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 Anno II n° 14 del 20/07/2006    -   PRIMA PAGINA


Che fare in politica estera?
Dall’Afghanistan all’Iran, c’è di mezzo Israele

Di Giovanni Gelmini


Dire che la situazione oggi in medio oriente parte da lontano è una affermazione scontata, ma è un punto di partenza necessario se si vuole vedere il futuro. Vi è stato un momento in cui la politica estera statunitense ha spinto per la pace. A Camp David, con l’azione di Jmmy Carter, si arriva ad un accordo di pace “storico”, che, con la nuova via che si è aperta allora dei rapporti tra palestinesi e israeliani, ha fruttato tra le altre cose due nobel per la pace a Menachem Begin e a Yasser Arafat e una speranza per il futuro. Ma questo percorso verso la giusta convivenza libera ed in pace è stato bruscamente interrotto dall’omicidio di Begin.

Dalla morte di Begin in poi la pace si è sempre di più allontanata. La politica estera USA ha coperto il dietro front israeliano e le inadempienze di quello stato di fronte alle risoluzioni dell’ONU e ai patti sottoscritti. Interessi “strani” e visioni imperialistiche del ruolo degli Stati Uniti nella politica mondiale, legato ad una visione integralista poco utile, hanno portato a smantellare quell’equilibrio fragile che esisteva.
Ormai è chiaro l’immenso errore della Guerra Santa voluta da Bush in Iraq. Nessuno può difendere Saddam Hussein, ma averlo tolto senza essere stati in grado di sostituirlo con un governo autorevole e riconosciuto dal modo islamico ha solo rafforzato il ruolo egemonico di Iran e del terrorismo fondamentalista.

Oggi possiamo misurare la tragedia che ha provocato: l’affermarsi in modo deciso dell’integralismo non solo in Palestina, ma anche in Somalia, la riapertura della belligeranza tra Israele e Palestina e Libano, la messa in difficoltà dei paesi vicina al modo occidentale come Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Giordania. Il dilagare degli attentati nei paesi occidentali e orientali come il Pakistan e l’India, la voce grossa della Corea del Nord.

L’unica carta che sarebbe stata da giocare urgentemente 10 anni fa era la ripresa del confronto pacifico tra palestinesi ed israeliani. Ma questa via non avrebbe portato benefici ai sostenitori di Bush, alle forze imperanti nel Pentagono. Per fare questo occorreva un politico, non un integralista qual è Bush.

Oggi è diventato molto difficile capire quali siano le vie da percorrere perché, se è vero che la guerra non porta alla pace, è altrettanto vero che non si può lasciare lo spazio ai nuovi nazisti islamici che muovono le fila del terrorismo.

Ecco che i problemi diventano complicati. Da una parte abbiamo un modo di gestire la politica da parte di Bush che deve essere rifiutato in modo deciso, i Capi di Stato al G8 lo hanno fatto mettendolo in minoranza, ma questo non basta perché lui agisce da Padrone del Mondo e così si permette di lasciare che Israele prosegua negli attacchi, prima di chiedere il cessate il fuoco e non si accorge che questo metodo lo rende di parte, odioso a tutti gli altri e non titolabile per una missione di pace, come non lo possono essere Siria e Iran.
Dall’altra i pacifisti chiedono i ritiro delle forze di pace, ma se questo se avvenisse sarebbe molto pericoloso. Abbandonare al proprio destino territori come l’Afghanistan, che, attraverso la coltivazione di papavero da oppio, è un paese in grado di finanziare il terrorismo oltre che distruggere con la droga la nostra debole civiltà, sarebbe una mossa sbagliata.

In politica estera oggi si deve agire in due direttive: riaffermare il ruolo centrale dell’ONU, che ha perso fin troppo smalto, e dare un'azione comune e importante alla UE.

Il problema delle “missioni di pace” italiane passa in secondo piano rispetto a quelle due. Un dissenso oggi sul mantenimento degli impegni militari internazionali presi, che si traduce in una perdita di credibilità della maggioranza, porterebbe come conseguenza diretta il ritorno alla politica suicida filoimperialista ed antieuropeista instaurata da Silvio Berlusconi, con la sicura conseguenza di arrivare ad una vera terza guerra mondiale che ci vedrebbe direttamente coinvolti.

Non credo che questo possa essere un risultato accettabile, dettato da un pacifismo sicuramente troppo legato ad un idealismo... bello, ma non raggiungibile immediatamente. In questo momento occorre scegliere il male minore.



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