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 Anno V n° 4 APRILE 2009    -   PRIMA PAGINA


Per uscire dalla crisi
Avremmo bisogno di un governo forte, ma indipendente dalle lobby, invece...
Cambiare il sistema è l’imperativo per uscire dalla crisi, ma vuol dire anche cambiare il modo di gestire le aziende e la politica economica. Sono da evitare il protezionismo ed i carrozzoni statali
Di Giovanni Gelmini



La crisi è profonda e, malgrado i sorrisi del nostro capo del Governo, c’è poco da sorridere. Draghi, nella sua ultima relazione, sembra dare un poco di speranza, ma non dice che la caduta è finita, dice che si intravede un “rallentamento”, cioè che la caduta va ad una velocità inferiore, ma continua.

E d’altra parte è da tempo che tutti gli esperti dicono che questa è una crisi complessa, difficile e non è “congiunturale”, ma di sistema, e per uscire da una crisi di sistema ci vuole tempo perché occorre modificare il sistema: si spazzino le situazioni che hanno prodotto la crisi. Questo però significa anche inevitabilmente, che dovranno cambiare le imprese che hanno fatto errori così gravi, per cui o cambiano il top management o falliscono.

Un bell’esempio di cosa vuol dire cambiare un’azienda viene dalla Fiat. Fino a quando c’è stato a capo dell’azienda Gianni Agnelli era da “buttare”, da vendere alla GM. Cambia il presidente, arriva Montezemolo e la visione diventa diversa. Mette a dirigere il tutto Marchionne e nel giro di pochi anni, la Fiat torna ad essere un’azienda in crescita, in grado di competere, quella che assorbe meglio di tutte le europee i danni della crisi. Ecco che l’imprimatur viene qualche giorno fa da Obama che, inaspettatamente, la indica come partner ideale per risolvere i problemi della Crysler. Chi l’avrebbe mai detto, invece di essere svenduta alla GM, va ad a “acquistare” l’altro colosso statunitense.

Quale è il miracolo?
Credo uno solo: invece di occuparsi di produrre delle “trimestrali” gradite alla borsa, il management ha pensato di produrre delle auto gradite al mercato e in grado di produrre margini operativi per l’azienda; non solo, si è spinta in modo audace nell’innovazione del prodotto e ha puntato su auto più ecologiche. Scoperto il mistero: un management che, rubo una frase di Padoa Schioppa, invece di avere “la veduta corta” delle contrattazioni di borsa, ha avuto la veduta lunga dell’investitore industriale: anni e non giorni!

Abbiamo quindi un esempio in casa da seguire.
Molte delle nostre imprese vanno male, ma quanti dei loro imprenditori, anziché investire nell’attività della loro azienda, hanno dirottato i profitti verso il mercato più redditizio della speculazione finanziaria? Troppi!
Troppi hanno creduto che si potesse in eterno vincere alle scommesse, ma non è così, alle scommesse si perde sempre e la “finanza creativa”, troppo spesso, non era nemmeno una scommessa fatta con regole lecite, ma una catena di Sant’Antonio, cioè dove vincono solo quelli che la iniziano e tutti gli altri perdono.

Ora c’è da rimboccarsi le maniche e radrizzare, come ha fatto Marchionne, quello che si può radrizzare e buttare il resto.
Questo, chiaramente è osteggiato da chi ha la vista corta e guarda solo all’occupazione nei prossimi mesi e dai finti industriali, travolti dalla loro avidità. Un fatto è certo: non si può credere di poter risolvere questo problema con il sistema, adottato in passato, di costruire carrozzoni statali, come l’IRI o peggio la GEPI, la finanziaria delle partecipazioni statali fatta per evitare il fallimento di imprese decotte.
La via giusta è aiutare con validi strumenti di assistenza sociale, i lavoratori che perdono il posto di lavoro, sostenendoli nel trovarne di nuovi, ma lasciar fallire le imprese che non sono più competitive e lasciare liberi i capitali finanziari di investire nelle imprese sane. Chi deve pagare gli errori sono il top management e gli azionisti e, possibilmente, nessun altro. Questo è essere liberisti!

C’è un altro rischio molto grosso: quello di dare il passo ad una visione protezionistica nei commerci con l’estero.
L’idea può sembrare utile, simile a quello che fa l’ammalato che, per guarire, si chiude in casa e si mette a letto; ma una impresa non ha gli anticorpi e gli antibiotici a disposizione. Per progredire, deve subire e battere la concorrenza.
Chiudersi vuol dire dare più valore all’inefficienza, rendere convenienti i processi produttivi obsoleti o inventare surrogati pessimi, come il caffè d’orzo o l’orbace, perché non sono più raggiungibili i prodotti di qualità sui mercati esteri.
Elevare barriere all’entrata vuol dire poi subire di conseguenza pari barriere all’uscita per i nostri prodotti. Se noi non vogliamo importare il tessile cinese, non potremo esportare in Cina i nostri prodotti: queste sono le regole del commercio internazionale. Evidentemente ben altro è il discorso di ammettere solo i prodotti che rispondano agli standard di sicurezza e la protezione dei brevetti.

Per superare questa crisi non si deve assolutamente adire al sistema “protezionistico”, contro le importazioni come già detto, ma nemmeno sostenere il mantenimento dei poteri delle lobby: la via è aumentare la concorrenza e stimolare l’innovazione per lasciare agire la “tempesta creativa” del cambio di ciclo economico.
È evidente che questa, se lasciata a se stessa porta, alla creazione di fortissime tensioni sociali. Ad esempio, la rivoluzione industriale portò alla Rivoluzione Francese. Come già detto, è necessario sviluppare un sistema adeguato di ammortizzatori sociali, ma l’intervento statale non deve ripercorrere come nel passato la generazione di una statalizzazione del sistema economico. L’esperienza delle “economie statali pianificate” è stata pessima e ha dimostrato la sua impossibilità di reggere. Nello stesso tempo il liberalismo deregolamentato ha mostrato ancora una volta che non è in grado di autoregolarsi e porta solo a squilibri sociali.
In media stat virtus, questa è la soluzione: regole certe e precise, che valgano per tutti e libertà di agire all’interno di queste.

Per ottenere questo sarebbe necessario avere un governo forte, ma indipendente dalle lobby; purtroppo invece in Italia abbiamo un Governo guidato da uno che è una lobby da solo e che, ovviamente, è legato a tutti i lobbisti esistenti nel mondo.



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