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 Anno V n° 7 LUGLIO 2009    -   PRIMA PAGINA


Dal voto alla realtà politica
Cosa c’è che non va?

Di Il Nibbio



Il risultato del voto referendario e quello delle europee sono stati archiviati; quello che si può dire su di essi credo sia molto netto: gli italiani ne hanno piena l’anima dei giochi dei politici, così li hanno disertati, specialmente il “referendum”. Troppe chiamate alle urne e la sensazione precisa che siano abbondantemente “pilotate”, che non vuol dire “taroccate”, ma ritengo che la gente senta che il proprio voto non conti nulla, perché nella realtà non si sa per chi e per cosa si vota.

Questo credo sia da legare a tanti motivi.
La lontananza della “politica” dal modo reale non è una questione nata oggi, viene da lontano e “mani pulite” ha messo in evidenza quale fosse il vero obbiettivo degli uomini politici: governare gli affari. Da allora le cose non sono certo migliorate per questo. Credo che una legge elettorale, che non permette di scegliere il proprio candidato, allontani la gran parte degli italiani dal voto, anche se non sembra avere diretto rapporto con l’ultima tornata elettorale.
Immediatamente dopo penso che venga il muro di gomma che avvolge “la politica”, reso noiosissimo da una innumerevole serie di talk-show, pieni di chiacchere, senza che queste in portino a qualche idea vera da realizzare.

Alcuni fatti nella gestione del rapporto tra i centri politici e gli elettori mi hanno colpito, per esempio questo: il PD ha provato e verificato che l’affluenza alle urne per le primarie è sempre molto elevata, ben più di quanto potesse essere atteso, ma questa via evidentemente non piace alle “direzioni” che preferiscono certo combattersi in TV su cose lontane dall’elettorato, piuttosto che affrontare il legittimo parere degli elettori.

Però non possiamo non vedere che solo due sono i partiti che attualmente stanno raccogliendo i consensi (o non li hanno persi con l’astensionismo): la Lega Nord, e l’Italia dei Valori. Eppure questi non hanno “trasparenza”, anzi sono quasi monarchici, quasi teocratici.

Ma perché gli italiani sembrano apprezzare le primarie e poi spostano in massa il loro voto su partiti che non presentano forme di chiamata per le scelte dei candidati che il partito deve proporre?

Difficile dare una risposta a questa domanda, ma possiamo notare che questi due partiti hanno delle peculiarità che, possiamo supporre, li rendono vincenti.

La Lega Nord, non utilizza sistemi di democrazia allargata per le sue decisioni, ma ha un contatto molto stretto con il suo territorio attraverso i suoi sindaci e i suoi consiglieri. La gente la percepisce come l’unica salvezza dall'invadenza della politica romana, la “Roma Ladrona” per intenderci, cioè la politica di Roma che mangia alle spalle del nord.
Il suo contatto continuo sul territorio, il suo interpretare le esigenze, anche molto discutibili, degli elettori, la fanno vincente dove è radicata e oggi nei sui territori è il primo partito in assoluto ed ha occupato il posto della DC, sforando consensi del 40%: un risultato difficilmente contestabile e di assoluto rispetto.

Pure l’Italia dei Valori non utilizza sistemi di democrazia allargata per le sue decisioni e a differenza della Lega Nord, non ha, in genere un contatto diretto con gli elettori. Per più di un decennio ha basato al sua immagine su un solo volto: Antonio Di Pietro, unico e onnipresente vertice del movimento politico.
Solo nell’ultima legislatura a Di Pietro si sono affiancate altre persone che interloquiscono con gli elettori dal piccolo schermo. Questo sembra avere nettamente dato vigore al movimento che sembrava avviarsi ad un declino, ma la sua vera arma è la lotta ad oltranza alle ingiustizie volute dalla “casta”, in particolare alla conduzione “imperiale” della politica tenuta da Berlusconi. Il consenso dell’Italia dei Valori è diffuso in modo abbastanza omogeneo su tutta Italia e non ha particolari roccheforti. Esprime, alla fine, il tentativo degli elettori di avere una classe politica sana e senza macchie,che stranamente era anche il live motiv di Bossi negli anni ’90.

Quindi i due partiti che hanno avuto conferme hanno un qualcosa in comune: rappresentare idee precise di corretta gestione della politica.
Per i due grandi, l’UDC ed i partiti che non hanno raggiunto il quorum, sembra evidente che le loro proposte non sono attrattive per l’elettorato, appaiono quindi non “vitali” e se non cambiano registro non credo sia pensabile che aumentino il consenso elettorale..

I due partiti di riferimento, quelli cioè che dovrebbero essere il fulcro per la formazione di un governo, malgrado continuino a raccogliere la maggioranza dei consensi, sono appannati, non riescono ad attrarre elettori, anzi li perdono.

Da una parte il Pd non riesce a creare consensi negli elettori.
Prima un Veltroni che non diceva nulla di “buono” a chi avrebbe potuto votarlo, ora una lotta “infame” tra Franceschini e D’Alema, che lascia sicuramente interdetti gli italiani: Franceschini chiede il rinnovamento, come lo chiede la maggioranza degli italiani, e D’Alema dà risposte sconcertanti che certamente non portano fiducia a un partito che si propone di governare. D’Alema è sicuramente un fine analista della “politica”, ma per molte strane e sicuramente casuali connessioni con Berlusconi, sarebbe opportuno che si dedicasse al giro del mondo in barca a vela, lasciando spazio a persone meno navigate, ma anche più credibili.

Il PDL non veleggia in migliori acque.
Il suo leader Silvio Berlusconi, mai eletto, ma sempre acclamato, è in grandi difficoltà. Se la compagine di Governo ha rafforzato il suo potere, il leader, ha mostrato di essere “out” e Kipling ci insegna che quando nella giungla il “capo” non è più in grado di occupare la sua posizione, viene messo in disparte, cosa che tutti si attendono che avvenga prossimamente.

Penoso il tentativo di addossare al suo “amico” D’Alema, la campagna internazionale di denigrazione che si è scatenata; se questa esiste lo si deve proprio al modo superficiale e malaccorto che il nostro Capo di governo ha nel gestire le cose.
I casi che si legano alla “bella vita” di villa Certosa e Palazzo Grazioli, non sono per l’Italia grandi scandali. Certo D’Annunzio era dello stesso calibro, ma… non era Capo del Governo.
Queste accuse di immoralità legate alle insistenti accuse di intrallazzi vari, che da sempre hanno accompagnato Berlusconi, rendono la sua figura non adatta a ricoprire la carica, indipendentemente dalla consistenza dei fatti.
Un Governo non ha bisogno solo dalla maggioranza parlamentare, ma è anche necessaria la credibilità del suo Capo e questo vale anche per i paesi non democratici; ecco perché è credibile che la carriera politica di Berlusconi sia destinata ad interrompersi bruscamente, anche se ovviamente questo non comporterà un ritorno alle urne, ma una semplice sostituzione del capo divenuto “indisponibile”.

Resta il più grosso dei problemi: nessuno dei partiti presenti in parlamento rappresenta significativamente gli italiani, perché una larghissima fetta dell’elettorato non ne vota alcuno.

Inutile chiudersi gli occhi, è una facile profezia dire che se si presenta un uomo veramente nuovo, con carisma, tutti questi pinocchietti della politica saranno relegati nell’angolo, e forse la caduta di consenso personale di Berlusconi apre la strada a qualcosa di nuovo oggi non ancora pensabile.

La dimostrazione dell’aria che tira l’abbiamo avuta al referendum, possiamo dire che a votare sono andati solo gli indottrinati, gli altri hanno preferito non esprimersi. Significativo è anche la maggiore presenza al voto sul terzo quesito referendario, un quesito che se fosse passato avrebbe eliminato una pessima abitudine dei politici, quella di volere occupare troppe sedie, ma questo non poteva comunque attrarre alle urne un elettorato stufo e abbacchiato. Tutti i grandi partiti, PD e PDL, sono stati ampiamente sconfessati.

Ora ci si chiede se il sistema referendario, così concepito, abbia ancora senso; c’è chi chiede un innalzamento del numero di firme e chi chiede l’eliminazione del quorum, come se fosse accettabile che un 9-10% possa decidere per tutti.

Credo invece che il referendum debba essere cambiato, reso più vicino a quello che vuole la gente. La prima cosa: passare dal referendum abrogativo a quello propositivo. La seconda: permettere l’abrogazione di una intera legge.

Credo che se si fosse chiesto: Se non vi va bene questa legge elettorale, la vogliamo cancellare? I “SI” sarebbero stati moltissimi.
Non si possono porre domande ambigue, quali quelle contenute nel referendum.
Se fossero passati i “NO” le segreterie di partito, di tutti i partiti, avrebbero detto: “ecco la legge così va bene agli italiani, basta qualche ritocco”.
Se avessero vinto i “SI”, i partiti che hanno la maggior rappresentanza, PDL e PD, avrebbero rivendicato come intaccabile il premio al partito e nessuno avrebbe più toccato il fatto che tutta la legge non va bene.

E come dice il proverbio: nel dubbio astieniti; così è stato.



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