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 Anno II n° 10 del 25/05/2006    -   PRIMA PAGINA



Itaraq – Cos'è!

Di Giacomo Nigro


Mentre vengono a galla i costi, ma soprattutto gli sprechi, della "missione di pace" in Iraq, anche in ambienti vicini ai militari c'è chi sostiene, dopo l'ultimo attentato, che l'Italia si trovi invischiata in un conflitto che mira a sopprimere una resistenza popolare armata e che assume sempre più i connotati di una guerra civile.

Leggendo i dati contenuti nella monumentale relazione pubblicata sul sito dello Stato maggiore della Difesa, tutta l'operazione Antica Babilonia appare come una voragine che inghiotte finanziamenti record distribuendo pochissimi aiuti. O meglio, i conti mettono a nudo la realtà che si vive a Nassiriya: non è una missione di pace, ma una spedizione in zona di guerra. Finora infatti sono stati stanziati 1.534 milioni di euro, poco meno di 3 mila miliardi di vecchie lire, per consegnare alla popolazione della provincia di Dhi-Qar poco più 16 milioni di materiale finanziato dal governo: un rapporto di cento a uno tra il costo del dispositivo militare e i beni distribuiti. In realtà, però, la spesa totale per le forze armate italiane a Nassiriya è addirittura superiore a questa cifra: tra stipendi, mezzi distrutti ed equipaggiamenti logorati dal deserto la cifra globale calcolata da “L'Espresso”, consultando alcuni esperti del settore, si avvicina ai 1.900 milioni di euro.

Per il nuovo governo di centro sinistra è già tempo di scelte se intende di rispettare gli impegni presi con l’elettorato. Si ricorderà inoltre che, durante il dibattito sulla fiducia al Governo Prodi al Senato dei giorni scorsi, il nuovo Premier ha risposto alla gazzarra dell’opposizione ricordando che persino il Governo Berlusconi aveva annunciato un disimpegno entro la fine dell’anno.

Insomma pare ci si sia resi conto da tempo che il gioco non vale la candela eppure in Iraq sta prendendo forma il "team di ricostruzione provinciale" italiano che, secondo gli impegni presi con gli USA, a fine anno dovrebbe subentrare alla nostra missione militare. Vedremo ora quale sarà l’atteggiamento di Prodi che, si sa, è vincolato da impegni di alleanza difficili da accantonare.

Negli Stati Uniti, intanto, le voci favorevoli a un ritiro immediato aumentano giorno dopo giorno, anche fra i militari, e in nome degli interessi nazionali. Ma, chi sostiene che gli USA sono andati in Iraq per restare e che un ritiro completo non ci sarà mai, non demorde; anche se un recente emendamento del Senato alla legge che stanzia altri fondi per la guerra vieta esplicitamente di utilizzarli per stabilire basi permanenti in Iraq o per controllare il petrolio del paese.

In Iraq intanto non si ferma la violenza. Già 100.000 persone sono state costrette a fuggire dalle loro case da una campagna di terrore cui partecipano squadroni della morte ben addestrati. A cinque mesi dalle elezioni un nuovo governo sembra essere imminente mentre anche fra gli sciiti cresce il risentimento nei confronti degli occupanti.

Il rebus che attende al varco il nuovo Governo è di quelli che fanno tremare le vene ai polsi. Quasi certamente la “soluzione Zapatero” è una soluzione difficile per un governo armato di cacciavite.



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