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 Anno III n° 3 MARZO 2007    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi



Cindia: qualcosa che cambia il mondo
Vediamo i meccanismi con cui si muovono due colossi, Cina e India, che ormai sono nella condizione di essere primi nel mondo
Di Giovanni Gelmini


Da tempo l’Asia ci sorprende. Se la consideravamo un mondo fonte di mille leggende, meta interessante ed esotica per viaggi, centro di filosofie e religioni spirituali, oggi la troviamo una fucina di “economia”, con uno sviluppo diverso dal nostro e metodi di relazioni politiche che riusciamo a capire con difficoltà.

Nel secolo passato ci ha stupito il Giappone che, mantenendo una struttura essenzialmente feudale, ha saputo porsi, dopo il disastro della seconda guerra mondiale, tra le prime economie del globo. Spesso confondiamo Taiwan e Corea del Sud con il Giappone, ma sono altre realtà, seppure legate all’Impero del Sol Levante. Ora scopriamo che l’economia della Cina, malgrado ampie sacche di povertà, ha già superato molti dei paesi industrializzati, in questi anni sta superando Gran Bretagna e Germania e si prevede che prima della metà del secolo supererà anche gli Stati Uniti e sarà la prima potenza economica del mondo. Quando pensiamo all’India siamo portati a crederla un paese povero e per molti versi lo è, ma anche l’economia indiana sta già superando l’Italia e si stima che entro il 2020 avrà sorpassato anche la Germania.

Verso questi paesi abbiamo un atteggiamento ambiguo, li consideriamo fonte di una cultura millenaria da studiare e di cui appropriarsi (quanti abbracciano le loro filosofie!) e nello stesso tempo li consideriamo dei quasi pezzenti. Spesso ne abbiamo paura ed è una paura diversa da quella che ci possono fare i mediorientali o altri cosiddetti extracomunitari: è la paura di essere “invasi” di diventare loro schiavi. Infine abbiamo paura della loro potenza.

Forse su questa base la Cia nel rapporto Mapping the future vede la possibilità che alcune parti dell'Asia, ora divise in nazioni diverse, possano unirsi.
L’idea espressa in questo rapporto è: «Se non intervengono improvvise inversioni nel processo di globalizzazione e rivoluzioni nei paesi interessati la Cina e l’India diventeranno due potenze di primo rango» e se questo, come probabile, si realizzerà, per gli Stati Uniti si verificherà la necessità di un riallineamento geopolitico.
Il quadro descritto come possibile evoluzione vede un blocco fatto da paesi del Sud-Est asiatico, Malaysia, Singapore, Thailandia e altre nazioni, vicine all’India e così costituire un contrappeso geopolitico alla Cina.

La Cina, l’India, il Brasile e l’Indonesia vengono definite nazioni «arriviste» che possono «rendere obsolete le vecchie categorie di Est ed Ovest, Nord e Sud, allineati e non allineati, sviluppati e in via di sviluppo».

La Cina sta seguendo il modello classico di sviluppo dell’estremo oriente: un forte governo che promuove e regola la crescita capitalistica. L’India sembra orientata verso un altro modello con una “società” che rimedia alle deficienze dello Stato, un modello che è stato quello degli Stati Uniti d’America, ma qui il parallelo ferma, perché le profonde radici culturali, storiche e sociali dell’India, nulla hanno a che vedere con la breve storia degli Stati Uniti e non saranno certo Coca Cola o Hamburger ha cambiare un paese legato in modo intenso alla suo modello di vita.

Lo sviluppo della Cina oggi è molto veloce, anzi troppo, se il governo si preoccupa di fissare un tetto alla crescita. L’abbandono del vecchio modello comunista è divento ormai evidente e viene perfino tutelata la proprietà privata, ma questo non riduce il centralismo della conduzione del paese. Una riprova di questo sviluppo lo troviamo nei disavanzi commerciali con i paesi asiatici cresciuti a dismisura e questo porta ad una loro interdipendenza con la Cina. I saldi attivi con i paesi occidentali, invece, portano valuta pregiata. Anche sotto l’aspetto finanziario la Cina si è sviluppata e dal 1992 al 2003 ha collocato in Borsa 175 miliardi di dollari di cui 80 in Borse estere. Dopo l’industria, nel 2003 la Cina è entrata di forza anche nei settori finanziari, bancari, assicurativi e dei servizi. La forte differenziazione dell’economia cinese al suo interno, poche province ricchissime e molte province agricole povere, pone il problema che un eventuale collasso dell’economia cinese, a causa delle interdipendenze sopra citate, si trasformerebbe in un disastro economico di tutta l’Asia e successivamente le ripercussioni sarebbero a livello mondiale.

È opinione comune che la Cina viva solo sulla contraffazione dei prodotti occidentali, ma questo è sicuramente solo il passaggio iniziale della sua industrializzazione. La politica di costruire megalopoli dove è possibile sviluppare industrie manifatturiere e servizi, ha creato posti dove la crescente domanda interna e l’aggregazione dei produttori generano ampie possibilità di nascita di nuove idee tramite la cross-fertilization e siamo quindi di fronte a un paese che sempre di più può immettere sul mercato prodotti autenticamene nuovi. Questa tendenza alla creazione delle megalopoli è caratteristica anche dell’India. Pensare di difendere i nostri mercati con barriere doganali è una pura imbecillità, l’unica nostra difesa è saper innovare anche noi con la stessa velocità e smetterla di sostenere imprese decotte.

Se vogliamo evitare di essere travolti da questi giganti dobbiamo avere comportamenti comuni nei rapporti con loro, stabilire regole che siano chiare, che non cambino a seconda degli interlocutori e delle convenienze. Per noi è necessario che sia l’Europa a stabilire queste regole, non i singoli Stati. Cina e India, come i paesi dell’Africa, devono essere coinvolti in queste regole in modo che queste non siano viste come “difficoltà da superare”, ma come un modo di interagire positivamente.



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