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 Anno III n° 7 LUGLIO 2007    -   TERZA PAGINA


La tradizione siciliana non sfiorisce mai
E caru miu!
Una frase, un segreto per vivere
Di Adriana Di Mauro


Don Turi Fragalà, detto “E caru miu!” era un uomo di poche parole.
Qualunque cosa gli chiedessero, alla risposta faceva da introduzione sempre la stessa frase: E caru miu!…*
Questo “vezzo” gli aveva fatto guadagnare quella ‘ngiuria.
Era un uomo di piccola statura, dalla barba già ispida a poche ore dalla rasatura, gli occhi lucidi e vivaci come due tizzoni ardenti, la bocca dritta, senza espressione, tanto da sembrare una delle rughe profonde che gli tagliavano la fronte. Faceva il mulattiere, mestiere tramandato in famiglia da generazioni e portava sulle mani tutta la mappa storica della sua vita, con segni e croci che anziché indicare i punti di tesori nascosti, mostravano tutta la fatica di una vita consumata dalla fatica. Le sue gambe erano curve per la soma, i piedi resi invulnerabili dalle camminate lungo le stradine strette e coperte di pietra dell’Etna. Il sedere poi… era la parte in cui aveva più calli! “Don Turi, iaviti ‘mpanaru!”* esclamava la gente al paese, quando passava di fronte alla piazza.
“E caru miu!” rispondeva lui, con un’espressione più eloquente delle parole con cui, in sintesi, voleva dire che dopo una vita trascorsa a dorso dei muli, sarebbe stato strano il contrario.
La gente rideva. Lui proseguiva, scrutando tutto coi suoi occhi “i purtusu”.* Quella settimana aveva da consegnare dell’olio ad una ricca famiglia di Valverde, e con la sua fedele asina, Badduzza* e il nipote, ragazzetto di appena otto anni, stava preparandosi per il lungo viaggio che li avrebbe portati da Belpasso alla destinazione. La via dei paesi era più agevole e questo lo confortò non poco, visto che a 80 anni suonati non era più tanto fermo sulle gambe quando doveva attraversare le vie ostili del vulcano.
“Ama a ghiri a Bedduviddi”* annunciò al bambino, felice poter finalmente imparare il mestiere di famiglia.
Partirono, alle prime luci del mattino, quando nel paese pedemontano il freddo era ancora stuzzicante, nonostante fosse già estate. Il primo paese che attraversarono si chiamava Mascalucia, piccolo e poco popolato, di origini barocche e dalle strade strette.
Passarono dalla chiesa Madre e l’uomo si fece il segno della croce, posò due limoni lunari che prese dalla truscia* che portava a tracolla, come dono affinché la Madonna lo proteggesse durante il cammino.
Lui camminava a piedi e dietro di lui il nipote sull’animale.
“Ma comu, vui siti vecchiu e camminati, u carusu ie forti e sta a cavaddu do scieccu?”* gli chiese qualcuno al loro passaggio.
L’uomo guardò il nipote, disse al mascalucese ”E caru miu!” e prese il posto del bambino.
Quando giunsero a Tremestieri, lungo lo stradone principale che lo collegava al paese precedente, incontrarono una donna che stava uscendo dal cimitero. “Ma comu, voiautru ca siti nu cristiano supra u mulu e u picciriddu a peri c’a faciti fari?”.*
“E caru miu!”.
Don Turi fermò l’animale e dopo aver depositato un po’ di mandorle sull’altare di una casetta, fece salire anche il nipote.
A mezzodì raggiunsero San Giovanni la Punta, nella frazione di Trappeto, e incontrarono un arrotino col suo carretto.
“Minghia e chi siti fatti di pani cottu? Non v’affruntati in dui supra da povera bestia?”.*
“E caru miu!”.
Prima di giungere alla fine del paese, il mulattiere, scese dal mulo imitato dal bambino.
Finalmente arrivarono a Valverde e bussarono alla porta della famiglia Amantia.
Il custode, che li aveva visti arrivare rise sguaiato, mostrato i denti sfatti. “Ma certu ca siti spertuni! Aviti u scieccareddu e va fati a peri!”.*
“E caru miu!”.
Consegnato l’olio, don Turi Fragalà riprese il cammino verso casa, ma stavolta per via della montagna. Il bambino, Tano, lo seguiva in silenzio, pregio ereditato dal nonno.
Ma poi, vinto dalla curiosità, tirò per un lembo la vecchia giacca del nonno.
“Ma picchì cangiastivu sempre posto?”.*
“E caru miu!, picchi agghiu imparatu ca pi viviri nda paci ci su due strati: una ca cammini u rittu pa tò, senza dari cuntu a nuddu, ma è dura m’enzu la montagna… l’autra ca cammini ni chidda chiu comoda, ma ai a dari cuntu e ragioni a tutti…”.*
Il bambino si grattò la zazzera folta e nera come la pece, non capendo bene il senso di quella frase… ricordandola, però, come la più lunga mai pronunciata dal nonno.
Ripresero a camminare, sempre in silenzio.


*Eh, mio caro!
*sedere.
*furbi.
*pallina.
*nome dialettale del paese di Valverde.
*fagotto.
*voi siete vecchio e fate la strada a piedi e il ragazzo che è giovane sul mulo?
*ma come, voi che siete uomo sul mulo e il bambino a piedi?
*e che siete pappe molli, in due sopra quel povero animale?
*che siete furbi! Avete un asinello e camminate a piedi!
*perché cambiavate sempre posto?
*eh, mio caro! Perché ho imparato nella vita per vivere sereno esistono due strade, la prima che vai per conto tuo, senza ascoltare nessuno, ma è difficile come i passi della montagna, la seconda, che è più comoda, ma devi dare conto e ragione a tutti e non contraddire nessuno.



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