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 Anno II n° 18 NOVEMBRE 2006    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi


Tra intolleranza e mistificazione
Il velo islamico questo misconosciuto

Di Giovanni Gelmini


Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti discosto alquanto dal viso...“ Chi si nasconde dietro al velo? Una donna islamica? No signori miei, è la Monaca di Monza nella descrizione magistrale fatta dal Manzoni ne I Promessi Sposi.

Assistiamo ancora una volta ad un dibattito riportato e amplificato dai mass media che è indegno, fatto di falsità.

Il panno che ricopre la testa delle donne non è solo una tradizione islamica, è anche una nostra tradizione.
Credo che tutti, se non mistificassero, potrebbero ricordare che fino agli anni ’50 una donna non si sarebbe sentita a posto se fosse uscita di casa con la testa scoperta; ecco cappellini di varia forma e gusto, con veletta o senza veletta, o semplici fazzoletti colorati o neri a secondo della condizione della donna, ma l’imperativo era coprire la testa. Ma era la civiltà maschilista ad imporre ciò?

E quando mai? Il cappellino, che era oggetto di derisione da parte dell’uomo, era invece al centro delle chiacchiere femminili.
Era quindi la cultura femminile ad imporlo, la voglia di essere parte del branco, null’altro. Quella che oggi si chiama “moda”.

C’è poi l’aspetto religioso. In chiesa la donna deve entrare per tradizione con il capo coperto e l’uomo a capo scoperto, anche se non troviamo traccia di tale obbligo nel Vangelo, si tratta solo di una regola che è recepita da una tradizione millenaria. Cosi la Madonna è sempre rappresentata col “velo” e ancora oggi le suore portano il “velo”. Questo tutti lo dovrebbero sapere.

E l’Islam come si pone?
Il Corano ne parla, ma, a differenza dei Vangeli, il Corano entra anche nel merito di indicazioni pratiche di vita. Cosa dice ecco in una delle tante traduzioni disponibili.

E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, oh credenti, affinché possiate prosperare” Sura XXIV An-Nûr (La Luce)

In varie traduzioni il velo è sostituto dalla parola “panno”, ma per coglier il significato del versetto si deve necessariamente passare attraverso l’ambiente dell’epoca in cui è stato scritto.

Khaled Fouad Allam, insegnante di sociologia del mondo musulmano all’Università di Trieste, fa alcune considerazioni in questo senso:
“Storicamente, lo hijab non ha mai rappresentato un dogma nell'islam, un'obbligazione giuridica o un simbolo religioso, anche se oggi lo si vuol far passare come tale.”
I giuristi dell'islam classico - quelli all'origine della formulazione del diritto musulmano per le quattro grandi scuole giuridiche dell'islam - non hanno mai teorizzato sul velo. Il celebre giurista Qayrawin, morto nel 996, fondatore dell'università teologica di Fez in Marocco, parla del velo soltanto in riferimento alla preghiera rituale, quando le donne si recano in moschea per la preghiera del venerdì: e la parola che usa è khimar, un velo che copre la donna dalla testa ai piedi. Egli non usa mai la parola hijab; lo stesso avviene per gli altri autori di quel periodo.”
La spiegazione è semplice: “Lo hijab è un'invenzione del XIV secolo e non ha un effettivo fondamento nel testo coranico. Nel Corano la parola hijab, che deriva dalla radice hjb, non indica un oggetto ma un'azione: quella di velarsi, di tirare una tenda, di creare un'opacità che impedisca lo sguardo indiscreto.”

Quindi il precetto non è indossare un qualcosa, ma il comportamento non provocante, un precetto morale quindi. È perciò fuori discussione che non può esserci imposizione religiosa su un capo di vestiario, così come è anche il nostro sentire.

Ma la discussione che si è aperta oggi va ben oltre la negazione del “Dovere del velo”, impone il contrario, il “divieto ad indossare il velo”.
Questo viene giustificato in vario modo: ad esempio l’On. Pier Ferdinando Casini ha dichiarato che “ciascuna persona ragionevole e mediamente informata sa che il velo per gran parte degli estremisti islamici è un simbolo di lotta politica”. Ma da dove tre questa affermazione? Siamo così sicuri?

Se ci rifacciamo alla prima disputa avvenuta in Francia nel 1989, quando alcune ragazze musulmane si presentano a scuola con il velo islamico, le ricerche sociologiche fatte allora mostrarono che la ragazze non furono indotte o costrette dalle famiglie e neppure da integralisti e agitatori ad indossarlo, ma che questa era stata una scelta autonoma, a volte compiuta contro il volere dei genitori.
Perché pensare ora ancora che vi sia necessariamente un'imposizione esterna e che non sia una scelta personale da rispettare?

Non è che l’idea “femminista” del modo di vestire di qualche onorevole è degna di essere imposta invece del velo?
Personalmente vieterei allora alle ragazze di mostrare i loro salsicciotti indecenti che trasbordano dai calzoni a cintura bassa, ma è evidente che è assurdo pensare ad questo tipo di imposizioni.

Mi piace ricordare ancora una volta la nostra costituzione:

Art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Art. 19 “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto...”

Ancora una volta i politici e gli opinionisti mostrano una profonda ignoranza della nostra costituzione e questo è veramente da condannare. Ogni giorno si fa sempre più sentire il giudizio di parte assunto come verità, il mentire come strumento di verità. La prevaricazione come cosa lecita e dovuta.

Se si vuole agire bisogna sempre farlo con equità.
Bene! Allora vietiamo pure il velo islamico, ma vietiamo alle suore di usare il loro storico velo, ai preti di usare la tonaca, alle ragazze di indossare la minigonna, di girare con maglioni sgargianti o vestite di nero, agli anziani di indossare la cravatta o mettere la pelliccia, di... vivere in libertà. Obblighiamo tutti a vestire un divisa identica e scelta dal dittatore del momento. È questo che vogliamo?

Io non ci sto e condanno chi continua a mettere zizzania e ad innescare discussioni inutili per mantenere alta la paura del diverso, facendo così crea la necessità dell’uomo forte che ci difenda.



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