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 Anno III n° 5 MAGGIO 2007    -   TERZA PAGINA



Il futurismo: eroismo per passione

Di Serena Bertogliatti


Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità. Così si apre il manifesto del Futurismo, scritto nel 1909 da Marinetti – poeta, romanziere, drammaturgo ed editore, e famoso sopra a tutto perché esponente di quest'avanguardia feroce dell'Italia agli albori del ventesimo secolo, smaniosa di partecipare attivamente al presente – e al futuro, ovviamente.

Siamo alle porte della Prima Guerra Mondiale; le prime automobile si muovono per le strade, il Positivismo promette tecnologia svettante e risolutrice; Henry Ford lavora a un'idea di futuro costruibile su catene di montaggio, in America – ma siamo in Italia, e le innovazioni e le rivoluzioni a beneficio di tutti sono più nelle teste che nella realtà.

Il già citato Filippo Tommaso Marinetti, assieme al forse più famoso Umberto Boccioni (autore della dinamica scultura Forme uniche della continuità nello spazio), e a Giacomo Balla, Carlo Carrà, Antonio Sant'Elia, sono i rappresentanti, in qualità di artisti, della più intollerante reazione all'Italia ancora agricola dei primi del Novecento.
La loro è una lirica che non vuole saperne d'essere descritta come da manuale.
Rifiutano la storia, e l'importanza della storicità poiché passata; rifiutano ogni convenzione, con il fermo proposito di abbattere come alberi ogni sentore d'immobilità, vecchiume, conformismo; i loro quadri inneggiano alla velocità delle automobili, le loro statue sono movimento; i loro versi su carta riducono all'osso la lingua italiana per buttarsi sull'infinito come Verbo Sommo concedendo ampio spazio alle onomatopee.

Abbatterebbero ogni museo e biblioteca schiaffeggiando il moralismo perché segno d'allarme di una viltà non accettata; vogliono la guerra, i futuristi, la reclamano a gran voce senza preoccuparsi di rintracciare dei motivi tattici.
Non sono strateghi, né politici: sono artisti.
Vogliono la guerra – sola igiene del mondo, così definita – e il militarismo, e il patriottismo!
Urlano a gran voce l'intrinseca bellezza del gesto distruttore.
Le automobili hanno cristallizzato l'essenza stessa di quest'arte: l'incessante, febbrile movimento. Si invocano l'insonnia e la frenesia – con uno spirito profetico, a proposito della frenesia, non da sottovalutarsi, benché forse questi cocenti animi non avessero anche calcolato tutto lo stress che, nella vita quotidiana, ne sarebbe venuto di conseguenza.

Il Futurismo nasce con in sé la potenza di un movimento rivoluzionario, con l'unica differenza che, anziché rivoltarsi al proprio Paese natio, vi si appella richiedendo più tenacia e ferocia, più sangue e combattimenti e vittime.
Gli artisti per primi, s'intende – e porteranno avanti i principi declamati con una coerenza che si potrebbe definire, senza scadere nella metafora, “letale”.

Marinetti si arruola durante la Prima Guerra Mondiale, volontario, dopo aver fondato il Partito Politico Futurista – troppo estremo per l'Italia dei tempi (tra i propositi portati avanti c'è l'abolizione del nucleo famigliare come educatore dei figli, che vorrebbero essere educati direttamente dallo Stato), che preferirà un Mussolini più saldamente ancorato in un revival di guerresca romanità. Anche Boccioni partecipa al conflitto, ma si ricrederà sulla guerra, concludendo le sue impressioni a proposito in un'equazione: guerra=insetti+noia.
Dovremo attendere l'Ermetismo per avere reportage poetici di Guerra come fonti storiche del conflitto, perché i futuristi nascono e muoiono realizzandosi.
La loro è una poetica troppo distante dalla realtà loro coeva. Rifiutando il lato storico e tradizionalista dell'Italia rifiutano l'Italia stessa, il cui valore allora riconosciuto (e a tutt'oggi) è composto per una buona fetta di testimonianze artistiche passate.
I Futuristi parlano di una città ideale, grande quanto un Paese, che per essere realizzata necessiterebbe di partire da zero, radendo al suolo ogni traccia di ciò che fu; neanche la Seconda Guerra, così invasiva nella devastazione, ci riuscirà.

Parlando di Futuristi, parliamo di Eroi. Mancati.
Persone pronte a non temere la morte – ma anzi già in posizione per andarle incontro in piena carica – pur di dare un valore all'idea che li univa.
Di loro rimangono le opere, quel fervore impresso sulle tele con pennellate schizzate in disegni incapaci d'immobilità; nelle parole che cercano di essere forti come il singolo suono che le produce, onomatopee di guerra urlate sulla carta e la speranza che la stasi possa essere frantumata dal ruggito di un motore.



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