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La lotta alla pena di morte: un obbligo per chi è civile

Tra i paesi boia, oltre a Cina, Iran e Pakistan, troviamo anche USA e Giappone. Si terrà il 10 ottobre la Giornata mondiale contro la pena di morte su proposta dell’Italia all’ONU. Purtroppo l'Europa non si è unita a questa presa di posizione di civiltà

Di SARA GIOSTRA

Continuano gli sforzi di molte associazioni in difesa dei diritti umani che combattono ormai da molti anni per l’eliminazione della pena capitale e l’argomento è sempre vivo nel dibattito internazionale.
Inizia nel 1997 l’impegno della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani che con l’approvazione annuale di una risoluzione sulla pena di morte sollecita tutti gli Stati che ancora la prevedono a istituire una moratoria sulle esecuzioni, in vista della successiva abolizione. È proprio di questi giorni la notizia e l’Italia è sempre più determinata a presentare una risoluzione all’ONU per la moratoria sulla pena di morte.

La situazione attuale non è felice: quando si parla di condannati a morte diventa impressionante la mole di dati resi ufficiali dai paesi “boia”. Sono state almeno 5.628 le esecuzioni nel mondo nel 2006. Fino ad oggi sono 51 i paesi mantenitori della pena di morte, tra questi 27 sono quelli che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali.

Sono solo alcuni dei dati pubblicati nel Rapporto 2007 a cura dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” sulle esecuzioni capitali. I numeri parlano anche di alcuni aspetti, se così si può dire, positivi: la convinzione della necessità di abolire la pena di morte è ormai diffusa nel mondo da oltre dieci anni, confermata anche nel 2006 e nei primi sette mesi del 2007. Infatti si contano 146 paesi che hanno deciso di abolirla per legge o di fatto. In particolare tra questi registriamo 93 abolizionisti, mentre gli abolizionisti solo per crimini ordinari sono 9; inoltre sono 39 i paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono cioè sentenze capitali da oltre dieci anni. Possiamo individuare facilmente i paesi boia: i primi tre paesi che nel 2006 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo sono: la Cina (8000 esecuzioni ogni anno), l’Iran (215) e il Pakistan (82 esecuzioni, il doppio rispetto allo scorso anno). Tuttavia anche i paesi definiti liberali o democratici sono macchiati dalla pratica delle esecuzioni capitali: Stati Uniti (53, il Texas da solo è stato responsabile di quasi la metà delle esecuzioni nazionali, 24 per l’esattezza), Giappone (4, ma qui i detenuti di solito non sono informati sulla data della loro esecuzione fino al giorno dell’impiccagione), seguono Mongolia (almeno 3), Indonesia (3) e Botswana (1).

Ma quali sono i reati che consentono l’applicazione della pena capitale? Amnesty International è a livello mondiale l’organizzazione dedicata alla protezione e alla promozione dei diritti umani, che si adopera, da sempre, per la fine delle esecuzioni nel mondo. Dagli studi condotti dall’organizzazione risulta evidente che spesso i reati vanno dalle più semplici e comuni violazioni di legge (impiccagione, fucilazione, lapidazione per adulterio o furto nei paesi mussulmani dove viene praticata la legge islamica della sharia) ai reati di droga, terrorismo, repressione per motivi religiosi, libertà di opinione e libertà politica, stupro e omicidio.

Insomma la Giornata contro la pena di morte prevista per il 10 ottobre di questo mese incoraggia una attenta riflessione sul tema.
Dire no alla pena di morte significa riconoscere e tutelare il diritto alla vita, un fondamentale requisito dei diritti umani. La pena capitale è una violazione del diritto di vivere che non offre alcun contributo utile alla lotta alla criminalità o alla creazione di una società pulita. La pena di morte colpisce per uccidere, spesso anche gli innocenti. Sul sito www.amnesty.it leggiamo: “Ovunque la pena di morte sia applicata il rischio di mettere a morte persone innocenti non può essere eliminato. Dal 1973 in USA sono stati rilasciati 123 prigionieri dal braccio della morte dopo che erano emerse nuove prove della loro innocenza. Alcuni di questi prigionieri sono arrivati ad un passo dall’esecuzione dopo aver trascorso molti anni nel braccio della morte.

La coscienza sporca di molti governi trova conferma anche nel fatto che non c’è un nesso causa-effetto tra diminuzione omicidi e crimini gravi con l’applicazione della pena capitale. L'indagine più recente sulla relazione tra pena capitale e tasso di omicidi, condotta dalle Nazioni Unite nel 1998 e aggiornata nel 2002, conclude che: “… non è prudente accettare l'ipotesi che la pena di morte abbia un effetto deterrente in misura marginalmente più grande che la minaccia e l'applicazione di una presunta punizione minore quale l'ergastolo.” (cfr. Roger Hood, The Death Penalty: A World-wide Perspective, Oxford, Clarendon Press).

La lotta alla pena di morte, lo abbiamo visto, coinvolge tutti: non solo paesi autoritari ma anche quelli liberali.
Non solo i lontani USA e Cina, anche noi europei abbiamo il dovere di divulgare una cultura di rispetto dei diritti umani. Ancora una volta la speranza di vedere una Europa unita in uno sforzo comune è ancora lontana. Infatti è di qualche giorno fa la notizia della posizione contraria della Polonia che non ritiene «interessante» una giornata ufficiale contro la pena di morte, provocando così lo sconcerto di quasi tutti i Paesi UE. Non va, ovviamente, dimenticato che la Polonia è uno tra i cinque Paesi dell'UE a non aver ratificato il protocollo della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che vieta la pena di morte. Ma il parere prevalente del Parlamento e del Consiglio è che la giornata contro la pena di morte si farà. Sarà l’occasione per dimostrare, anche simbolicamente, che la giustizia e l’educazione alla legalità non si incoraggiano con le pratiche violente.

Argomenti: #amnesty international , #cina , #giappone , #iran , #mondo , #pakistan , #pena di morte , #usa

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