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Lo stupro del simbolo

Noi assegniamo emotivamente significati simbolici ai segni, ma usi maniacali dei simboli o il legame a fatti storici scioccanti possono modificarne il significato ad esso attribuito

Di Serena Bertogliatti

Il simbolo è il più forte mezzo comunicativo, e il più antico.
Lo ritroviamo oggi nella creazione di loghi, elemento base di presentazione di qualsiasi prodotto su larga scala la cui diffusione debba spezzare barriere di lingua e culturali, poiché il simbolo è universale.
Ha un significato così archetipale e ampio da comprendere tutte le sfumature di un concetto, e rappresentarlo quindi con forza – la forza del messaggio totale, e quindi equivocabile e fraintendibile.
È puro, e non ristretto dai limiti che invece le allegorie e le parole hanno – eppure anche queste sono di libera interpretazione, e sulla lettura dei testi sacri fondamentali ci sarebbe un ampio discorso da aprire – non ha capacità di smentire ciò che gli viene accostato. Oltretutto, sa essere riassuntivo di concetti al di là del bene e del male, e antecedente alla formazione e applicazione di una morale, contiene opposti – ed è difficile, quando l’ago della bilancia propende più da una parte che dall’altra, riportare l’equilibrio.
Si trovano molti esempi ma quello che ha forse più segnato il nostro tempo è la svastica. Basta la parola a richiamare alla mente una croce uncinata nera, in inequivocabile accordo cromatico con rosso e bianco – e da lì il passo al nazismo è breve, fulmineo come un tabù. Ma la svastica non nasce con il nazionalsocialismo, che ha semplicemente ripreso – portando a termine un lavoro iniziato dal Romanticismo – il mito germanico e norreno (ossia antico nordico) e poi induista, calcando la mano sugli aspetti più eroici ed epici dei propri antenati, in contrapposizione alla mitologia cristiana.

La svastica, nel bacino culturale germanico anche chiamata Fylfot (“a quattro piedi” o “a più piedi”) o “croce di Thor” – dio del Tuono, rappresentazione della forza in forma di fulmine che rappresenta il lato più energico delle piogge fecondanti – è la raffigurazione del mondo nel tempo, sorta di ruota della fortuna il cui girare equilibra forze negative (in discesa) e forze positive (in salita). È la celebrazione della vita (generale, non solo umana) come movimento, dove invece la stabilità è sinonimo di morte delle cose.
Ma non è di origine germanica la parola “svastica”; il nazionalsocialismo optò per la nomenclatura di origine sanscrita: svasti significa “essere buono”, “essere fortunato”; un augurio. Nell’induismo è legata al dio creatore Brahma: in senso orario è simbolo dell’evoluzione dell’universo, in senso antiorario dell’involuzione. Per il buddhismo rappresenta l’armonia universale data dall’equilibrio che si crea tra gli opposti. Appare tra i nativi in America, nella mitologia celtica e in quella slava, e mai con un significato prettamente negativo.

Altro simbolo demonizzato a seguito della Seconda Guerra e strappato al significato originale è quello adottato per il corpo delle Schutzstaffel, meglio conosciute come “SS”.
La doppia consonante non è una stilizzazione grafica della “S”, ma una “runa” presa dal futhark – l’alfabeto scandinavo in uso prima che le lingue europee entrassero nell’uso comune.
Sig, o Sól nell’originale norreno, significa “sole”, e la forma a fulmine rappresenta ancora una volta il collegamento tra cielo e terra.

Esempio molto più antico di questo processo di demonizzazione è avvenuto con il capro, che il Cristianesimo additò come diabolico perché in evidente connessione con la primordialità degli istinti – che, come si sa, per la religione di Cristo in terra non sono mai stati visti come via ottimale per il Paradiso, semmai come scorciatoia per l’Inferno.

Il capro era allora legato al culto di Pan, il fauno di dionisiaco spirito ben accolto nel baccanali quanto causa di repulsione per i casti fedeli della religione monoteista.
Demonizzando culturalmente gli istinti legati alla terra, la creazione di un tabù, relativamente ai singoli ad essi collegati, diviene un passo breve da fare – altrettanto breve quello che lega alla svastica un senso di terrore, reazione al dramma storico avvenuto.
Il fylfot, massima rappresentazione visiva del nazismo proprio grazie alla propria genericità, ha ereditato il senso di terrore che la Seconda Guerra ha lasciato, oscurandone i lati positivi e rompendo quindi l’equilibrio che lo rendeva universale.

Ma il simbolo rimane, perché il suo significato è intrinseco e archetipale, e – attendendo che gli strascichi culturali addossatigli dalla storia si stacchino del tutto – conserva il concetto a cui si ricollega originariamente.

Quanti simboli ancora, oggi, noi leggiamo erroneamente?
Quanti ancora vengono sepolti dal tabù, venendo scartati dalla lista di tasselli che ci aiutino a comprendere?
La paura del mostro acceca noi più che lui.

Argomenti: #cultura , #saggio , #simbolo , #società , #svastica

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