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 Anno V n° 5 MAGGIO 2009    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi


Legambiente ci ricorda
26 Aprile: 23° anniversario dell’incidente di Cernobyl
L’eredità di quel disastro deve far pensare: scorie, costi e sicurezza restano problemi tuttora irrisolti, anche con la terza generazione del nucleare
Di Giovanni Gelmini



    Tutti i numeri di Cernobyl

  • 2 esplosioni consequenziali la notte del 26 aprile 1986 al reattore della quarta unità di Cernobyl
  • 11 miliardi di miliardi di Bequerel la radioattività rilasciata nelle esplosioni, 30 miliardi di volte superiore alla dose massima utilizzata per terapie radiologiche di tumori
  • 10 giorni necessari per spegnere gli incendi
  • 5.000 tonnellate di materiali vari(sabbia,boro, piombo, fosfati) versati sopra le macerie
  • dai 300mila a 800mila i liquidatori impiegati nel dopo incidente
  • 50.000 gli abitanti della cittadina di Pripjat che vennero allontanati dalle loro case, dove non sono mai rientrati
  • 130.000 gli abitanti dei 76 villaggi evacuati nel raggio di 30 km dalla centrale
  • 6 i pompieri che intervennero subito per spegnere l’incendio e che morirono pochi giorni dopo per l’effetto delle radiazioni
  • 24 i dipendenti morti tra il 26 aprile ed il 31 luglio per effetto delle radiazioni
  • 31 i liquidatori morti poco tempo dopo per le dosi di radiazioni assorbite
  • 4 i piloti di elicottero che morirono in volo sopra la centrale
    1800 i casi di cancro alla tiroide censite dall’Aiea in bambini che all’epoca dell’incidente avevano un’età compresa tra i 0 e 14 anni
    1,5 milioni di persone che vivono ancora oggi in aree con livelli di contaminazione superiori a 1 curie per chilometro quadrato
  • 150mila i chilometri quadrati di territorio ancora contaminato
  • 1.000 mq è l’estensione delle crepe sul sarcofago che racchiude i resti del reattore esploso
  • 180 le tonnellate di combustibile che si stima siano ancora all’interno del reattore
  • 100 metri in altezza e 260 metri di lunghezza la dimensione della nuova struttura che andrà a ricoprire l’attuale sarcofago e che avrà un costo stimato di oltre un miliardo di dollari
Due esplosioni, una dietro l’altra, la notte del 26 aprile 1986 al reattore della quarta unità di Cernobyl. 11 miliardi di miliardi di Bequerel la radioattività rilasciata dalle esplosioni, un valore 30 miliardi di volte superiore alla dose massima utilizzata per terapie radiologiche di tumori, con 6 pompieri, 24 dipendenti e 31 liquidatori morti quasi subito per effetto delle radiazioni immediate e un numero difficilmente quantificabile di vittime per gli effetti a lungo termine di quelle assorbite. Dieci i giorni impiegati per spegnere gli incendi, 130 mila gli abitanti dei 76 villaggi evacuati nel raggio di 30 km dalla centrale. La centrale di Cernobyl ha cessato la sua attività il 15 dicembre del 2000, ma ancora oggi le conseguenze sono gravissime. Il fall-out radioattivo, infatti, ha interessato oltre 150mila chilometri quadrati di territorio, tra Bielorussia, Ucraina e Russia, coinvolgendo più di 3 milioni di persone.” Legambiente ci ricorda questa data con questi che sono alcuni numeri del più grande disastro nella storia del nucleare civile, per non perdere la memoria.

Malgrado sia passato quasi un quarto di secolo e i sistemi di sicurezza siano da allora molto migliorati, quella tragedia non è facile da dimenticare perché ha lasciato un gravissima traccia di disturzione.

Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente ci dice: “A 23 anni dall’incidente di Cernobyl, il nucleare pone ancora gravi problemi di sicurezz.a. Non abbasserà affatto la bolletta energetica nazionale, non ridurrà la dipendenza italiana dall’estero e non ci permetterà di rispettare la scadenza europea del 2020 per la riduzione delle emissioni di gas serra, prevista dall’accordo europeo 20-20-20.

Molte sono le spinte per tornare al nucleare, ma non sono sostenute da vere motivazioni a loro favore, ma solo dall’affermazione che “solo il nucleare può risolvere i nostri problemi di dipendenza dall’estero per l’energia e che non è inquinate e che non possiamo stare fuori dal nucleare.”

Smontare queste affermazioni non è difficile.
Partiamo dall’ultima, che è la più facile da controbattere: scusate ma le radiazioni dove le mettiamo? E i residui radioattivi? Pensate che ancora non hanno trovato sistemazione definitiva le scorie delle centrali nucleari fermate quasi vent’anni fa, dopo il Referendum.

La sicurezza è sicuramente aumentata, ma si basa sempre su un calcolo delle probabilità e quindi per definizione un altro incidente come quello di Cernobyl, pur essendo improbabile, resta possibile.

Molti sostengono: se abbiamo centrali nucleari appena al di là delle Alpi possiamo averle anche noi. Certo, ma a questo si può rispondere con due semplici considerazioni, che si possono sintetizzare in:
  • al di là delle alpi è molto diverso che al di qua. Infatti la pesantezza del fenomeno dell’ irraggiamento diminuisce con il quadrato della distanza. A Cernobyl la zona disastrata ha avuto un raggio di 30 km non di 300!
  • La Seconda è che il territorio dell’Italia è fortemente sismico, cosa che non è cosi vera al di là delle Alpi. Poi una riflessione doverosa anche se antipatica, dopo quanto verificatosi all’Aquila: dobbiamo fidarci delle verifiche su come si costruisce in Italia?

Passiamo alla successiva: la dipendenza dall’estero: i produttori di petrolio sono molti e i produttori di uranio sono rari. Sono pochissimi i paesi in grado di fornire uranio arricchito, anche se sembra che se ne stia aggiungendo un’altro: l’Iran, non penso però che ci lascerebbero comprare il materiale fissile da loro.
Non solo, ma l’uranio, pur essendo molto diffuso in natura, nella forma utilizzabile per averne combustibile nucleare è più scarso del petrolio e si potrebbe esaurire presto.

Ma come potrebbe il nucleare risolvere il nostro bilancio energetico?

La risposta è data dalle stesse cifre fornita dai sostenitori: le prime centrali potrebbero iniziare ad essere costruite non prima del 2020, e andrebbe a regime molti anni dopo. Si tratta quindi di una “soluzione” che non risolve l’attuale problema, che invece è immediato.
Per una buona politica industriale abbiamo bisogno di ridurre fortemente da subito la dipendenza dall’estero delle fonti energetiche. Questo il nucleare non lo potrà mai fare e non potrà farlo neanche nel lungo periodo.

Comunque le centrali sbandierate dal governo, anche a regime coprirebbero solo il 25% dell’energia elettrica (N.d.R. oggi in Italia le fonti rinnovabili coprono già il 20%), cioè poco più del 10% del bilancio energetico complessivo: veramente poco visto il rischio e i costi che comportano questa scelta.

Sul bilancio energetico totale si valuta che almeno il 30% sia facilmente riducibile con il risparmio (isolamento, efficienza energetica, minor trasporto di energia elettrica) e con la razionalizzazione dei consumi (ad esempio il passaggio dall’uso del trasporto privato per raggiungere il lavoro al privato + pubblico).
A questo va aggiunta la possibilità di elevare notevolmente la quota di produzione delle energie per l’Italia nuove: solare termico, fotovoltaico, eolico, ecc,. tecnologie che stanno rapidamente diminuendo i costi di installazione e diventano sempre più competitive, mentre il nucleare di terza generazione (quello francese che si vuole utilizzare per il ritorno in Italia) non convince nessuno e risulta con costi incerti, ma sicuramente elevati).

Quando una soluzione viene prospettata come “necessaria ed ineluttabile”, c’è sempre da domandarsi: “perché mai dovrebbe esserlo!
È giustificata dai fatti questa affermazione?”
Nella realtà, invece, appare che sia “necessaria ed ineluttabile” perché alcune aziende come l’Enel hanno investito nella tecnologia francese e, visto che questa non convince gli altri paesi del mondo, sperano solo di evitare le loro possibili perdite facendole pagare a noi.



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