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 Anno IV n° 4 APRILE 2008    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi



La speculazione finanziaria ci mette in ginocchio
Alcune considerazioni su economia reale, speculazione finanziaria, le politiche delle banche centrali, difesa degli interessi della gente comune e l’assurda difesa dei guadagni dovuti alla speculazione finanziaria che viene sempre fatta
Di Giovanni Gelmini



Già in altre occasione abbiamo sottolineato la differenza tra investimenti veri e quelli speculativi. Abbiamo anche detto come questi ultimi siano perniciosi per l’economia reale e che possono essere sopportati solo se non riducono la disponibilità di capitali per l’investimento vero. Una delle cause di gravi difficoltà in cui si trova l’economia mondiale è la troppa enfasi che viene sempre data alla speculazione finanziaria.

Il primo effetto di questa attività, che se va bene è molto redditizia per chi la fa e per questo sprizza “potenza” da tutti i pori, è quello di togliere alle imprese la capacità di gestire le strategie.
La borsa si concentra sulla redditività a breve, premia chi fa cassa, le imprese sono valutate su “relazioni trimestrali” e non sulle strategie, le quali al contrario sono pluriennali, se non decennali.
Quando le aziende vengono valutate in borsa si guarda alla “trimestrale”; quello che conta è che sia buona o ottima, se poi il trimestre successivo l’azienda va male poco interessa perché i titoli di borsa vengono venduti velocemente. I dividendi non fanno storia, ma conta il delta tra le quotazioni: se il titolo sale guadagno, se scende perdo.
Quindi la redditività di investimenti finanziari di borsa non è data dal fatto che i soldi investiti facciano incassare utili (cioè che l’impresa su cui ho investito sia produttiva), ma conta se acquisto quando il titolo è basso e questo cresce, in modo da vendere prima che torni a scendere. Questo è in buona parte scollegato dalla capacità dell’impresa a produrre redditi. Ma le imprese per raccogliere finanziamenti in borsa devono sottostare al folle gioco di questi operatori spregiudicati: la “trimestrale” comanda.

Questo è un problema grave, perché quando il gioco di rincorsa al “rialzo” supera in modo eccessivo la soglia del reale, la “finanza” diventa come un pallone troppo gonfio e basta un nulla per farlo scoppiare. Così è successo negli Stati Uniti e lo “scoppio” dei titoli sub-prime ha trascinato tanti altri palloncini e, di seguito, anche l’economia reale.

Per potere avere un guadagno reale occorre che quello che vendo abbia più valore di quello che ho speso per averlo, non solo che sembri avere più valore. Questo è chiaro nell’economia manifatturiera in cui le materie prime più il costo di trasformazione devono essere minori del prezzo di vendita, altrimenti non c’è guadagno. Ma anche nel commercio è così. Ricordate i piccoli problemi fatti alle elementari su costo, ricavo, guadagno? Questa, in modo semplice, è l’economia reale: guadagno sulla mia capacità di creare un valore da aggiungere. Quella “finanziaria” invece è: guadagno se azzecco e così mi approprio della ricchezza di altri, senza produrne di nuova.

La crisi americana è caduta in un momento particolarmente difficile: le guerre di Bush sono un costo che non ha prodotto sufficienti rientri; le economie asiatiche crescono molto veloci e hanno fatto impennare la domanda di materie prime; per il petrolio c’è anche il problema che il suo costo di estrazione continua ad aumentare perché i giacimenti facili sono ormai esauriti.

L’economia americana va a picco, seguita dall’Europa nella sua discesa; solo la Cina ne risente in minor misura, ma anche il gigante giallo ha problemi, perché tutti i mercati sono ormai fortemente connessi.

La Federal Reserve, al fine di evitare fallimenti a catena, ha abbassato in continuazione i tassi di sconto, fregandosene dell’inflazione, e ha cercato così di salvare la struttura economica reale, che in mancanza di liquidità sarebbe saltata completamente. Questo ha portato ad uno spostamento degli investimenti finanziari dal dollaro ad altro: materie prime(gia sotto pressione per l’aumentata domanda industriale), oro e monete sicure, tra cui l’Euro.

La BCE al contrario ha sempre avuto la tendenza a “controllare l’inflazione” (N.d.R. dice lei) e a non abbassare gli interessi.
In effetti questo controllo non ha dato risultati soddisfacenti, perché l’inflazione anche in Europa ha iniziato a correre (ora +3,3%), questo almeno per alcuni motivi: l’inflazione è dovuta in buona parte all’aumento del costo delle materie prime (questo non è controllabile dalla BCE), ma è anche legata al costo del denaro che le imprese subiscono e questo è il risultato proprio della politica restrittiva generalizzata, adottata della BCE, in un momento di raffreddamento dell’economia reale.
Forse questa politica dei tassi elevati è tenuta per evitare che i “furbini del quartiere”, con soldi presi a prestito, vadano a creare ulteriori bolle speculative, che oggi per noi sarebbero una catastrofe.

Alla fine quello che si capisce è che la paura degli organi di governo a mettere freni alla speculazione è uno degli elementi che stanno provocando disagio all’economia che genera ricchezza.

Oggi in Europa i redditi provenienti da investimenti finanziari sono tassati meno dei redditi da impresa e da lavoro, solo il 20% circa in modo secco ed in Italia sono tassati ancora meno (12,5%). Questo è profondamente sbagliato, ma è difeso da chi in questo modo ci vive: banche e “finanzieri”. È giusto mantenere una bassa tassazione sugli accantonamenti per liquidità o per sicurezza (sui conti correnti, cedole di titoli di stato obbligazioni, dividendi di società), ma invece si devono tassare le pure speculazioni finanziarie del tipo: compro oggi perché il titolo è basso e vendo domani appena sale un poco. Non dico di tartassarli, ma di far pagare le tasse come a tutti i cittadini in modo progressivo, portando anche questi redditi nella dichiarazione annuale.

Se la febbre finanziaria speculativa rientrasse ad un livello di accettabilità, avremmo aziende più attente alle strategie a lungo periodo e quindi gli investimenti innovativi, di cui tanto siamo carenti, diventerebbero più interessanti e il costo del denaro potrebbe abbassarsi, riducendo anche la supervalutazione dell’euro, senza creare danni.

Oggi i muti per l’acquisto della prima casa prevedono una deducibilità fiscale; forse sarebbe utile invece intervenire direttamente sull’ente erogante, come avveniva una volta, coprendo una parte della quota interessi dovuta, in modo da ridurre alla fonte il livello delle rate dei finanziamenti che oggi sono diventati insopportabili per molti.
Questo ridarebbe fiato alla domanda delle famiglie e aiuterebbe oggi il rilancio dell’economia e, quindi, dell’occupazione.



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