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 Anno II n° 10 del 25/05/2006    -   TERZA PAGINA


La critica
Il Codice da Vinci: tutti nella rete

Di Daniela Losini


Chi scrive è convinta che chi legge, chi frequenta una sala cinematografica, chi ascolta musica - definiamolo pubblico consapevole, non solo un agglomerato di consumatori indiscriminati – sia intelligente e dunque perfettamente in grado di discernere.

Non conosciamo le regole alchemiche e misteriose per le quali un romanzo riesce a diventare un successo planetario (né scoprendole queste regole, potrebbero fornirci la comprensione cristallina del fenomeno), seguito dall’inevitabile corollario di discussioni più o meno accademiche (leggi: noiose).

Il Codice da Vinci è una suggestiva amalgama di misticismo, pruderie anticlericale, simbolismo e nozioni di storia dell’arte, adagiata sull’alcova del puro e lecito intrattenimento. Niente di più.

La polemica innescata da alcune frange estremiste che ci vorrebbero far credere vicine all’Opus Dei (vale per tutti il famoso mantra: “purchè se ne parli” e dunque nessuno a tal cospetto è innocente) risulta così malaccorta da essere preziosa: lo specchio di una società che quasi nulla ha di nuovo da dire e che fagocita ogni cosa con ingordigia, si riflette nella bagarre. Fiumi di parole (comprese queste) che forse non appassionano, non coinvolgono, non generano dibattiti perché l’assunto di partenza è scricchiolante. Un esempio per tutti: che importa se Gesù ha avuto una discendenza femminile? All’interno di un dibattito cristiano può avere una qualche rilevanza - dato che si tratta di materia religiosa è lecito che possa interessare chi la professa/predica - ma trattandosi di narrativa e dunque invenzione (non si contesta la finzione tutt’altro semmai si contesta il voler far passare come reale l’ennesima suggestione e scandalizzarsi al cospetto di talune teorie vuol dire avallarle) è lecito domandarsi: che senso ha gettare scomuniche?

Idem per la pellicola: la si prenda per quello che è, la si percepisca nella sua più nuda e concreta natura ovvero puro cinema di genere e dunque un thrillerone di patinata fattura e confezione, assente di virtuosismi d’autore, ben confezionato, lungo e a tratti noiosetto, infarcito di rimandi evocativi e cento e più girandole narrative arzigogolate condite da dosi massicce di furba capacità manipolativa. Suggerire che siamo vittime di un complotto o che qualcuno ci abbia nascosto la “Verità” ha una potere dirompente: fa scattare il desiderio di alzare il sipario e dunque si guadagna subito l’attenzione che anela.

Verità contro finzione: distinguere è sempre possibile. Alla fine ognuno si sceglie la bugia alla quale credere.



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