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 Anno V n° 11 NOVEMBRE 2009    -   TERZA PAGINA



La Terra casa di Dio
Per “I colori del Sacro. Terra!” Rassegna internazionale di illustrazione. Quinta edizione 2009 - 2010 Padova, Museo Diocesano, 28 novembre 2009 – 11 aprile 2010



 

Valentina Salmaso, Cattedrale

Questo secondo filone possibile entra nello specifico delle visioni monoteistiche, aggiungendo delle tonalità particolari a quelle indicate nel punto A, anche se ovviamente non esaustive della tematica.

Nel luogo in cui gli dèi appaiono l’uomo edifica santuari, per fissare il tempo e il luogo della rivelazione, nella speranza che si ripetano esperienze analoghe per il futuro. L’antichità conosce l’idea secondo la quale gli dèi hanno la loro abitazione in determinati luoghi, così come nel periodo pre-monoteistico della storia delle religioni non solo ciascun popolo poteva avere il proprio Dio, ma determinate divinità erano legate ai territori di alcuni popoli. “Terra santa”, “luogo santo” significa, anche in senso ebraico, la terra che appartiene al Signore e che all’uomo non è lecito possedere per sé o profanare.

La dicitura Terra Santa si applica, per gli Ebrei e i Cristiani, alla Palestina, ma è evidente che esistono in altre tradizioni simili aree geografiche, che rappresentano luoghi santi e che hanno nomi come Terra dei Santi, Terra dei felici, Terra d’immortalità, ecc. Si tratta di centri di spiritualità che rappresentano il centro del mondo per ogni tradizione, riflesso esso stesso del centro primordiale o del Paradiso terrestre. Ecco allora che si è diffusa l’idea in molte tradizioni culturali e religiose che chi voglia rigenerarsi spiritualmente debba praticare una sorta di ritorno alla Terra sacra, a cui fa riferimento il suo popolo. Non a caso, ad esempio, alcune tribù del Sud America, dell’Africa e dell’Asia, ogni volta che sentono il bisogno di rinnovare l’energia del gruppo, si spostano verso il luogo che per tradizione rappresenta la culla dei loro avi. Così pure si ricordi i pellegrinaggi al monte Sinai, a Gerusalemme, alla Mecca, al Gange, ecc.

LA PROSPETTIVA ANTROPOLOGICA EBRAICA E BIBLICO-CRISTIANA

Terra, creatura di Dio


In Genesi 1-2 la terra è “creatura” di Dio. Essa non entra in competizione come divinità-madre con il Dio della creazione e della storia, poiché è creatura. Essa è da Lui creata in quanto la distingue da un caos originario. Dio, quando crea, imprime alla Natura una configurazione altrettanto costitutiva di cultura. Non c’è una “natura pura” precedente. Dio stesso è all’inizio della storia e della cultura; la terra è già natura e cultura insieme, quando è creata, essa entra nella storia ed è “viva”. E’ dentro un divenire con cui l’uomo interagisce in quanto la terra può essere “lavorata”. Lo chiamiamo, a volte, “progetto o piano salvifico di Dio”; a volte, “sogno di Dio” o “profezia di Dio” o “disegno di Dio”. Un’interpretazione semplicemente ciclica della realtà qui è superata da una visione storico-salvifica.

Inoltre Dio, secondo la Genesi, “plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Dal punto di vista antropologico la terra “fa” l’uomo. Egli, cioè, è fatto di terra. Nella creazione di Dio la terra non è esterna all’uomo, non è solo il luogo dove egli è collocato, ma ne costituisce l’essere. A questo concetto va legato quello di “terra promessa” che non può essere pensata solo come un luogo sicuro da raggiungere. Essa indica una dimensione di compimento che è inscritta in tutta la creazione. Nella visione cristiana, la “vera” terra promessa è Cristo Gesù! Si svela qui pienamente ciò che è annunciato nei racconti di creazione, quando la terra è raccolta da Dio e con essa Egli dà forma all’uomo.

Si svela qui il connotato “cristico” di tutta la creazione, dunque anche della terra. Gli inni cristologici contenuti nelle lettere di San Paolo apostolo esplicitano tale dimensione:
Egli (= Cristo) è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in Lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra…tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui” (Colossesi 1,15-16).
La categoria e l’immagine di “cieli nuovi e terra nuova”, di cui si parla nel grande finale dell’Apocalisse, prospettano questo significato profondo e originale della creatura che per prima è uscita dalle mani creatrici di Dio: la terra (cfr. Genesi 1-2). Ma siamo già nell’orizzonte compiuto di Cristo che come “uomo nuovo” o “secondo Adamo”, è già “cieli nuovi e terra nuova”,!

Terra, casa di Dio

Abramo e Giacobbe edificano nei luoghi in cui Dio è apparso (Gn 12,8; 28,10-22).
Ma accanto alla santificazione della terra e di determinati luoghi, la stessa Bibbia offre anche spunti di tendenza contraria: la terra promessa è data a condizione che il popolo adempia i doveri legati al patto (Lv 26); il Dio che ha condotto il suo popolo dall’Egitto cammina assieme al popolo e non è legato ad alcun luogo (Es 25-27); lo stesso tempio potrebbe non contenere la presenza di Dio (1 Re 8,27; Is 66,1-2). L’esilio babilonese insegna che «Grande è il Signore, ben oltre i confini di Israele» (Mal 1,5) e che il Dio del popolo può essere adorato ovunque, nonostante la nostalgia della terra (Sal 137).
 
Giuliano Ferri, Mosè sul monte Nebo


Il giudaismo rabbinico fece proprie entrambe le tendenze della Bibbia ebraica: la concezione della santità del luogo e la fede nell’onnipresenza di Dio. Da un lato prende corpo, quindi, una legislazione che si riferisce alla santità rituale del tempio e della terra; dall’altro si dà importanza al fatto che il Dio d’Israele non può essere rappresentato come un Dio locale. Si prescrisse che la preghiera quotidiana fosse recitata nella direzione del tempio di Gerusalemme (cf Dan 6,11), ma si insegnò anche che, per chi non la conoscesse, era sufficiente rivolgere il cuore a Dio, così come si ricordava che Dio aveva rivelato la Toràh nel deserto perché nessuno potesse rivendicarne il monopolio.

In questo, il giudaismo rabbinico preparò la strada a quella forma di contestazione dello spazio che si ebbe con il cristianesimo, dove Gesù richiamò al culto in spirito e verità (cf Gv 4,24), nonostante la tendenza, sempre ricorrente, di fissare in un luogo preciso il culto a Dio.



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