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 Anno IV n° 7 LUGLIO 2008    -   TERZA PAGINA


“Celeberrimus pictor”
Bernardino di Betto detto “Il Pintoricchio”


Sigismondo Tizio, canonico del Duomo di Siena e autore della Storie senesi, si fa vanto di aver personalmente conosciuto il Pintoricchio. Lo definisce “celeberrimus pictor” ed elenca le opere che ne consacrarono la fama.

Amplifica una voce, ai suoi tempi circolante, secondo la quale Bernardino è stato più grande del Vannucci.

Trova il suo modo di dipingere molto diverso da quello del Perugino. Nota che, mentre quest’ultimo ha fatto sempre ricorso a “imagines distinctas”, a ritmi narrativi lenti e cadenzati, Pintoricchio ha mostrato predilezione per le composizioni affollate, ha usato molto oro e molto celeste, si è ispirato agli antichi nel dipingere paesaggi e vedute di città. Non manca di rilevarne qualche difetto.

Messo di fronte al “divin pittore” Pintoricchio dimostra poca prudenza, scarsa coscienza e limitate capacità oratorie. Da questo sintetico, lucidissimo medaglione biografico esce il profilo di un maestro che, al di là di tutto, è in grado di reggere il confronto con un gigante dell’arte come il Perugino.

La partita si gioca fra due autentici talenti. La differenza sta soltanto nel modo di concepire la pittura. Non è questione di gerarchie di valore. E’ sorprendente scoprire come il giudizio di un prete, di un appassionato cultore di storia patria, sia più acuto, più penetrante, starei per dire più moderno, di quello di un intendente di cose d’arte come Giorgio Vasari il quale, alla metà del Cinquecento, immola ogni merito del Pintoricchio sull’altare di una teoria evoluzionista e gerarchizzante.

Il pittore, secondo lo storiografo aretino, fu semplicemente baciato dalla sorte e la sua vita dimostra come la fortuna può avere “per figliuoli” anche coloro che sono privi di virtù. Vasari trova goffo, fuori moda, insopportabilmente arcaico il mondo figurativo del maestro perugino, che non si preoccupa di impostare prospetticamente le sue composizioni, che fa un uso esagerato di orpelli decorativi, che dipinge a metraggio, con molta pratica e scarsa invenzione.

L’autorevolezza del giudizio vasariano condizionerà pesantemente la critica successiva. Ancora nel 1936 Bernard Berenson, pur riconoscendo al pittore non comuni capacità di apparatore, di scenografo, di direttore d’orchestra, definiva la sua pittura un “intingolo ricco”, più adatto al palato dei provinciali che a quello dei buongustai. E questo, nonostante molte voci si fossero già levate a difesa dell’artista, a cominciare da quella di Giovanni Morelli, che nel 1880 aveva definito il Pintoricchio “più schietto, più brioso, più immaginoso e robusto del Perugino”.

Lo stesso Gabriele d’Annunzio, soffermandosi a parlare dell’appartamento Borgia, aveva descritto questa immensa, fantasmagorica narrazione figurata come un “miracoloso tessuto di storie di favole, di sogni, di capricci, di artifizi e di ardiri”.

Liberi da pregiudizi, svincolati da sovrastrutture mentali, lontani da condizionanti necessità classificatorie, oggi, forti anche di una letteratura che ha versato molto inchiostro per rilanciare l’immagine dell’artista, considerato non più un attardato, nostalgico rievocatore di sogni tardo-gotici, ma un attento, sensibile interprete del suo tempo, possiamo sottoscrivere in pieno il giudizio di Cesare Brandi secondo il quale Pintoricchio “acquista forza e personalità proprio in ragione, più che non ostante, delle sue palesi caratteristiche denunciate in genere come difetti”
(tratto da F.F. Mancini, Pintoricchio, 2007, Milano, Silavana Editoriale, in corso di stampa).

Pintoricchio: brevi note biografiche

Bernardino di Betto detto il Pintoricchio nasce a Perugia intorno al 1456. Si deve all’umanista perugino Francesco Maturanzio, librettista della celebre decorazione del Collegio del Cambio, una delle prime menzioni del pittore, secondo, quanto a meriti artistici, solo a Pietro Vannucci, ma più sfortunato del “divin pittore” riguardo alle sembianze - era di minuta complessione e per di più non udente - (“et eravi ancora un altro maestro nominato da molti el Pentoricchio et da molte appellato Sordicchio perché era sordo e piccolo de poco aspetto et apparentia et come quillo maestro Pietro era primo de quilla arte cusì costui era secondo e anco lui per secondo maestro non aveva pari al mondo”; F. Maturanzio, Cronache, ad annum 1492).

Le origini artistiche di Bernardino vanno ricercate all’interno della operosa bottega di Bartolomeo Caporali, il “Verrocchio di Perugia”, al cui fianco è attivo anche il fratello Giapeco, affermato miniatore. E' già maestro di livello quando partecipa, nel 1473, con altri artisti perugini, alla realizzazione delle otto tavolette illustranti i Miracoli di san Bernardino e inserite nella celeberrima, omonima nicchia, oggi nella Galleria Nazionale dell'Umbria (a Pintoricchio, in particolare, sono riferibili le scene con il Santo che appare post mortem e libera un prigioniero e il Santo che richiama alla vita un uomo morto trovato sotto un albero).

Dopo questa data si colloca un probabile soggiorno a Roma, città che può offrire ghiotte occasioni lavorative ma anche la possibilità di avvicinare e studiare le vestigia della classicità. Nel 1480 il nome di un Bernardino pittore, probabilmente da identificare con il nostro, compare nel sussidio focolare di Porta Sant’Angelo, dove l’esigua tassa di 49 denari pagata per quell’anno, conferma, insieme alla residenza ufficiale a Perugia, il suo status di artista non ancora pienamente affermato.

Cade nel 1481 l’ingresso ufficiale nella corporazione dei pittori con l’iscrizione alla seconda matricola dell'Arte per Porta Sant’Angelo. Nello stesso anno Pintoricchio è chiamato da Perugino a far parte della équipe di artisti coinvolti nella decorazione della Cappella Sistina in Vaticano. Tornano alla mente le parole di Giorgio Vasari (1568), che aveva accennato al ruolo subalterno di Bernardino proprio negli anni della Sistina (“avendo costui nella prima giovinezza lavorato molte cose con Pietro da Perugia suo maestro, tirando il terzo di tutto il guadagno che si faceva”). Il coordinatore dell'impresa, Perugino, il padre-padrone che guida egregiamente la sua troupe ottenendo risultati sorprendenti dal punto di vista dell’unitarietà stilistica, in realtà, saprà come valorizzare al meglio il particolare talento del giovane collaboratore, rapidissimo nell’esecuzione, ideale, quindi, per riempire alla svelta ampie superfici murarie e, in più, dotato, rispetto al maestro e ai colleghi toscani, di un’ inventiva vivace ed estrosa.

Fattosi apprezzare nel cantiere sistino Bernardino, allentato il sodalizio con il Vannucci, diviene protagonista di primo piano del panorama artistico romano. Dopo aver lavorato per Domenico della Rovere nella cappella di San Girolamo in Santa Maria del Popolo, Pintoricchio viene chiamato, dal giurista pontificio Niccolò di Manno Bufalini da Città di Castello, a decorare (1482-1485) la cappella di giuspatronato Bufalini nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli. La scelta del programma iconografico viene indirizzata sulla vita di san Bernardino da Siena, figura particolarmente cara alla casata alto tiberina perché responsabile della pacificazione avvenuta tra i Bufalini e i Baglioni.
Nelle candelabre angolari della cappella compaiono numerose grottesche ispirate alle pitture della Domus Aurea, straordinario repertorio ornamentale al quale l’artista liberamente attingerà per tutto l’arco della sua carriera. Tra le numerose imprese romane va annoverata, di seguito, la decorazione della loggia del Belvedere nella villa voluta da Innocenzo VIII sul colle di Sant’Egidio (1487), raffinata operazione di revival dell’antico fin nelle parti architettoniche, ricordata con parole di ammirazione anche da Sigismondo de’ Conti. Ancora per il cardinale Domenico della Rovere, affresca alcune sale nella sua residenza in Borgo (1490), oggi nota come Palazzo dei Penitenzieri. A non grande distanza di tempo Pintoricchio interviene anche nella cosiddetta palazzina di Giuliano della Rovere ai Santi Apostoli, oggi inglobata in palazzo Colonna. Tra l’autunno del 1492 e il primo semestre del 1493 prende avvio la campagna decorativa dell’appartamento di papa Alessandro VI Borgia in Vaticano, almeno per quanto attiene la fase di progettazione e di definizione dei partiti decorativi e del programma iconografico, fortemente autocelebrativo della figura del pontefice, concretamente messo in opera solo dopo il matrimonio di Lucrezia Borgia con Giovanni Sforza, signore di Pesaro (12 giugno 1493) ed entro il 1494. Ma le commissioni borgiane si estendono anche alla residenza papale di Castel Sant’Angelo (1495-1497), dove viene realizzato un vasto ciclo a contenuto storico, oggi purtroppo perduto. Agli impegni romani Pintoricchio alterna frequenti interventi in Umbria, a Perugia principalmente, ma anche ad Orvieto, dove lavora nella tribuna del Duomo a risarcire un’ampia porzione della più antica decorazione condotta da Ugolino di Prete Ilario. Il suo capolavoro umbro, insieme alla cappella Bella di Spello, è la pala d'altare per la chiesa di Santa Maria dei Fossi a Perugia, terminata nel 1495, oggi nella Galleria Nazionale dell'Umbria. Entro il 1497 esegue anche la decorazione ad affresco della cappella di San Leonardo nel duomo di Spoleto, commissionatagli dal raffinato Costantino Eroli, vescovo della città, che ripropone a Spoleto i fasti delle cappelle cardinalizie di Santa Maria del Popolo. A differenza del conterraneo Perugino, eccellente manager e capocantiere, Pintoricchio, nelle sue numerose imprese, si contorna di pochi collaboratori, non risultando mai titolare di una bottega stabile in qualche modo paragonabile a quella del rivale Vannucci. Ciò non gli impedisce di consolidare la sua situazione patrimoniale: a conferma della florida posizione economica raggiunta, Bernardino, a partire dal 1498 e fino al 1502, prende in affitto dalla confraternita di Sant’Agostino a Perugia ampi locali da utilizzare come granai. Nel 1501, anno in cui la famiglia Baglioni riconquista, con l' aiuto di Cesare Borgia, il dominio su Perugia e sul suo contado, Pintoricchio ottiene il prestigioso incarico di priore delle Arti. Alla potente famiglia dei Baglioni si lega anche una fra le più importanti imprese ad affresco dell’artista, la decorazione della cappella Bella nella collegiata di Santa Maria Maggiore a Spello, realizzata tra l’autunno del 1500 e la primavera del 1501 su commissione di Troilo Baglioni, canonico della collegiata e più tardi vescovo di Perugia. A questa commissione segue l’allogazione della grande pala della Fratta, affidatagli il 19 dicembre del 1502 e destinata alla chiesa di Santa Maria della Pietà. La fervida attività umbra di questi anni non va interpretata come un’interruzione dei rapporti con Roma: in Santa Maria del Popolo dirige infatti la decorazione della cappella di Girolamo Basso della Rovere e del Chiostro Grande. La fama acquisita gli consente di raggiungere, negli anni successivi, altri gratificanti traguardi: nel 1502 (il contratto è del 29 giugno) riceve dal cardinale Francesco Tedeschini Piccolomini l' incarico di decorare la Libreria annessa al Duomo di Siena, fondata per accogliere i preziosi volumi appartenuti alla biblioteca del papa umanista Pio II. A questa aulica decorazione, nella quale sono narrati i momenti salienti della vita di Enea Silvio Piccolomini, Pintoricchio si applica fin dall’estate del 1503, interrompendo più volte il lavoro che viene concluso intorno al 1508. Contemporaneamente mette mano alla decorazione della cappella di San Giovanni Battista, eretta, a pochi metri dalla Libreria, per ospitare la preziosa reliquia del braccio del Battista, donata nel 1464 da Tommaso Paleologo; nel 1505 gli viene affidata anche la realizzazione di un cartone con la Storia della Fortuna per il litostrato pavimentale nel duomo senese. A partire dal 1506 l’artista dimora stabilmente a Siena. Tuttavia, nello stesso anno, accoglie l’incarico di eseguire una grande macchina lignea da porre sull’altare maggiore della chiesa francescana di Sant’Andrea apostolo a Spello. Tra l’autunno del 1509 e la primavera del 1510 lavora ancora nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma, dove nella cappella Maggiore, concepita da Giulio II come mausoleo destinato ad accogliere le tombe di Ascanio Sforza e di Girolamo Basso della Rovere e ispirata alla volta in stucco di una sala della villa di Adriano a Tivoli, affresca la grande volta a padiglione. Tra le imprese senesi si ricordano anche la decorazione del palazzo del nobile Pandolfo Petrucci (1508-1510). Nel maggio del 1513, l’artista, gravemente ammalato, detta le ultime volontà. Muore a Siena l’11 dicembre dello stesso anno

(tratto da Francesco Federico Mancini, Pintoricchio, Milano, Silvana Editoriale, 2007, pp. 264-265) (tratto da Francesco Federico Mancini, Pintoricchio, Milano, Silvana Editoriale, 2007, pp. 264-265) .



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