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 Anno II n° 4 del 02/03/2006    -   PRIMA PAGINA


Le olimpiadi sono finite: confessioni di un ‘volontario’
Ma lavori gratis? Ma chi te lo fa fare?

Di Walter Dall'Olio


Se dovessi riassumere i mesi che hanno preceduto le olimpiadi con una semplice frase, lo farei sicuramente utilizzando questa. Nessuno infatti riusciva a comprendere quali potessero essere le motivazioni che mi spingevano a sopportare turni di prove serali passati al gelo e incontri di formazione che mi occupavano quasi tutti i week-end, e neanche le mie assicurazioni sull’impareggiabile esperienza che ne avrei ricavato sembravano sortire l’effetto voluto.

Dalla sera dell’inaugurazione però - da quel 10 febbraio che mai dimenticherò - le cose sono magicamente cambiate ed ogni tipo di diffidenza sembra essere svanito nel nulla.

L’improvvisa sparizione della piccola delinquenza e la deliziosa apparizione di tifosi provenienti da tutto il mondo, il nuovo vestito colorato e pulito indossato dalla città, la rapida e sorprendente nascita delle festose case di rappresentanza delle nazioni più grandi, il gradito rafforzamento dei mezzi pubblici e l’incredibile gentilezza dei loro autisti, la graduale comparsa del piccolo esercito di volontari da tutti apprezzato e benvoluto, sono solo alcune delle cose che hanno reso la città un posto dove fosse impossibile non esser contagiati dallo spirito di festa e non sorridere beatamente al prossimo.

Non credo di poter descrivere in maniera univoca ciò che le olimpiadi sono state, perché girando la domanda ai circa due milioni di persone che vi hanno in qualche modo partecipato otterrei lo stesso numero di risposte differenti, ma posso certamente raccontare quelle piccole cose di cui nessun giornale ha mai parlato o parlerà, ma che lasceranno in me quella fortissima sensazione di aver partecipato ad un meraviglioso evento dal quale ho avuto in dono delle emozioni irripetibili.

Ed è così che assume un gusto particolare il cartello che recitava “W la bagna cauda” durante Usa – Finlandia di hockey o la bambina americana poco più grande di una ranocchietta che, con la faccia dipinta col tricolore nostrano, urlava gioiosa “Italy, Italy”. Ma anche le migliaia di persone che, con gli occhi luccicanti, fotografavano ogni giorno il braciere per sentirlo un po’ più loro o la coppia di anziani che alle due notte guardava Piazza Castello, felici di vedere la propria città così bella e viva. Ci sarebbe poi spazio per i costumi dei tifosi più pittoreschi, per gli sguardi colmi di gratitudine di coloro che necessitavano d’aiuto, per l’assoluta mancanza di superbia di chi, stando alle italiche abitudini, ne avrebbe invece avuto ben donde, e di qualunque cosa che mi sia successa in ogni singolo istante di queste due meravigliose settimane.

Ma credo che ciò che possa rappresentare meglio la mia esperienza olimpica sia da ricercare nella cerimonia di inaugurazione, quando finalmente ho potuto vivere il momento che stavo attendendo da più di tre mesi. La sensazione che ho provato – quella fortissima ed inimitabile emozione – quando sono entrato nello stadio gremito, sarà per sempre ciò che identificherà in me questa olimpiade. E’ stata una somma di due stati d’animo, da una parte l’irrefrenabile gioia dovuta alla consapevolezza che il mio sogno si avverava e dall’altra una grande tristezza per la fine di esso. L’olimpiade: un sogno, insperatamente bello, che non dimenticherò mai.



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