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Dopo i Bronzi di Riace, a Firenze un’altra grande esposizione di un capolavoro d’arte greca recuperato dalle profondità marine


Di Cristina Acidini e Maurizio Michelucci(*)

La statua bronzea di atleta che viene esposta a Firenze, nella prestigiosa sede di Palazzo Medici Riccardi nella mostra organizzata dall’Assessorato alla Cultura e Turismo della Provincia, è stata eccezionalmente concessa in prestito da parte del Ministro della Cultura della Croazia in riconoscimento del contributo offerto dall’Opificio delle Pietre Dure al suo lungo e complesso restauro.

Dopo il suo recupero dal mare di Lussino, la statua è stata restaurata a Zagabria dall’Istituto croato per il restauro, con la partecipazione di scienziati e tecnici dell’Opificio. Le hanno dedicato studi di carattere storico-artistico ed archeologico i professori di archeologia classica Nenad Cambi, dell’Università di Spalato, e Vincenzo Saladino, dell’Università di Firenze.

Il bronzo ha dimensioni leggermente maggiori del vero (è alto m. 1,92) e raffigura un atleta nudo che con la mano destra doveva impugnare uno strigile: ovvero, lo strumento in bronzo con una sorta di “lingua” concava ed arcuata usato dagli atleti per detergere l’olio di cui si cospargevano prima delle gare. Il tipo statuario è conosciuto da almeno otto repliche grandi e piccole di età romana, di cui la più significativa era sinora quella bronzea conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, proveniente da Efeso, e doveva derivare quindi da un originale greco ben noto ed ammirato nell’antichità.
A causa della perdita dello strigile, rimane incerto determinare l’azione che l’atleta sta compiendo, se cioè esso si stia raschiando il polso sinistro o se con la mano sinistra stia pulendo la “lingua” dello strigile stesso dopo l’uso. Nel primo caso, il più probabile, si tratterebbe di un “apoxyòmenos”, di un atleta, cioè, che si sta togliendo via l’olio ed il sudore dopo la gara. Il più famoso Apoxyòmenos era opera, anch’essa in bronzo, del grande scultore greco Lisippo e fu creata attorno al 325 a.C. Tanta era l’ammirazione che circondava l’originale, che esso fu portato a Roma da Agrippa per ornamento delle terme da lui costruite presso il Pantheon all’inizio del I sec. d.C.

Per la datazione dell’Atleta della Croazia, alcuni elementi relativi alla tecnica di fusione e di rifinitura della superficie bronzea e l’analisi al Carbonio 14 di un nocciolo di pesca rinvenuto in una gamba della statua, resto del pasto di un piccolo roditore che aveva fatto lì la sua tana, indicano una datazione verso il 50-40 a.C., quando a Roma Cesare era dittatore, o poco dopo.
Confronti di carattere stilistico conducono invece a datare l’opera originale, il cosiddetto “archetipo” dalla quale la nostra statua è derivata, agli anni attorno al 360 a.C. Si tratta quindi di un’ottima copia dell’ultima età repubblicana, la migliore fra quelle che ci sono pervenute dall’antichità, eseguita in ambito culturale greco, con molta probabilità in qualche ricca città dell’Asia Minore. L’archetipo sembra di circa un trentennio più antico del capolavoro di Lisippo. Secondo Vincenzo Saladino, l’atleta raffigurato sarebbe un pugile, vincitore nelle gare “juniores” (ragazzi sino a 18 o 19 anni) in questa disciplina: ne sarebbe indizio il contrasto fra il volto ancora da adolescente ed il corpo caratterizzato da possente muscolatura, proprio grazie alla quale era risultato vincitore nei confronti dei coetanei. Per Nenad Cambi, si tratterebbe invece di un lottatore.

Per quanto riguarda lo scultore autore dell’archetipo, si possono solo fare supposizioni: si è fatto il nome di Dedalo di Sicione e di Policleto il Giovane, ricordati entrambi dalle fonti antiche come autori di statue di apoxyòmenoi precedenti a Lisippo. È molto improbabile che si tratti del ritratto naturalistico del personaggio di cui si celebrava la vittoria. Ancora in quest’epoca, soprattutto nel caso di privati cittadini, si può pensare ad una raffigurazione di carattere astratto che tiene conto dell’età del soggetto rappresentato e, per quanto riguarda gli atleti, della costruzione del corpo legata alla disciplina praticata.
E per venire al rapporto della nostra statua con i due Bronzi di Riace: nella storia dell’arte greca, l’archetipo va collocato circa cento anni dopo la statua più antica (statua A), e settanta-ottanta anni dopo quella più recente (statua B). A prescindere dalle differenze oggettive tra i personaggi, il nostro atleta mostra un modellato morbido ed evoluto e una maggiore espansione nello spazio dei movimenti.
Inoltre la presenza di un dato negativo, com’è la capigliatura intrisa di sudore, denota il profilarsi una prima crisi dello stile
classico ed è segnale del prossimo ellenismo, incline al naturalismo e disinteressato alla perfezione. 
E infatti in passato altri studiosi, per questa considerazione, hanno proposto datazioni più tarde, collegando in qualche modo anche questa statua alla scuola del grande Lisippo, attorno al 330 a.C.

La data del naufragio è da porre attorno al 110 d.C. e si basa sulla datazione ottenuta tramite un’altra analisi al C14, su di un frammento di legno carbonizzato. Rinvenuto all’interno della gamba destra, il frammento è da collegare con un restauro della statua in vista della sua destinazione finale: probabilmente si prevedeva di sistemarla in esposizione in una grande villa signorile nell’Adriatico settentrionale.


(*) Direzione scientifica della mostra “Apoxyomenos- l’Atleta della Croazia”

Argomenti: #apoxyòmenos , #archeologia , #arte , #arte antica , #croazia , #firenze , #grecia , #restauro , #scultura

Leggi tutti gli articoli di Cristina Acidini e Maurizio Michelucci(*) (n° articoli 1)

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