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 Anno V n° 6 GIUGNO 2009    -   PRIMA PAGINA



Ecco l’atomica dei poveri ed è crisi al 58° parallelo
La Nord Corea punta all’atomica, ma forse serve solo per mantenere lo status all’interno del paese, che soffre di una crisi economica incredibile. Le sanzioni non servono
Di Giacomo Nigro



La Corea del Nord non può ancora essere tecnicamente considerata una potenza nucleare, anche se pare abbia a disposizione abbastanza plutonio da produrre sei ordigni. I nord-coreani non sarebbero però ancora in grado di costruire un ordigno atomico abbastanza piccolo da poter essere montato su un missile balistico.

Intanto, per quel Paese, non ci sono né sanzioni né incentivi che tengano. Dotarsi dell'atomica è una decisione politica e per sostenerla non è neppure necessario essere troppo ricchi o tecnologicamente avanzati. Si può anche affermare che questa atomica dei poveri non è neppure un segnale di forza, al contrario può essere sintomo di debolezza; lo dimostra la smania dell'eccentrico dittatore nordcoreano Kim Jong, per dimostrare la sua potenza nucleare e missilistica. Pyongyang mostra i muscoli: ha recentemente lanciato missili a corto raggio e avvertito che assumerà nuove misure di autodifesa in caso di sanzioni.

Il "leader" nordcoreano teme molto più le reazioni di Pechino verso il suo stato cuscinetto che l'atteggiamento di Washington. I cinesi, infatti, sono più interessati alla posizione geografica della Corea del Nord e ai suoi sbocchi al mare, vicino a Russia e Giappone, che non alla sopravvivenza a lungo termine del regime. Egli deve quindi curare negoziati con Pechino, che con le sue forniture garantisce al suo regime di stare a galla.

In Corea del Sud e negli Usa si aspettavano l'azione di Kim Jong, ma non così presto. Soprattutto senza che i satelliti spia registrassero attività sospette intorno al sito dell'esperimento. Pyongyang avrebbe infatti avvertito segretamente Washington dell'imminente detonazione con pochissimo anticipo.

Scommettendo sul fatto che nuove sanzioni avrebbero poco o scarso impatto su un Paese già isolato come la Corea del Nord, e che l'amministrazione Obama non ha ancora elaborato una propria strategia politica nei confronti del suo regime, Kim ha di fatto alzato la posta per spingere gli Usa a un negoziato bilaterale e ottenere così maggiori concessioni (soldi in cambio della rinuncia a sviluppare un vero e proprio arsenale nucleare).

Il regime vuole inoltre sviare l'attenzione dei nordcoreani dalla più che critica situazione economica e, soprattutto, dalle sorde lotte di successione che starebbero avvenendo intorno al leader Kim Jong apparentemente malato.

Finora in questo scenario Obama ha mantenuto l'atteggiamento dell'amministrazione Bush. Privilegiando il dialogo e il negoziato, pur in presenza di un regime infido e misterioso nelle sue strutture interne. La ragione principale di questa cautela americana sta nella consapevolezza di non potersi esporre in un nuovo teatro di crisi. Gli Stati Uniti sono talmente impegnati nel Grande Medio Oriente, dal punto di vista militare, finanziario e geostrategico, da escludere una mobilitazione nella penisola coreana.

Ciò ha significato finora affidarsi quasi totalmente alla Cina, in quanto potenza regionale dotata dei canali utili a mantenere i contatti con Pyongyang e a domarne gli istinti più irrazionali. In assenza di alternative, Obama continuerà a seguire questo atteggiamento, a meno che i contrasti interni al regime di Pyongyang o le provocazioni di qualche altro paese non lo costringano ad intervenire.

Dura la reazione della Russia, che ha preannunciato misure preventive, anche di carattere militare, contro Pyongyang mentre il Consiglio di sicurezza dell'Onu si avvia ad adottare nuove sanzioni (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, i cinque Paesi permanenti si sono espressi in tal senso), ma il gruppo di lavoro incaricato di formulare una nuova risoluzione ha spiegato che serve ancora tempo prima di un pronunciamento definitivo.

L'idea, però, che le sanzioni possano fermare la proliferazione nucleare e la corsa agli armamenti missilistici si scontra con una realtà che dice esattamente il contrario. Paesi come la Corea del Nord, l'Iran o il Pakistan hanno continuato il riarmo nonostante siano stati sanzionati più volte, sia dall'Onu che da Stati Uniti ed Europa.

Oggi viviamo una sorta di paradosso: i leader mondiali hanno arsenali che non possono usare, tanto da apparire più un fardello che una risorsa, mentre l'atomica, sempre meno costosa rispetto agli standard del passato, è diventata l'arma dei poveri. Le sanzioni per essere efficaci devono essere applicate dalle grandi potenze non soltanto sulle questioni tecniche e militari, ma anche sugli obiettivi politici da raggiungere: è su questo punto che i leader del club atomico, presenti anche nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, devono mettersi d'accordo.



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