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 Anno III n° 7 LUGLIO 2007    -   TERZA PAGINA



Lungo la strada per Fortrose
Elise, una donna che dovrebbe essere felice ma non riesce. Sarà un uomo cieco ad aprirle gli occhi
Di Eleonora Rossi


Il racconto è lungo, per facilitare la lettura si consiglia di usare il “formato stampabile”

Elise osservava il lago mutare colore, mentre il sole calava lentamente, inghiottito dalla linea infuocata dell’orizzonte. Un venticello lieve le metteva in disordine la corta capigliatura corvina, portandole alle narici l’odore dolce dello specchio d’acqua che si trovava a pochi metri di distanza da lei. Era seduta su una sedia a sdraio, sulla veranda del suo casale, sorseggiando un aperitivo, prima di cenare.
Il lago di Loch Ness, in quella sera d’ottobre, sembrava possedere un fascino particolare, intrappolato in uno scenario da fiaba, nel quale lei stentava ancora a credere di fare parte.
Era trascorso appena un anno da quando aveva sposato suo marito Cristian ed insieme erano andati a vivere nella città d’Inverness, dove lui possedeva quel casale, circondato dalla campagna, e un’antica distilleria di whisky, ereditata dai suoi genitori, la quale si trovava a Tomintoul, sui monti Grampani. Elise si portò il bicchiere alle labbra, sorseggiando lentamente il rosso contenuto, attendendo che il retrogusto amaro del suo bitter prendesse il sopravento sulla dolcezza che le solleticava il palato. Si sorprese a ragionare sul fatto che la sua vita aveva qualcosa in comune con quella bevanda colorata. All’apparenza era piacevole, ma se si andava al di là di quella soavità rivelava la sua amarezza.

“Come sta la mia bella Elise, questa sera?”. La voce di Cristian le giunse alle spalle, ma ancor prima di udirla, avvertì il buon profumo dell’acquavite che si portava addosso dopo aver passato diverse ore nella distilleria di whisky.
Si sedette di fronte a lei in silenzio, accarezzandole una guancia. Elise rimase immobile per un istante, fissando il suo volto dai tratti delicati e i suoi occhi talmente verdi, da superare in bellezza il colore del lago, poi gli prese la mano, venendo a contatto con la ruvidità e il tepore del suo palmo.
“Mi sei mancato”, gli disse infine, “ho atteso per tutto il tempo il tuo ritorno”.

“Ti do la mia parola che per i prossimi due giorni non avrò occhi che per te”, le promise lui, togliendole dalla mano il bicchiere, accostando le sue labbra dal piacevole sapore di malto a quelle di lei che avevano aspettato quel bacio per lunghe ore. “D’altra parte lo sai. È in questo periodo che la distilleria produce la maggior quantità di whisky e io non posso assentarmi dal lavoro se non per il week-end”, tentò di spiegarle, mentre lei si alzava dalla sedia e si recava in cucina per controllare il punto di cottura dell’arrosto che aveva preparato per la cena.

Cristian la seguì all’interno del casale, andando ad accomodarsi al tavolo del salone, apparecchiato da lei poco prima.
Elise, in quel momento, si rese conto che c’era qualcosa che tra loro iniziava a stridere. Oltre quella perfetta facciata di felicità, che entrambi si erano costruiti per fare da sfondo al loro matrimonio, si nascondevano, in realtà, delle ombre che iniziavano ad offuscare, in parte, il loro rapporto.
Non era soddisfatta, questa era l’amara verità.
Amava ancora suo marito? Si domandò, sbirciando al di là della porta, osservando Cristian mentre versava nel suo bicchiere qualche dito di vino bianco. E allora, perché la persona, seduta in quella stanza, le appariva improvvisamente come un estraneo? Perché la loro vita si era trasformata in una continua ripetizione d’eventi sempre uguali?

Dal lunedì al venerdì, per Cristian non esisteva nient’altro oltre la sua distilleria e quando lui rientrava in casa la sera, le toccava accontentarsi delle briciole del suo amore e del suo tempo, riservatole quasi per dovere. Solo il sabato e la domenica, Cristian si ricordava di avere una moglie, e spesso trascorrevano quelle due giornate assieme, recandosi nel solito maneggio, noleggiando un paio di cavalli, concedendosi delle lunghe cavalcate all’interno dei Monti Grampani.
E così sarebbe stato anche per quel fine settimana, si rassegnò Elise, mentre portava l’arrosto in tavola, sperando con tutta se stessa, di non annegare nella monotonia quotidiana.



Il sabato mattina seguente Elise salì sulla macchina di suo marito quasi contro voglia. Avrebbe preferito di gran lunga restarsene sotto le calde coperte del suo letto, elemosinando da Cristian quel poco d’amore che le concedeva ma che le era necessario per continuare a vivere senza cedere alla follia.

Guardò fuori dal finestrino il paesaggio scorrere veloce. Lungo il viale che stavano percorrendo, l’autunno aveva colorato gli alberi delle tante diverse tonalità in cui poteva sfumare il colore rosso, mitigandole, in parte con una tenue tinta arancione, ed il sole, sorto da poco, illuminava le loro fronde ormai rade, creando suggestivi trastulli di luce, ammantando di magia l’intera campagna scozzese. Solo dopo aver percorso qualche chilometro, Elise si accorse che Cristian stava attraversando una strada diversa dalla solita.
“Dove mi stai portando? Non andiamo a Inchrory?”. Gli chiese curiosa, aggrottando le rade sopracciglia. Lui le sorrise malizioso e enigmatico.
“No oggi si cambia itinerario. Volevo farti una sorpresa, cosi ho pensato di disertare il solito maneggio e di vistarne uno a Black Isle, ma se non sei d’accordo, facciamo sempre in tempo a tornare indietro…”. “No, no”, si affrettò ad interromperlo lei, al culmine della contentezza. “Era già da un po’ di tempo che volevo proporti di cambiare il luogo delle nostre escursioni. Sarà più interessante esplorare una località che non conosciamo”, continuò cercando di tenere a bada l’euforia da cui era stata travolta, ritrovando però in quel piccolo diversivo la gioia di vivere che credeva di aver ormai perduto.

Il maneggio scelto da suo marito si trovava nei pressi di Fortrose, a poca distanza dal mare. Elise, non appena scese dalla macchina, avvertì subito il profumo salmastro della salsedine che un vento di libeccio, portò fino alle sue narici.
“Siamo arrivati. Cosa ne pensi del posto? Non è stupendo?”, le chiese Cristian, mentre lei, a bocca aperta, spaziava con lo sguardo dalla verde foresta che si trovava alle loro spalle, all’azzurro del mare che riusciva a scorgere oltre l’orizzonte, non trovando le giuste parole per esprimere la meraviglia provata in quel istante.
“Benvenuti nel mio maneggio. Posso esservi utile?”.
Domandò loro, improvvisamente, la voce gentile di una donna, rompendo l’incantesimo in cui Elise si era perduta.
“Io mi chiamo Kate. Sono la proprietaria del posto”, continuò lei, porgendo la mano a Cristian. Elise non riuscì a fare a meno di scrutarla attentamente. Alta e snella, lunghi capelli rossi e occhi da cerbiatta, non passava di certo inosservata vestita in un paio di jeans attillati, che ne mettevano in risalto i glutei perfetti, e una camicetta scollata da cui si intravedeva il seno prosperoso.
“Il mio nome è Cristian e lei è mia moglie, Elise”, la presentò lui facendo verso di essa un cenno con la testa.
“Questa è la nostra prima gita a Fortrose. Vorremmo noleggiare due dei vostri migliori cavalli”. Continuò, avanzando di qualche passo, guardandosi attorno, interessato.
“Di questo non dovete preoccuparvi. Tutti i cavalli del nostro maneggio sono eccellenti. Sono sicura che non ne rimarrete delusi”, si pronunciò Kate, esibendosi in uno dei suoi sorrisi più accattivanti. “ Ora, se mi volete seguire ve ne mostrerò qualcuno”, proferì tranquillamente, facendo cenno a loro di accompagnarla, mentre si recava nel retro della scuderia.

Elise lo notò subito. Il suo sguardo fu calamitato da lui sotto l’effetto di un misterioso magnetismo. Si trovava all’interno di un largo recinto di legno assieme ad uno scalpitante purosangue baio. Aveva i primi tre bottoni della camicia aperti, cosicché lei poté intravedere la perfezione dei suoi muscoli addominali. Un paio di jeans strappati sulle ginocchia lo faceva assomigliare ad un cow-boy americano, e gli dava un aria cosi yankee.
L’unico elemento che contrastava in tutto ciò era il paio di occhiali scuri, che indossava sul naso, nonostante la luce del sole fosse ancora molto tenue.

Il purosangue muoveva nervosamente lo zoccolo destro, lasciando dei lievi solchi sul terreno rossastro. La muscolatura del dorso era tesa e fremeva impaurita, ma nello stesso tempo pronta a scattare al minimo accenno di pericolo.
L’uomo gli stava di fronte e avanzava verso di lui con cautela, lentamente, modulando la voce in un suono dolce e gentile, cercando di fargli comprendere che non voleva fargli alcun male. Il cavallo indietreggiò di qualche passo, nitrendo infastidito, ma l’uomo non si lasciò scoraggiare. Gli si avvicinò ancor di più, fino ad avvertire il fiato caldo dell’animale sulla sua spalla, ed allungò con prudenza la mano verso di lui, sfiorandogli la folta criniera.
Il purosangue, sorprendentemente, non si sottrasse al suo gesto, accettando l’iniziale contatto umano, che prima di allora gli era stato estraneo.

“Chi è quell'uomo?”. Chiese Elise a Kate, senza distogliere lo sguardo dal recinto. “Oh, lui è James, mio fratello”, le chiarì lei, voltandosi anch’essa nella sua direzione. “È uno dei miglior domatori di cavalli che ci sia in tutta Black Isle... nonostante alcuni anni fa abbia perso la vista”.
Kate si interruppe facendosi pensierosa. “James è un uomo pieno di risorse. Non si è lasciato scoraggiare da ciò che gli è accaduto e ha continuato a svolgere il suo mestiere con ancora più passione di prima. Ma, con tutta sincerità, non riesco a comprendere come faccia ad instaurare un feeling cosi forte con tutti i cavalli che gli vengono affidati. Nelle sue mani, anche l’animale più recalcitrante diventa docile come un agnellino”, concluse stringendosi nelle spalle.
“Elise, vogliamo andare, o hai intenzione di restartene qui per tutta la giornata?”. Si spazientì Cristian richiamando la sua attenzione, visibilmente infastidito dall’interesse che lei mostrava per James. Elise, seppur a malincuore, si allontanò dal recinto e, senza replicare, seguì suo marito e Kate nella scuderia dove avrebbero scelto i loro cavalli per l’escursione.

Elise, preferì, fra tutti, un purosangue nero, con due balzane bianche sulle zampe posteriori che rispondeva al nome di Seastar, invece il cavallo che decise di montare Cristian si chiamava Artù ed era uno splendido lippizzano, dal manto completamente bianco.
Trascorsero l’intera giornata, cavalcando tra i verdi pini del bosco, ammirando estasiati la natura da cui erano circondati. Quando poi, il sole iniziò a calare, si recarono sulla spiaggia per ammirare il tramonto, seduti sulla sabbia, stretti l’uno all’altra. Ma tra le braccia di suo marito, Elise constatò che c’era ancora una nota che suonava stonata tra di loro, e che questa volta aveva il suono del nome di James.

Era rimasta talmente colpita da lui, da portare il pensiero della sua persona assieme a lei per tutto il giorno, cercando dentro se stessa una ragione per quel sentimento improvviso, che l’aveva travolta, impetuoso come un uragano, smarrendola in un labirinto di emozioni, che non sapeva dove l’avrebbero condotta.

Rivide James solo quando, lei e suo marito, fecero ritorno al maneggio per condurre di nuovo i due cavalli nella scuderia.
Si trovava sul retro del ricovero, seduto su una panca di legno, una gamba accavallata sull’altra e con in mano una bottiglia della migliore birra scozzese. La sorseggiava lentamente, assaporandola con piacere, dopo una lunga giornata di lavoro che lo aveva reso evidentemente esausto. Si era tolto gli occhiali neri e Elise, se non avesse saputo da Kate, della sua cecità, avrebbe pensato che stesse ammirando il cielo stellato della sera.

Il suo volto era illuminato dal fioco chiarore di una lampada, la quale trovandosi alle sue spalle, creava su di esso un gioco di luce ed ombre, mettendo ancora più in risalto i suoi affascinanti lineamenti. Lei non riuscì ad impedire ai suoi piedi di avanzare di qualche passo nella sua direzione, cosicché poté distinguere meglio tutta la sua figura, notando anche l’azzurro profondo che colorava i suoi occhi, un inutile azzurro che purtroppo dietro di esso mascherava un buio senza colore. Cristian si era intrattenuto all’interno della scuderia per prendere accordo con Kate, per ciò che riguardava la giornata seguente.

Elise constatò che non ci sarebbe stato nulla di male se si fosse seduta vicino a James per fare la sua conoscenza e scambiare qualche parola, così prese posto accanto a lui. “Ti disturbo se mi siedo qui?”, gli chiese, dandogli istintivamente del tu, cercando di superare l’iniziale imbarazzo che le procurava la sua vicinanza.

James rimase immobile per un attimo, poi avvicinò la bottiglia alle labbra e bevve un sorso di birra. “Ti è mai capitato di perderti nei ricordi e desiderare di non volere tornare più indietro?”, le domandò sorprendendola, infrangendo ogni formalità, rivolgendosi a lei come se si fossero conosciuti da sempre. “Se potessi rimanere intrappolato nel passato potrei di nuovo trovare il senso della mia vita, perché in questo presente mi sento un uomo inutile”. Continuò lui alzandosi in piedi, indossando di nuovo il paio di occhiali scuri. Elise gli si pose di fronte poggiandogli una mano sulla spalla. “Non devi dire questo. Non è affatto vero”, si oppose lei. “ Sai, ti ho visto stamattina nel recinto assieme a quel purosangue selvaggio e devo ammettere che ho tremato per te. Non sono molte le persone che possiedono un coraggio simile, specialmente nelle tue condizioni…”. Si interruppe, chiedendosi se non stesse sbagliando a fargli notare il fatto che non vedesse.

“Già, ho perso la vista, ma questo non vuol dire che io abbia cessato di vivere. I cavalli sono stati da sempre la mia passione. Ho imparato a conoscerli ad amarli fin da quando ero bambino e non sono riuscito ad odiarli nemmeno quando uno di loro uccise mio padre”. Le confidò assumendo un espressione malinconica. “È stato lui ad insegnarmi a domare questi splendidi animali, a superare la loro iniziale diffidenza e suscitarne il rispetto. Quando mi accosto ad un cavallo provo ad intuire cosa stia pensando in quel istante ed agire di conseguenza… non so spiegarti come sia possibile tutto ciò, credo sia frutto di un particolare sesto senso che possiedo dalla nascita e che si è acuito ancora di più da quando i miei occhi hanno smesso di vedere”.

Elise provò un immensa tenerezza per lui in quell'istante, tanto da desiderare di accarezzargli il volto, ma comandò alla sua mano di fermarsi prima che potesse farlo.
“Io mi chiamo Elise”, disse infine, rendendosi conto di non essersi ancora presentata. “Credo che Kate ti abbia già detto il mio nome, comunque io sono James”, le fece eco lui, porgendole la mano in una vaga direzione.

Elise gliela afferrò avvertendo un brivido correrle lungo la schiena. “Mia sorella mi ha parlato di te e tuo marito. Mi ha informato che avete scelto Seastar e Artù per la vostra escursione. Sono stati due degli animali che ho avuto più difficoltà ad addomesticare, ma con molta pazienza sono riuscito a conquistare anche la loro fiducia”. Continuò sorridendole, apparendo ai suo occhi ancora più affascinate che in precedenza.
“Elise, dove sei finita? Sei qui fuori?”. La voce di Cristian, provenendo da dietro le sue spalle la fece sussultare, ed udendo i suoi passi dirigersi verso di loro, si affrettò a salutare James. “Io ora devo andare”, proferì lasciandogli la mano, “ma domani tornerò. Spero che ci rivedremo, sono stata felice di averti conosciuto”. “Anche io, Elise”, le disse lui, rivolgendole un cenno di saluto, mentre lei raggiungeva suo marito, avvertendo nel cuore un pizzico di tristezza.

Domenica mattina, Elise si svegliò beatamente tra le braccia di Cristian, domandandosi se l’uomo con cui aveva diviso il letto, in quella stretta, ma intima, stanza d’albergo, fosse stato veramente suo marito. Era dal giorno della loro prima notte di nozze che non l’aveva più amata con una tale passione, tanto che si sentì in colpa ad aver messo in dubbio il sentimento che provava per lui.
Gli sfiorò i capelli, osservando il suo volto addormentato, ritrovando in esso una dolcezza che credeva di aver dimenticato, comprendendo, solo allora, di amarlo alla pazzia. Già, lo amava, e allora perché non riusciva a fare a meno di soprapporre le sembianze di James a quelle di Cristian?
Turbata da quel dubbio si alzò dal letto, dirigendosi sulla terrazza, ragionando su quante complicate sfaccettature potesse possedere un sentimento ingannatore qual era l’amore.
Cristian si destò qualche minuto dopo Elise, comunicandole di avere un fastidioso mal di testa e che a causa di ciò preferiva trascorrere la giornata in albergo, il che non significava che lei avrebbe dovuto sentirsi obbligata a rimanere per tutto il tempo chiusa in quella stanza a fargli da crocerossina, anzi, insistette con essa affinché si recasse lo stesso al maneggio e nonostante Elise gli propose di ritornare ad Inverness, non volle sentire ragioni, opponendo la scusa di non desiderare rovinarle quegli unici due giorni di vacanza che si concedeva durante la settimana.
Cosi lei, alla fine, decise di dare ascolto alle sue esortazioni e si incamminò verso il maneggio, portando però dentro di sé, una strana sensazione di inquietudine, confusa dal comportamento insolito di Cristian.

“Buongiorno, Elise”. Kate la salutò cordialmente, andandole incontro, tenendo tra le proprie braccia una bambina che non dimostrava più dei suoi sei anni di età. Anche essa aveva degli splendidi e luminosi capelli rossi, i quali le scendevano lunghi e liberi sulle spalle minute, e gli occhi dello stesso colore di Kate. Indossava un corto vestitino rosa, dai cui spuntavano due paffute, ma graziose, gambine. “Vedo che oggi sei da sola”, constatò lei, notando l’assenza di suo marito. “Come mai Cristian non è con te?”. Le chiese, poggiando a terra la bambina, prendendola poi per mano, facendo in modo che non scappasse via. “Stamattina, non si sentiva molto in forma ed ha preferito rinunciare alla sua passeggiata a cavallo, ma ha insistito perché io venissi qui anche senza di lui”. Le spiegò, piegandosi sulle ginocchia, trovandosi così all’altezza della bambina, che intimorita, si nascose dietro le gambe di Kate, osservandola con un aria tra il pensieroso e l’imbronciato. “E questa bella signorina chi è?”. Le chiese Elise, erigendosi di nuovo in piedi. “Lei si chiama Isabelle ed è mia figlia”, le chiarì mentre si voltava verso la bambina, prendendola di nuovo tra le braccia, giustificando cosi la sua somiglianza con la piccola, che sembrava essere la perfetta miniatura di Kate.
“Hai dei programmi per la giornata?”, volle sapere lei. “Beh, io e Cristian avevamo deciso di dirigerci verso Avoch, ma ora non me la sento di andarci da sola”.
“Se vuoi posso chiedere a James di accompagnarti. Munendoti di una cartina e di una bussola non dovresti avere problemi ad orientarti”. Le propose Kate, mentre Isabelle protestava per essere lasciata libera ed andare a giocare con Mozart, un piccolo pony, sul quale alcune volte lei la faceva montare. “Ma James può allontanarsi dal maneggio? Insomma… lui non vede…”, obiettò imbarazzata. “Io e James siamo cresciuti in questi posti, non devi darti pensiero. Mio fratello conosce a memoria ogni sentiero e ogni sua insidia. Cirano, il cavallo che monta di solito, è stato addestrato apposta per lui, non hai nulla da temere”, la convinse infine, prendendola per un braccio e conducendola all’interno della scuderia.

Lei e James, cavalcarono fianco a fianco per diverse ore, attraverso la fitta foresta di Black Isle, esplorando viottoli ancora più incantevoli e fatati di quelli che aveva visitato il giorno prima assieme a Cristian. Elise non si pentì di aver accettato la proposta di Kate, scoprendo con un certo sconcerto che, conoscendolo meglio, iniziava a provare verso di lui, un sentimento che andava ben oltre della semplice amicizia. Ne ebbe la conferma quando raggiunsero una piccola e verde cascata e lei estasiata da un tale spettacolo gli chiese di fare una sosta.

James si sedette sull’erba umida, restando pensieroso per qualche istante e Elise lo imitò, ascoltando lo scialacquio dell’acqua che scendeva dalle rocce. “A cosa stai pensando?”, gli chiese, accostandosi un po’ di più a lui. “ Stavo cercando di ricordare…”, fece una pausa, strappando da terra un filo d’erba. “Io e mia sorella, quando eravamo bambini, ci recavamo spesso qui assieme a nostro padre.
Questa cascata era il luogo preferito dei nostri giochi, e a volte, in estate vi facevamo il bagno completamente nudi… l’acqua era talmente limpida da intrappolare in essa il riverbero dei raggi solari, e ti assicuro che era uno spettacolo unico ammirare. Non so cosa darei per poter tornare a vederlo di nuovo”, sospirò nascondendosi il volto tra le mani. “Ho paura, Elise”, le confidò cercando il calore del suo corpo. “Ho paura perché anche la mia memoria si sta spegnendo e i miei ricordi stanno perdendo colore. A volte quando torno ad osservare nel mio passato, è come se fossi spettatore di un vecchio film in bianco e nero”. Elise lo strinse a sé, offrendogli consolazione alle lacrime che avevano iniziato a bagnargli il bel viso.

“Com’è successo?”, gli chiese senza aggiungere altro, intuendo che lui avrebbe capito a ciò che si riferiva.
“Un paio d’anni fa c’è stato un incendio nelle scuderie”, le iniziò a raccontare, “io, quel pomeriggio, mi ero allontanato dal maneggio e mi resi conto di ciò qualche ora dopo, quando vi feci ritorno, ma solo quando Kate mi venne incontro, in preda alla disperazione, compresi quale dramma si stava esattamente consumando tra quelle fiamme…”, si interruppe prendendo fiato ed Elise capì quando male ancora gli faceva ricordare quei momenti. “La piccola Isabelle era rimasta intrappolata nella scuderia. Kate l’aveva persa d’occhio e lei si era intrufolata nel ricovero per giocare con il suo pony. Evidentemente dovette essersi addormentata per non accorgersi di nulla… Che cosa potevo fare Elise? Non ci riflettei su due volte e mi diressi all’interno della scuderia, sfidando le fiamme e il fumo. Non ricordo di come riuscii a tirare fuori Isabelle da quell'inferno, prima che svenissi… deve avermi assistito la mano di un angelo, una creatura celeste che in cambio della vita di Isabelle si è preso i miei occhi, perché è stato da quel giorno che ho smesso di vedere”. Concluse, afferrando la mano di Elise, stringendola forte nella sua. “Mi dispiace”, gli sussurrò lei, perdendo in quell'istante l’inutile battaglia che stava combattendo contro se stessa per non cedere al sentimento che avvertiva per lui. Così avvicinò la sua bocca, a quella di James, sfiorandogliela timidamente, arrendendosi all’impulsiva innocenza di quel trepido bacio che lui ricambiò restituendole il suo pegno d’amore. “Temo proprio che io mi stia innamorando di te, James”, gli confessò lei, cercando di reprimere il senso di colpa provato verso Cristian. “Come sei bella, Elise”, le sussurrò, invece lui sottovoce, viaggiando con le dita lungo i lineamenti del suo volto. “ Peccato che non potrai mai essere mia. Tuo marito è fortunato ad aver sposato una donna come te”, aggiunse, prima di alzarsi in piedi e montare su Cirano, incitandola a riprendere la loro cavalcata, mentre lei cercava di districarsi tra la fitta nebbia del dubbio che era calata pesantemente sul suo cuore.

***

Erano trascorsi solo cinque giorni da quando Elise e Cristian avevano fatto ritorno ad Inverness, ma per lei la cognizione del tempo si era improvvisamente dilatata, divenendo una enorme clessidra nella quale i granelli di sabbia faticavano a scorrere giù, e quelle poche giornate trascorse lontano da James si erano trasformati in attimi infiniti
Il suo cuore non faceva altro che chiedere incessantemente di lui, per curare la ferita che le provocava la vuota solitudine in cui si sentiva intrappolata tra le quattro mura del suo casale.
Cristian aveva iniziato a rientrare dalla distilleria sempre più tardi, a sera ormai inoltrata e quando, come spesso le capitava, lo stomaco non le si chiudeva per la malinconia, le toccava cenare da sola, accontentandosi di un piatto di riso consumato davanti alla televisione sulla quale scorrevano i soliti telefilm serali.

Il week-end si stava di nuovo avvicinando e ciò la rendeva ancora più triste, perché già sapeva che non avrebbe potuto rivedere James. Suo marito l’aveva messa al corrente di aver prenotato una stanza in un piccolo agriturismo che si trovava sull’isola di Skye, comunicandole la sua intenzione di trascorre entrambe le giornate ad esplorarne i dintorni e dato che era stata lei stessa a proporgli di variare il posto delle loro gite, aveva preferito tacergli il suo reale desiderio di tornare a Fortrose.

Quel week-end passò più rapidamente di tutto il resto della settimana. L’isola di Skye era cosi piena di attrattive da mettere in secondo piano anche la bellezza di Fortrose. Sabato pomeriggio, Cristian condusse Elise su un traghetto, senza dirle dove erano diretti e, quando raggiunsero l’antico castello di Duvengan, la maestosità dell’ antico edifico la lasciò senza parole e fu ancora più sorpresa quando salirono sugli spalti del maniero e lui estrasse dalla tasca della sua giacca una scatolina contenente un collier d’oro e diamanti, che le mise al collo, ribadendole il suo amore, facendola sentire come la protagonista di una fiaba incantata, distruggendo con la forza del suo amore il malvagio maleficio che la solitudine aveva compiuto sul suo cuore.
Ma quell'incantesimo fu di breve durata e non appena la settimana iniziò da capo, Cristian, perse la sua malia di principe azzurro, trasformandosi di nuovo nell’uomo assente che era sempre stato ed Elise non riusciva a comprendere il motivo del suo atteggiamento. A volte aveva la sensazione di essere sposata a due uomini diversi. Uno dolce e appassionato, che aveva la capacità di suscitarle delle emozioni, rendendola una donna appagata, l’altro invece era ambiguo, ombroso, e la gettava nella più totale confusione, facendola vivere nella paura che, dietro il suo comportamento discostante, nascondesse qualche dubbio segreto che non desiderava rivelarle.

***

Elise si alzò dalla sua sedia, affacciandosi sulla veranda, dove spesso trascorreva i lunghi pomeriggi solitari osservando il lago, increspato da una lieve e fresca brezza, pensando a quanto sarebbe stato bello se in quel casale avesse abitato insieme a lei James invece che Cristian.
Non erano trascorse che poche ore da quando si erano lasciati ma già lei avvertiva la sua mancanza.

Era oramai da quasi un mese che avevano iniziato ad incontrarsi clandestinamente nella foresta di Black Isle.
Elise si era aggrappata a lui per non impazzire e per uscire fuori dalla routine quotidiana che la rendeva sempre meno felice. Si era detta che se Cristian possedeva i suoi misteri, anche lei aveva diritto ad avere i suoi segreti nascosti ed aveva smesso di sentirsi in colpa verso di lui, iniziando a recitare la falsa parte della moglie innamorata nella grottesca commedia in cui si era trasformata tutta la loro vita.

Rientrò in casa, dopo qualche minuto, ricordandosi di avere messo a cuocere nel forno una torta al cioccolato, il cui dolce profumo iniziava a spandersi per tutto il casale. Spense il forno, estraendovi la teglia e si diresse nella sua camera da letto, per togliersi la camicetta inzaccherata di cioccolata.
Mentre si svestiva, gettò un occhiata sul comodino e si accorse che Cristian aveva dimenticato di portare con se il suo cellulare, così lo prese tra le mani e lasciandosi vincere dalla curiosità, aprì lo sportelletto superiore, trovandovi sul display un messaggio MMS inviatogli poche ore prima da Kate e che lui non aveva pensato a cancellare. Non ci pensò su due volte prima di aprirlo e vedere di cosa si trattasse e quel'attimo fu sufficiente per cambiare tutto il corso della sua esistenza.
Davanti ai suoi occhi stupiti apparve la foto di Kate mentre teneva sulle ginocchia la piccola Isabelle e sotto di essa vi era una frase che esprimeva il loro desidero di rivedere Cristian al più presto. “Ci manchi tanto. Vieni appena puoi, ti aspettiamo.
Tanti baci da me e da Isabelle”, lesse lei a mezza voce, incredula della scoperta appena fatta.

Una miriade di domande iniziarono ad affollarsi nella sua mente.
Iniziò con il chiedersi se fosse stato fattibile pensare che mentre lei tradiva suo marito con James, lui le fosse infedele a sua volta con Kate, ma quell'ipotesi non le sembrò del tutto realistica.
Eppure tra di loro c’era un evidente rapporto in cui indubbiamente, dato il tono del messaggio, era coinvolta anche Isabelle, e questo rendeva tutta la faccenda ancora più inquietante.
Elise pensò che l’unico modo di scoprire la vera natura del loro legame, fosse stato parlarne faccia a faccia con Kate, ipotizzando che un situazione così delicata andasse chiarita discutendone di persona.

Si rivestì in fretta e furia e uscì dalla porta del casale, raggiungendo la rimessa dove teneva la sua auto.
Aprì lo sportello anteriore e si mise alla guida della vettura, decisa a raggiungere al più presto Fortrose, stabilendo che non avrebbe atteso di udire le motivazioni che avevano spinto Cristian ad incontrarsi con Kate, tenendola all’oscuro di ciò.

Raggiunse il maneggio quando il sole era oramai tramontato e alcune nubi scure avevano coperto la luna, rendendo ancora più buio tutto il piazzale.
Le era bastato fare pochi passi per scorgere la macchina di Cristian parcheggiata a poca distanza da dove aveva posteggiato la sua. James, si trovava seduto, come ogni sera, sulla stessa panca di legno, ma lei decise di non avvicinarlo e guidata da uno strano presentimento si diresse nella scuderia, scorgendovi all’interno suo marito Cristian abbracciato stretto a Kate, mentre osservavano teneramente Isabelle che, divertita, dava da mangiare a Mozart.

“Elise, cosa ci fai qui?”, sussultò lui sorpreso accorgendosi della sua presenza.
“Veramente dovrei essere io a chiederlo a te”, ribatté lei, volgendo una sguardo di odio e disprezzo verso Kate. “Perché? Ditemi solo perché?”, gli chiese avanzando verso di loro.
“Elise… aspetta, lasciami spiegare, non è come pensi”, tentò di obiettare Cristian.
“Mi sembra che sia tutto più che evidente, non c’è nulla da chiarire”, si oppose lei, senza sentire motivazioni.
“No, Elise, tuo marito ha ragione. Non devi equivocare, tra di noi non c’è assolutamente nulla. Lui è innamorato di te”, si intromise, tra di loro, Kate. “Io e Cristian, siamo solo buoni amici. Ci siamo conosciuti otto anni fa...”.
Tentò di spiegarle venendo però interrotta da lei prima che avesse potuto terminare ciò che le stava dicendo.
“Allora, quel week-end, quando siamo venuti qui a Fortrose mi avete preso in giro”, la interruppe lei alterandosi. “Perché avete finto di essere due estranei?”, continuò cercando di tenere a bada l’ira che l’aveva assalita.
“Oh, Elise, è così difficile spiegartelo… Avrei voluto dirti la verità quel giorno in cui ti recasti al maneggio da sola, ma non ci riuscii. Eppure fui io a chiedere a Cristian di condurti qui, e lo feci perché desideravo conoscere la donna che in futuro sarebbe stata la madre di mia figlia”. Affermò Kate, lasciandola profondamente turbata.
“ Sono il padre di Isabelle”, le chiarì Cristian, lasciandola sconvolta, “ho avuto una storia con Kate qualche anno prima di sposare te. Quando ci lasciammo non sapevo che lei fosse incinta. Sono venuto a conoscenza di ciò solo quando ho rincontrato Kate per caso sulla strada di Tomintoul. Si era persa e mi chiese un indicazione per raggiungere Inverness. Quando la riconobbi decisi di invitarla in un bar per offrirle un caffè e fu allora che lei mi parlò di Isabelle. Fu lì, a quel tavolino del bar, che lei mi confessò di avere dei seri problemi di salute, confidandomi il timore di non possedere abbastanza tempo da poter vivere per vedere sua figlia crescere… Non potevo abbandonarla di nuovo, tu mi capisci Elise? Mi sarei sentito in colpa per il resto della mia esistenza”.
“Cristian mi è stato molto vicino in questo periodo, ma ho sempre saputo che tu sei la sola donna importante della sua vita e sono certa che sarai anche una buona madre per la mia piccola Isabelle”.

Kate le sorrise, cercando di nasconderle le lacrime che le erano salite agli occhi mentre le poggiava una mano sul braccio cercando istintivamente la sua fiducia .
Elise le lesse negli occhi quanto dolore le costasse pronunciare quelle parole e, in un primo momento, desiderò risponderle che avrebbe dato ad Isabelle tutto l’affetto di cui sarebbe stata capace, ma…c’era un ma, lei amava James.
Tremando da capo a piedi, si chiese cosa doveva fare, a quale sussurro del cuore doveva dare retta. Se ascoltare le parole dell’amore che le gridavano di correre tra le braccia di James, oppure obbedire alla razionalità della ragione, soffocando i suoi veri sentimenti e stringere a se Cristian e la piccola Isabelle.
Ma la sua esitazione durò solo un attimo, perché scoprì che in fondo alla sua coscienza sapeva come doveva comportarsi.

Corse fuori dalla scuderia e lasciò che le sue gambe malferme la conducessero fino a James. Sfiorò di nuovo le sue labbra, in un ultimo dolce e appassionato bacio d’amore. “Addio per sempre”, gli sussurrò, senza aggiungere altro, piangendo lacrime di dolore, mentre lui le cedeva una delicata carezza sulla guancia, viaggiando per un ultima volta lungo il suo viso, come per imprimerseli bene nella sua memoria e ricordarsi per sempre di quella donna che, come già sapeva, non gli sarebbe mai potuta appartenere.
Le strinse entrambe le mani ma poi, a malincuore, lasciò che scivolassero via dalle sue, capendo che non poteva più trattenerla a sé. Elise sospirò e si allontanò lentamente da lui, osservando per l’ultima volta, con gli occhi appannati dal pianto, l’uomo a cui sarebbe per sempre appartenuto il suo cuore. Si asciugò il viso con un fazzoletto e ricacciò indietro ogni lacrima, portandosi una mano all’altezza nel cuore, consapevole che James sarebbe per sempre vissuto lì, tra un palpito e l’altro di quel cuore che le permetteva di essere viva.

Senza guardarsi più alle spalle, raggiunse nuovamente la persona a cui, un anno prima. aveva promesso eterno amore per tutta la vita e assieme ad essa la piccola Isabelle che un inverosimile destino aveva scelto di donarle come figlia.



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