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La cattura di Bernardo Provenzano


Di Nicoletta Consumi

Dopo una latitanza durata 43 lunghi anni, il boss numero uno della mafia, Bernardo Provengano, 73 anni, è stato catturato. Dopo l'omicidio di Francesco Paolo Streva, esponente di un clan avversario, avvenuto nel lontano 1963, Carabinieri e Polizia non hanno mai smesso un attimo di dargli la caccia.

Provenzano è considerato il capo incontrastato di Cosa Nostra. Sino ad oggi circolava solamente una sua foto segnaletica scattata il 18 settembre 1959. Numerosissime le volte in cui stampa e tv hanno mostrato quest’unica foto del Boss, che risale all'epoca della sua giovinezza ed invecchiata al computer. Sembrava che la storia di questo misterioso personaggio fosse ormai destinata a diventare leggenda e invece si suppone che il boss sia sempre vissuto a Corleone, tra i suoi compaesani in tutta tranquillità.

Nonostante la seconda elementare, Provenzano è stato un boss di rango, uno di quelli che si è fatto ascoltare, che ha dispensato ordini e saggezza. Diverso da Totò Riina, prima di entrare in azione ha sempre tentato la mediazione e cercato di misurare la violenza. Provenzano faceva parte del gruppo di fuoco del clan dei corleonesi composto da Giuseppe Ruffino, Calogero Bagarella e Giovanni Provenzano. Nel maggio del 1963 il clan decise di eliminare Francesco Paolo Streva, esponente di spicco del clan Navarra, rivale della famiglia dei corleonesi di Luciano Liggio.

Prima di quel fatto di sangue che dà inizio alla lunghissima latitanza, Provenzano era già noto alle forze dell'ordine per alcune vicende criminose. "Elemento scaltro, coraggioso e vendicativo - scriveva di lui la polizia - si sposta con due pistole alla cintola". Dal 17 settembre 1958, giorno in cui fu arrestato per l'ultima volta, non esistevano altre sue foto, ma solo descrizioni fornite dagli uomini d'onore poi diventati collaboratori di giustizia.

Provenzano in questi anni si è permesso di girare in lungo ed in largo l’Europa. I famosi due viaggi in Francia, a Marsiglia, nel 2003: a luglio e poi a ottobre, per l’operazione ormai nota alla prostata. Viaggi effettuati in auto sotto falso nome, quello del padre del suo autista, agricoltore pensionato. E addirittura la beffa. La richiesta alla Asl di Palermo del rimborso per l’operazione. Una trasferta filata liscia sia la prima che la seconda volta.

Nei mesi scorsi era stato presentato il nuovo identikit del boss mafioso, realizzato grazie all'aiuto di nuovi pentiti come Antonino Giuffré, il suo ex braccio destro, finito in carcere tre anni fa, che ha parlato a lungo di Provenzano ai magistrati. E' stato Giuffré a descriverlo come un uomo "firrignu", cioé forte, "capace di dormire per piu' notti nel sacco a pelo". Non solo, era stato proprio il nuovo pentito di mafia a chiarire ai magistrati la strategia numero uno del boss: "Non usa telefoni perché sa che ogni segnale potrebbe svelare il suo nascondiglio". E infatti Provenzano comunicava coi suoi "picciotti" attraverso lettere e bigliettini, i cosiddetti "pizzini".

Adesso ci si chiede chi ne abbia preso il posto e soprattutto come e cosa cambierà per “cosa nostra”.

Argomenti: #criminalità , #giustizia , #mafia , #provenzano

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