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 Anno IV n° 12 DICEMBRE 2008    -   PRIMA PAGINA


Il fatto
Scarpe in faccia!
Il gesto è rappresentativo del sentimento che George W. Bush suscita alla fine del suo periodo di presidenza degli Stati Uniti
Di Arlequen



Prendere Bush a scarpe in faccia! Penso che sia un desiderio di metà del mondo e forse l’altra metà non lo pensa solo perché non sa chi sia Bush. È stato un momento liberatorio, quando ho visto una scarpa volare verso il Capo di Stato americano, poi la seconda è stata la conferma che non era un fatto casuale.

Al di là della cronaca del gesto: un giornalista, che ha un odio profondo verso Bush e l’occupazione militare e che per questo gesto rischia 7 anni di carcere, è significativo il consenso che ha registrato non solo nel popolo iracheno e in tutto il mondo. Lunghissima è ormai la lista degli avvocati che si offrono per difenderlo gratuitamente!

Dietro a questo gesto c’è il disastro dell’occupazione americana: i morti “dopo la fine della guerra”, le lotte fratricide, l’espansione del terrorismo e dell’integralismo islamico, l’aumento di potere dell’Iran. Tutto questo è solo la conseguenza di un atto scellerato, fatto da Bush: invadere l’Iraq senza avere la capacità di instaurare un nuovo governo accettato dalla popolazione.

Ricordo come iniziava un mio articolo pubblicato il 20 Agosto 2003:” Forse mi sono sbagliato, ma molti mesi fa mi sembrava che il VII° cavalleggeri fosse entrato a Bagdag, avesse issato la bandiera a "stelle e strisce" e così tutti avessero iniziato a vivere felici e contenti nella libertà americana. Non era quello che sostenevano i fautori della guerra? Saddam Hussein era morto, come bin Laden peraltro, e tutto era finito. Eppure qualcosa mi dice che non è così.
Allora Bush esultava per la guerra finita, ma invece iniziavano i veri guai. Oggi a distanza di più di 5 anni, il Presidente degli Stati Uniti, dopo aver firmato l’accordo per il ritiro delle truppe americane entro il 2011, afferma invece: “La guerra non è ancora finita”, ma pensa, se ne è accorto pure lui, forse con troppo ritardo.

La misura della disfatta la troviamo in modo diretto nei dati relativi alla “ricostruzione”: Il New York Times, che ha avuto modo di visionare un rapporto ufficiale del Governo americano non ancora pubblicato, denuncia sprechi per oltre 100 miliardi di dollari senza che in pratica si sia fatto nulla. Secondo questa fonte, fino alla metà del 2008, infatti, sono stati spesi in Iraq 117 miliardi di dollari, ma nulla di nuovo è stato avviato: solo la ricostruzione, abbastanza parziale, di quanto distrutto dalla guerra. Le cause sarebbero molteplici e vanno dall’ignoranza del mondo culturale iracheno agli interessi “poco limpidi”di alcune lobby americane. Secondo questo rapporto, inoltre “il governo non ha mai davvero sviluppato una nuova legislazione o messo le basi per operazioni diplomatiche, di sviluppo e tantomeno militari”.

Ma questa incapacità ha pesato moltissimo sull’economia americana e più in generale su quella mondiale. Come nel 1974 la guerra in Iraq ha fatto innalzare il prezzo del petrolio oltre i limiti dovuti alla domanda e offerta; su questa crescita si è innescata l’azione di speculatori che non hanno trovato controlli da parte delle autorità monetarie e hanno distrutto il mondo finanziario, succhiando in speculazioni assurde i fondi che sarebbero stati necessari a sostenere gli investimenti per l’innovazione dell’industria. Così l’industria statunitense, malgrado avesse alle spalle la maggior capacità innovativa, è scivolata nell’obsolescenza. Ecco che le grandi aziende automobilistiche, forti dell’opposizione di Bush al trattato di Kyoto, non hanno innovato, non preoccupandosi del cambiamento in atto in tutto il mondo verso il risparmio energetico, ed oggi non possono più vendere perché gli americani non possono, non solo comperare, ma anche solo mantenere quei macchinoni succhia benzina.

Oggi quelle aziende stanno per fallire e trascinano verso la povertà e la fame una gran quantità di famiglie; infatti negli Stati Uniti non ci sono quei sistemi di protezione sociale che per nostra fortuna invece disponiamo. Questo è un altro aspetto degli errori di Bush, che meriterebbero il lancio di scarpe chiodate degli alpini della 1° guerra mondiale: quelle con i chiodi lungi e le suole di legno!

Stendiamo un velo sulla situazione che il suo comportamento irresponsabile ha causato in Europa e la sua impossibilità a frenare il terrorismo a cui aveva dichiarato enfaticamente guerra.

Tra poche settimane il periodo Bush terminerà, per fortuna, ma uscire da questo baratro non sarà facile: gli americani, e noi con loro, dovranno sudare sangue. Solo una gestione corretta del sistema, secondo i canoni della vera economia produttiva e non di quella creativa, permetterà di uscire da questo buco nero. Credo che il mondo dopo questo sarà diverso; gli Stati Uniti non saranno più monopolisti della politica mondiale.



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