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 Anno IV n° 8 AGOSTO 2008    -   TERZA PAGINA



L’ABBAZIA DI MATILDE
I luoghi a San Benedetto Po



L’Abbazia di Matilde

Matilde di Canossa ebbe rapporti con molti monasteri, da Vallombrosa e Camaldoli in Toscana a San Pierremont e Orval in Lorena, donando ad essi terre, oggetti liturgici, codici miniati, e fu generosa soprattutto con quelli della Pianura Padana, i più vicini a lei, come Nonantola o Frassinoro nel Modenese, Sant’Apollonio di Canossa e San Prospero di Reggio Emilia, Sant’Andrea di Mantova; ma ebbe sempre a cuore e predilesse un’abbazia: San Benedetto Polirone. Oltre ad arricchirla con cospicue donazioni (tra le quali l’altra metà dell’isola sulla quale era stata fondata da suo nonno Tedaldo di Canossa), sostò di frequente a San Benedetto Po e nei suoi dintorni, dopo che Mantova le si era ribellata (per ben 24 anni: dal 1091 al 1114), e qui scelse di essere sepolta. Qui infatti c’erano monaci che ubbidivano alla Regola di San Benedetto e seguivano le consuetudini dei Cluniacensi, definiti “agnelli immacolati”, che con le loro preghiere riuscivano persino a liberare le anime dalle pene dell’Inferno, come allora si credeva.

Abbazia di Polirone - il Campanile
Quella di San Benedetto Po si può quindi giustamente definire “l’abbazia di Matilde”, e qui il suo ricordo rimase e rimarrà immutato “sino alla fine dei secoli”, come Ella scriveva in un documento del 1109.

I monaci infatti pregavano per Lei non solo nell’anniversario della sua morte (il 24 luglio), celebrando un ufficio come se fosse morto un abate, ma il suo nome primeggiava sull’altare maggiore con l’evangeliario da lei donato (ora a New York, e per la prima volta in Italia, in questa mostra), e per lei venne adattata l’antica “basilica” di Tedaldo, con il suo sepolcro attorniato da un notevole mosaico pavimentale con le virtù cardinali e simboli della lotta tra il bene e il male.

Da Polirone sorse così quel mito di Matilde che ha attraversato tutto il corso del secondo millennio e ancora rivive. Peccato che il suo corpo, venduto in un momento tragico al papa nel 1632, non sia più nella grande arca di candido alabastro, sulla quale era scritto:

Da questo marmoreo sepolcro son io racchiusa Contessa, che un dì chiamata fui Matilde.

Poi che passati furon mill'anni e cento e dieci
e insieme sei, dalla carne fui sciolta.
Giacqui al Signore, quando mancavano otto giorni
al finire di luglio, quinto mese dell'anno.
Mantova, che mi avesti signora, loda i numi.
Fui generosa ai monaci qui, popolo pio, memore vivi
poi che il cenobio e questo sacello
fondò Tedaldo, mio dolce avo.


Il Cenobio di Polirone

Polirone sta per Po e Lirone, i due corsi d'acqua che intorno all'anno Mille circondavano l'isola sulla quale venne fondato da Tedaldo di Canossa, nonno della contessa Matilde, l'omonimo monastero benedettino: San Benedetto Polirone.
Il Po scorreva allora su di un alveo più meridionale, in parte rimasto col nome di Po Vecchio, che, dopo Guastalla, toccava Suzzara, Gonzaga, Pegognaga e Quistello, per poi congiungersi col Lirone, che invece proveniva da ovest sul percorso del Po attuale, e continuare come oggi verso Revere. Negli otto secoli della sua esistenza, dal 1007 al 1797, il monastero benedettino ha segnato il paesaggio, l'economia, la storia di questi luoghi, lasciando un'impronta profonda ben al di là di quanto — ed è tanto — è rimasto degli edifici monastici.
Sono le opere idriche, gli interventi sul Po, per allontanarne il corso dal centro abitato, che i monaci compirono nel corso dei secoli; è stata la bonifica di aree un tempo paludose, la loro messa a coltura e la costruzione di una rete di ricche corti monastiche, che costituivano l'ambìta base economica del cenobio, e che ancora restano a testimoniare un millennio di operosità: dalle vicine Valverde, Bugno Martino, Corte Simeona, alle più lontane Bardella, Zovo e Gonfo.
Abbazia Polironiana - La sagrestia
L’abbazia di Matilde ripercorre anche questo aspetto fondamentale della vita del monastero e degli abitanti della zona, attraverso pochi, ma significativi documenti d’archivio, e soprattutto con l’esposizione di antiche mappe (da quella bellissima del 1533 alle tavole originali del Catasto di Maria Teresa d’Austria, 1784), che mostrano il paesaggio, gli abitati, il corso dei fiumi e gli interventi compiuti dall’uomo per controllarli, sino al Taglio di Monteccucco, che ha allontanato il Po dal monastero, salvo però che nei momenti di maggiore piena, come quella del 2000, quando il grande fiume incombette pericolosamente sull’abitato.

Polirone merita ben più di una fugace visita alla mostra, ai musei e al centro storico di San Benedetto Po, ma, almeno, un'intera giornata sulle tracce di una storia e di una civiltà che compendia in sé secoli di vita della gente del Po, godibile anche noleggiando biciclette e facendo sosta nei numerosi centri di ristoro: osterie, bar, ristoranti, agriturismi.

Abbazia di Polirone - Mosaico
Quello che proponiamo è un incontro a più dimensioni, nel quale sia possibile ripercorrere in una mostra ampia e suggestiva le tappe di uno straordinario passato, visitare un inatteso sito artistico, godere di bellezze naturali che ancora resistono agli attacchi dell'uomo, riandare alle memorie di una cultura contadina, che ancora vive nei percorsi ricostruiti negli spazi dell’antico Monastero, e che è bello riscoprire nel paesaggio tutt’intorno.

La sede della mostra:
il Refettorio Grande e l'affresco attribuito al Correggio


Il refettorio era la sala dove i monaci consumavano i pasti; a Polirone, nel 1478 fu edificato con questo scopo un nuovo edificio: un salone di oltre 500 mq., diviso in quattro campate coperte da volte a crociera. I monaci vi entravano dal chiostro di San Benedetto, transitando per un vestibolo dotato di una grande fontana. Nel 1510 l’umanista Gregorio Cortese (professo a Polirone nel 1508) decise di decorare tutta la parete di fondo ovest, e chiamò per questo due artisti: il veronese Girolamo Bonsignori, che dipinse l'Ultima Cena su una tela incastrata nel muro, e, come è stato ipotizzato da Paolo Piva e confermato da Sidney Freedberg e Cecil Gould, il giovane Correggio, che avrebbe affrescato l'Architettura dipinta (scoperta e restaurata nel 1985) in cui si inserisce il Cenacolo (1514). Attualmente questa attribuzione è discussa, e diversi critici d’arte propendono per attribuire l’intera parete al Bonsignori.
La grande architettura dipinta del Refettorio polironiano simula l'interno di una chiesa rinascimentale, nel quale sono dipinte le prefigurazioni bibliche del Cristo e dell'Ultima Cena: Il sacrificio di Isacco e L'Offerta di Melchisedech a monocromo, in basso, Mosè e David più sopra, due Sibille che profetizzano l'avvento del Cristo in alto. Figure di angeli sono collocate sotto le cupole. La decorazione anticipa temi della riforma protestante e dell'Evangelismo italiano di cui Cortese fu tra i principali esponenti.
Alla fine del Settecento, l'abate Mauro Mari fece asportare la tela col Cenacolo del Bonsignori (poi finita con la sopressione napoleonica nel patrimonio dei D’Espagnac all'abbazia di Santa Maria della Vangadizza, a Badia Polesine, dove attualmente è conservata nel Museo civico), intonacare la parete, e aprire un finestrone centrale. Fece poi affrescare in stile neoclassico busti di personaggi che avevano illustrato la storia di San Benedetto Po: S. Simeone armeno, S. Bendetto e il Po, Dionisio Faucher, Arnoldo Wion, Lorenzo Massolo, Giambattista Folengo, Gregorio Cortese, S. Anselmo da Lucca.
Abbazia Polironiana - Chiostro di S.Simeone



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