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 Anno III n° 10 OTTOBRE 2007    -   FATTI & OPINIONI


Sono indignato
Sport o preparativi di guerriglia cittadina?

Di Silvano Filippini


Sono indignato perché nello sport italiano si stanno superando i limiti della decenza. Nonostante i 66 ultrà laziali siano stati colti con le mani nel sacco (pieno di oggetti contundenti, tra cui alcuni machete) durante la trasferta verso Bergamo, soltanto cinque di loro sono stati condannati con la DIASPO e non potranno frequentare gli stadi per tre anni, dovendo recarsi in questura a firmare durante l’orario delle partite. Tutti gli altri non avranno l’obbligo di firma per cui la condanna diventa un’autentica farsa perché sarà impossibile impedire loro l’ingresso agli impianti sportivi, in considerazione dei controlli all’acqua di rose che vengono attuati. Infatti controlli seri dovrebbero impedire ai facinorosi di portare all’interno qualsiasi oggetto atto ad essere lanciato in campo e in grado di ferire o contundere i protagonisti della partita o altri spettatori. Ma non succede!

Infatti anche nella giornata infrasettimanale a Napoli si è puntualmente verificato un altro episodio di violenza del tutto gratuita che ha colpito alla schiena un guardialinee. Il danno non è stato grave, ma ciò che mi indigna maggiormente sono i commenti dei napoletani che ritengono marginale l’episodio e, comunque, esagerata la pena di un turno di squalifica dello stadio partenopeo. Qualcuno ha persino dichiarato di sentirsi vittima di un complotto nei confronti del Napoli perché da fastidio alle grandi squadre. Ridicolo! Semmai, dal mio punto di vista, una sola giornata è persino troppo poco se vogliamo creare un valido deterrente affinché i tifosi “onesti” blocchino questi autentici delinquenti dello sport ancor prima che possano agire, segnalando ogni comportamento sospetto agli addetti alla sicurezza!

Di recente un giovane bergamasco è stato condannato alla DIASPO a causa del lancio di una bomba carta che ha ferito alcune persone. Anche in tal caso il padre ha avuto il coraggio di minimizzare l’evento, appoggiando la tesi del figlio che “non pensava di far male”. E qui scatta la mia profonda indignazione: sarebbe come recarsi in un locale con una pistola in tasca e poi giustificarsi dicendo di non pensare di far male nel caso di essere costretti ad utilizzarla. Ma vogliamo scherzare? Fosse stato mio figlio lo avrei chiuso in casa per un mese e gli avrei impedito di frequentare qualsiasi stadio… a vita!

Mi viene il dubbio che chi stende le norme antiviolenza non abbia mai frequentato gli stadi italiani e non si renda conto di cosa succede: dentro e fuori. Si tratta di enclave dove i tifosi (quelli che usano soltanto la parte del cervello ereditata dai dinosauri) pensano di poter fare tutto ciò che vogliono e se ne fregano di ledere la libertà degli altri. Cioè di quelli che vorrebbero recarsi allo stadio soltanto per assistere ad una partita in tutta tranquillità, per gioire delle prestazioni della propria squadra e, magari, vorrebbero anche portarsi appresso i figlioli e la moglie, ma non possono farlo per via dei pericoli generati dall’ambiente del tutto insicuro.

Non riesco a comprendere perché già da parecchi anni non sia stato copiato alla lettera il sistema inglese che è riuscito a neutralizzare completamente gli hooligans e ha consentito nuovamente l’accesso delle famiglie a tutti gli stadi. Si tratta di impianti che non hanno più le barriere, ma nessuno ha mai osato fare ingresso sul campo se non per mettersi in mostra, attraversandolo completamente nudo. In compenso gli hooligans vengono in Italia liberi di entrare e di fare ciò che in Gran Bretagna è loro vietato.

È del tutto inutile sbandierare ai quattro venti che si deve creare una cultura sportiva se, poi, nessuno si rende responsabile di tale compito.
- Le famiglie raramente si sentono in dovere di farlo; semmai ci sono troppi genitori che danno il cattivo esempio, insultandosi sugli spalti mentre giocano i loro figli; a tal punto che più di una partita delle giovanili di calcio e di basket è stata sospesa e ripetuta senza la presenza dei genitori.
- Le società sportive il più delle volte se ne fregano o, peggio, istigano i propri giocatori a comportamenti illeciti quali la simulazione che è il più grave reato dello sport, in quanto lede uno dei pilastri dell’educazione sportiva: la lealtà.
Per non parlare di quei presidenti che hanno coltivato per anni frange di facinorosi attraverso sovvenzioni, affinché il loro comportamento aggressivo potesse condizionare l’operato dei direttori di gara.
A questo punto non resta che la scuola, ma due misere ore di educazione fisica alla settimana (quando vengono svolte) difficilmente riescono a contrastare una mentalità fortemente condizionata durante tutte le ore dedicate agli allenamenti e alle partite presso le società in cui operano istruttori che remano in senso inverso.

Non resta che stringere la vite attraverso leggi drastiche in attesa che avvenga il tanto auspicato cambio di mentalità e che richiederà anni di lavoro capillare nei campionato minori e nella scuola. Norme che non consentano scappatoie sul tipo di quelle cercate da compiacenti avvocati che difendono i delinquenti da stadio: “impedire l’accesso alle partite lede la libertà dei cittadini-imputati”.
Ma mi facciano il piacere! Innanzitutto non mi risulta che qualcuno sia morto o abbia subito gravi traumi psichici per il divieto di assistere alle partite dal vivo.
Semmai mi risulta, purtroppo, che la libertà degli altri frequentatori degli stadi sia stata ampiamente lesa in numerosissime occasioni in quanto, nel migliore dei casi, non hanno potuto assistere allo spettacolo in completo rilassamento e senza venire disturbati o insultati. Se almeno i “deficenti” si limitassero ad affrontarsi tra fazioni opposte e a eliminarsi a vicenda, la società potrebbe riuscire a liberarsi da questi pesi morti. Esattamente ciò che avviene in campo mafioso o camorristico: le lotte tra le faide contribuiscono a ridurre il numero dei delinquenti in circolazione.



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