo né con l’apertura al più sfrenato libertinaggio: in entrambe le condizioni coglieremmo lo spunto per autorizzarci ad essere drogati. Drogati anche se non crediamo di esserlo, drogati anche se crediamo che non lo diventeremo mai, drogati anche quando - con il viso corrucciato dallo sdegno- puntiamo il dito contro quelli che hanno la sfortuna di essere famosi e di drogarsi sotto i riflettori. Classica reazione banale di chi pensa che essere uomini di successo debba rendere immuni dalla droga o di chi lo condanna come un poco elegante vizio da vip. Errore. Nessuno più di loro è esposto a questo male e il dover vivere sotto gli occhi della nostra condanna non è altro che una mano sulla loro testa che annega nel fango.

Chi dimentica, ad esempio, Marco Pantani? Ecco, questo ci dimostra quanto siamo stupidi, quanto siamo ciechi soprattutto. Se i rampolli delle famiglie bene sniffano droga tra caviale e champagne, tra la macchina sportiva e l’attico in centro, muovendo un giro di tonnellate di cocaina, non è certo perché hanno voglia di “buttare la vita nel cesso” come ammette Paolo Calissano che ha fatto in tempo a pentirsi solo dopo essersi svegliato una mattina accanto ad una ballerina brasiliana morta per l’overdose di quel vizio che lui stesso le aveva contagiato (di casi come questo ne potremmo citare a sfinire, da Lapo Elkann Kate Moss andando indietro di decenni). Se per loro la cocaina diventa un inganno subdolo e seducente è perché a loro si richiede di essere belli, brillanti, felici. Così, quando non lo sono, ovvero con buona approssimazione nella totalità dei casi, devono fingere di esserlo. In poche parole nessuno più di loro vive l’alienazione a cui la nostra società ci costringe e che, essendo la causa prima della droga, è essa stessa il principale cancro di questa stessa società. Non è retorica, non è banalità chiedersi chi di noi non sia drogato. Di televisione, di diete, di moda, di sesso, di fumo, di alcool, portati all’esasperazione dell’ossessione.

E’ la società stessa, la società fatta da ognuno di noi ovvero di cui ognuno di noi è partecipe e responsabile, ad essere alienata, malata, drogata. Drogata di civiltà, di scienza, di progresso, drogata di stereotipi, di immagine, di apparenza, drogata di presunzione, di egotismo, di opportunismo. Costruendoci addosso l’immagine perfetta di una ragione perfetta e di un’evoluzione perfetta, non diamo scampo a noi stessi e perdiamo noi stessi, perdiamo la semplicità della nostra umana ed imperfetta debolezza che non può esserci perdonata.
Ancora Pasolini scriveva: “E’ chiaro che chi si droga lo fa per riempire un vuoto, un’assenza di qualcosa, che dà smarrimento e angoscia”. Ed è chiaro che quando si parla di vuoto non si può parlare di vuoto di forma, di apparenza, ma solo di un vuoto insopportabile di sostanza, di affetto, ma molto più semplicemente di umanità: quella degli altri, quella della “società”, ma innanzitutto la nostra. E’ appunto la “paura della perdita della propria esistenza”, della propria sostanza venduta ad un sistema implacabile di apparenza, di una cultura tecnica che distrugge le nostre peculiarità, ci massifica in stereotipi irresistibili ed inevitabili, in definitiva ci rende alienati.

Abbiamo perso il contatto con la natura, con la realtà, con noi stessi. E c’è chi questo lo vive con rancore, con una rabbia di cui egli stesso è vittima inconsapevole. C’è chi invece lo subisce con quella che Pasolini definisce “contestazione in re, ossia nel proprio corpo, molto più terribile e commovente”.

Nella droga in senso pieno, generale e completo, c’è la sintesi della menzogna che ci raccontiamo credendoci forti, indistruttibili, le migliori e più intelligenti creature dell’universo. Non lo siamo fisicamente, ma men che meno lo siamo psicologicamente. Continuamente protesi alla ricerca di un posto tra gli altri o di un rifugio lontano dagli altri, non sappiamo trovarlo armonicamente in noi stessi, nel posto che ci è stato dato o che comunque ci è dato cercare e finiamo per buttarci a capofitto nell’invasamento o nell’appiattimento di fittizi surrogati di vita.
Il nostro apparente successo è in realtà il seme della nostra sempre più rapida devastazione. Forse andare più lentamente ci servirebbe ad avere il coraggio di guardarci dentro e intorno con la serenità, la schiettezza e la spontaneità della verità essenziale che non siamo più capaci di trovare.



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