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 Anno V n° 1 GENNAIO 2009    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi


Un problema che si trascina da mezzo secolo
Palestina: “Piombo Fuso” per finire e per iniziare
Cerchiamo di leggere cosa appare, alla luce della storia degli ultimi decenni, nell'azione sanguinosa degli israeliani nella striscia di Gaza e vediamo che non era imprevedibile. Ora tocca ad Obama districare la vicenda
Di Giacomo Nigro



La questione israelo-palestinese occupa i nostri pensieri da così tanti anni che, a volte, mi chiedo se siamo in grado, non dico di risalire alle origini storiche, ma almeno di orientarci un minimo nel ginepraio. Forse è il caso di ripercorrere le tappe principali di questo conflitto immanente almeno a partire dal dopoguerra.

Lo stato di Israele nacque nel 1948 determinando la divisione fisica del popolo palestinese: mentre la Cisgiordania passò sotto il controllo della Giordania, la Striscia di Gaza veniva ad essere controllata dall’Egitto; durante la guerra dei Sei Giorni, nel 1967, Israele occupò entrambi i territori. Dopo anni di continua agitazione si giunse nel 1993, con gli Accordi di Oslo, a stabilire il principio secondo il quale i due popoli, israeliano e palestinese, hanno diritto di vivere in stati separati ed autonomi; ciò diede vita all’Autorità Nazionale Palestinese. Iniziarono così interminabili trattative e negoziati di pace che vennero interrotte dalla seconda Intifada del 2000, che diede adito alla costruzione, da parte di Israele, di un muro atto a separare il proprio territorio da quello palestinese.
Nel 2003 l’Onu, la UE unitamente a Russia e naturalmente agli USA, diedero vita alla cosiddetta Road Map che prevedeva un percorso che conducesse alla costituzione di uno Stato Palestinese. Si giunse quindi, nel 2005, all’elezione di un Presidente dell’ANP: Mahmoud Abbas (Abu Mazen); Israele iniziò, con conseguente sacrificio per i coloni, il ritiro dalla Striscia di Gaza. Intanto l’anno successivo il movimento Hamas vinceva democraticamente le elezioni; nonostante ciò, nella striscia di Gaza, scoppiarono incidenti fra i militanti di Hamas e quelli di Fatah. Questi ultimi fatti portarono alla sostanziale divisione in due del popolo palestinese, divisione che corrisponde anche alla divisione fisica: Fatah controlla la Cisgiordania e Hamas la Striscia di Gaza. L’atteggiamento di Israele nei confronti delle due entità è bifronte: tratta con Fatah, lotta con Hamas.

Veniamo ora a quanto avviene in questi giorni in quella regione, guardando qual è l’atteggiamento del terzo incomodo locale, che è l’Egitto, confinante a sud con la Striscia di Gaza: è chiaro da sempre che l’integralismo di Hamas è inviso al Presidente egiziano Mubarak; Ciò determina l’isolamento completo della Striscia; l’Egitto lascia passare solo medicinali, mentre gli aiuti umanitari e i viveri arrivano nelle brevissime tregue di tre ore che di tanto in tanto Israele concede.

Avendo presente l’isolamento di Hamas, c’è da chiedersi da dove transitano le armi di cui questo movimento pare disporre con una certa continuità; l’Egitto ne saprà qualcosa?

Certamente al governo israeliano non sarà bastato il punzecchiamento missilistico di Hamas a farle sfidare la comunità internazionale con un ennesimo conflitto in cui i civili e i bambini sono le vittime principali; le imminenti elezioni politiche hanno sicuramente un loro peso rilevante. Da parte sua Hamas deve conquistare con la sua intransigenza i palestinesi della Cisgiordania, che vivono in un regime di stranissima semilibertà in cui non hanno pieno controllo del territorio.

La scelta dei tempi di questa nuova crisi mediorientale inoltre non pare estranea al cambio della guardia alla Casa Bianca: entrambe le parti in causa sembrano presentare al nuovo "gestore" una "situazione calda" per cogliere qualche frutto politico da spendere al meglio in futuro; nessuna delle parti in causa, nemmeno la più potente (Israele), può raggiungere i suoi obiettivi strategici. E nessuna è abbastanza forte e sicura di sé per accettare un compromesso con le altre. La guerra continua.

C’è chi teorizza che, per il resto del mondo (arabi e islamici compresi), non è Hamas che può distruggere lo Stato ebraico. La vera minaccia è l´Iran. Non solo in quanto deciso a dotarsi di un arsenale atomico capace di rivaleggiare con quello (mai dichiarato) di Gerusalemme, ma anche in quanto potenza nemica, capace di utilizzare i terroristi arabi e islamici, come Hizbullah, ma anche Hamas, per tenere Israele sotto schiaffo. Quindi oggi la battaglia di Gaza è uno scontro indiretto fra Gerusalemme e Teheran.

Vista da Israele la guerra di Gaza non è dunque una crisi internazionale, ma una partita interna: nel breve, per il tentativo dei laburisti di sottrarre voti alla destra di Netanyahu alle elezioni del 10 febbraio, in prospettiva, per riaffermare che la questione palestinese appartiene alla sfera della sicurezza interna e basta. In questo senso “Piombo Fuso” è più un´operazione di polizia con mezzi militari che una vera e propria guerra.

Intanto per le Nazioni Unite il cessate il fuoco a Gaza è condizione necessaria, ma non sufficiente alla tregua. Se le ostilità cessassero ora, sarebbe molto difficile per Israele cantare vittoria. Il lancio di razzi contro le province meridionali dello Stato ebraico continua, malgrado le truppe israeliane siano penetrate in profondità nella Striscia.

Hamas ha sicuramente subito colpi durissimi, molti dei quali sopportati direttamente dalla popolazione civile e non dai dirigenti dell’organizzazione, chiusi nei loro bunker sotterranei. Allo stesso tempo, appare molto improbabile che, anche continuando per qualche settimana, l’offensiva militare israeliana possa distruggere Hamas. E se anche lo facesse, chi metterebbe al suo posto? In teoria, i casi sono due: Gerusalemme torna ad occupare Gaza oppure l’appalta a Fatah. Entrambe le condizioni sono impossibili. Israele non ha nessuna intenzione di accollarsi i disperati di Gaza e Abu Mazen non può, ammesso che lo volesse, tornare nella Striscia dietro i carri israeliani.



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