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 Anno II n° 8 del 27/04/2006    -   PRIMA PAGINA


Lo Sbuffo
Il 25 Aprile, la festa della liberazione ... dalla guerra!

Di Giovanni Gelmini


Io c’ero, piccolo, ma i ricordi ci sono tutti, anche se sono più che altro sensazioni. L’allarme aereo, i soldati tedeschi, la paura che qualcosa di brutto potesse succedere. Mia madre dice che sono stato allevato con il suo latte tra un allarme e l’altro, latte fatto di paura.

La mia era una famiglia in qualche modo strana. Mio padre è stato arrestato dai tedeschi come “partigiano”; mia madre e tutti i miei zii erano fascisti convinti, idealisti che ci hanno rimesso del proprio per la loro convinzione. Eppure per tutti allora la “liberazione” fu un sollievo, tranne forse per qualcuno che aveva esagerato.
Le madri e le mogli, nella mia esperienza le zie, finalmente potevano sperare di rivedere i loro mariti ed i loro figli tornati dalla guerra e dai campi di prigionia.
Finalmente non si doveva più aspettare di essere “richiamanti”, si poteva sperare di avere pane e latte a sufficienza, di non dover comperare alla borsa nera del burro fatto di acqua.
Finalmente non si doveva aver paura se qualcuno bussava alla porta, anziché usare il campanello. Finalmente si potevano tenere alla sera le finestre aperte e le luci accese.
Finalmente si era liberi di vivere!

Ecco secondo me cosa è stata “la liberazione”, non quello che si sente nei discorsi retorici di vecchi fossilizzati in schemi di memoria o giovani che non hanno mai provato cosa sia la guerra: la guerra non è stata la mancanza della “nutella”, ma la mancanza dello zucchero, non il divieto di andare in discoteca, ma il divieto di uscire, di trovarsi, di cantare e divertirsi, la paura di non esserci più il giorno dopo.

Ecco perché il 25 Aprile io mi arrabbio; perché emeriti imbecilli di destra, di sinistra o che non sanno dove stanno, strumentalizzano al loro fine di propaganda la sofferenza di una nazione, e chi la vissuta in prima persona non può che averne un feroce ribrezzo.



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