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 Anno V n° 3 MARZO 2009    -   TERZA PAGINA



Tom Tom

Di Liù



Davanti al negozio c'erano ad occhio e croce almeno una trentina di persone in fila che aspettavano di entrare. I saldi di gennaio erano appena iniziati ed una folla di agguerriti consumatori era in agguato per conquistare l'oggetto del desiderio ad un prezzo inferiore. Illudendomi dell'affare mi misi anch'io in fila indiana pronto a scattare al mio turno.

Un tom tom mi aspettava a prezzo stracciato. Non posso negarlo, l'aspettativa era alta, l'avventura per il mondo insieme a lui era una emozione da non perdere. Finalmente lo conquistai: vincitore, felice e soddisfatto, mi diressi verso l'uscita del negozio.

"Sei mio, tom tom, lo sei diventato a suon di spinte, sgomitate e liti. Con te la vita sarà diversa..."

Iniziò così la nostra avventura. Gli domandai: "Dov'è meglio andare?"

"All'incrocio girate a destra" e ... "Girate a sinistra, poi, come potete, alla fine della strada c'è una piazza e... lei è arrivato."

Stupito pensai: "Mi conosce e mi risponde dandomi del lei? Forse ha riconosciuto le mie scarpe? La mia testa un po' appuntita? I miei occhi spalancati?" "Il berretto calato sulla fronte?"

Finsi di non ascoltare il tarlo nella mia testa che formulava domande.

Compiaciuto dal comportamento anomalo del mio prezioso tom tom, avviai la macchina seguendo la direzione indicata e trovai la piazza esattamente là dove lui me la aveva indicata. Non aveva sbagliato di un millimetro, con lui tutte le mie difficoltà d'orientamento potevano ormai dirsi superate.

Lasciai l'auto ed entrai in un luogo per me emozionante, il labirinto della biblioteca d'Alessandria, e mi diressi verso la sala dei papiri. Dovevo esibire i documenti come da prassi.

Toccai la tasca posteriore dei pantaloni dove tenevo il portafoglio con dentro tutte le carte, ma non riuscii a trovare nulla. Impazzii nel frugare. Non trovavo la mia carta d'identità, il mio codice fiscale, il mio bancomat, la mia patente.

Non c'era più nulla!

Ripercorsi a ritroso con la mente il viaggio fino alla biblioteca e finii per collegare il momento in cui avevano rubato il portafoglio: era sparito subito dopo aver pagato il navigatore. Dovevo denunciare il furto immediatamente e mi recai desolato con il tom tom al primo posto di polizia locale. Con i documenti avevano rubato anche il palmare, che era la mia memoria virtuale: era qui, nella rubrica iniziale, che avevo inserito i miei dati. Non avevo più alcuna fotocopia cartacea perché pensavo che il futuro appartenesse alla tecnica, nulla avrebbe potuto danneggiare i documenti virtuali, che erano esenti dall'usura del tempo come i papiri.

Al posto di polizia, mi chiesero alcuni dati personali, che ovviamente non ricordavo. L'addetto che compilava la denuncia mi consentì di accedere alla mia pagina web, ma non riuscivo a ricordare la pass... il vuoto della disperazione rischiava di lavarmi il pensiero e mi riempiva la mente. Per alleggerire la tensione scoppiai a ridere; la situazione era drammatica, ma allo stesso tempo piena di follia, surreale e non volevo crederci.

Non esistevo più.

L'ufficio di polizia intanto si stava riempiendo di gente: compresi che quello che avveniva a me stava accadendo anche ad altri, come se il vuoto colmasse la mente del mondo. Stavano arrivando a frotte, tutte amebe senza mente, tutti corpi inanimati. Ero solo col mio tom tom: ero contornato da zombi che pronunciavano tutti le stesse parole. Tutti senza identità, tutti accomunati dallo stesso destino. In un solo attimo nessuno di noi aveva più vita mentale, i codici che regolavano la nostra esistenza, puff come d'incanto erano svaniti.

Mi affacciai alla finestra per osservare la catastrofe da vicino e considerare le cause. In apparenza non era accaduto nulla, anche in strada tutto sembrava uguale. Ma nessuno era più uguale a se stesso

Piccole mani chiedevano uno spicciolo d'oro. Grandi mani offrivano spiccioli d'oro, mentre carpivano dai loro corpicini un rene, un occhio, un fegato. Volavano per il mondo dei pezzi di piccole mani questuanti, mentre, lenoni crudeli rendevano il mondo inanimato divorando brandelli di identità.



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