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 Anno V n° 11 NOVEMBRE 2009    -   TERZA PAGINA



Il Muro
Riflessioni sulla storia recente e sul futuro
Di Giovanni Gelmini



9 Novembre 1989 ore 18: durante una conferenza stampa, Günter Schabowski, ministro della Propaganda della DDR, si trova a dare la notizia che tutti i berlinesi dell’Est avrebbero potuto attraversare il confine con un appropriato permesso. Lui non conosceva i dettagli della decisione e sulle modalità con cui si sarebbe applicata tale decisione. Il provvedimento era stato preso poche ore prima della conferenza e sarebbe dovuto entrare in vigore nei giorni successivi, dopo che fossero state prese le misure necessarie.

Sono le 18:53 quando il corrispondente Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiede da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore. Schabowski non trova nulla a tal riguardo sulla “velina” ricevuta e risponde: “Se sono stato informato correttamente quest'ordine diventa efficace immediatamente.”. Il tutto è trasmesso dalla TV e moltissimi tedeschi lo ascoltano attentamente e si affollano ai posti di blocco sul confine, per andare a Berlino Ovest.
Le guardie, prese di sorpresa, tentano invano d’avere istruzioni, ma nessuno è in grado di dare loro indicazioni, intanto la folla cresce: tutto il rigido sistema di controllo, che per decenni aveva impedito il transito tra le due parti di Berlino, diviene impotente ad arginare la massa e i chekpoint vengono aperti, e la fiumana di tedeschi li attraversa per la prima volta senza che vengano effettuati controlli d’identità.

Quello fu l'inizio della fine. Solo l'ultimo atto di una disgregazione iniziata molti anni prima.

Il 13 agosto del 1961 si iniziò a costruire il Muro di Berlino, che divenne il simbolo della “Cortina di Ferro”, un sistema duro e spietato, che circondava tutti i paesi dell'Est, per evitare il contatto tra la cultura imposta dal Cremlino e quella che circolava liberamente nei paesi occidentali.

Il molosso sovietico appariva invincibile. La rivolta d’Ungheria e la “Primavera di Praga” avevano mostrato, con i fiumi di sangue versato, come il controllo del territorio fosse forte, eppure i segni del declino erano in vista da decenni, ma solo osservatori, attenti e informati, potevano coglierli.

Il primo segno eclatante fu di certo l'elezione a Papa di Karol Józef Wojtyła il 16 ottobre 1978. Da una parte a tutti sembrava incredibile che il primo Papa non italiano venisse proprio da oltre cortina, ma d'altro canto la sua elezione era, di fatto, la sconfitta del sistema russo: la Polonia aveva avuto la possibilità di generare il nuovo capo della Chiesa Cattolica. La sua elezione fu sicuramente la prima crepa vistosa nel “Muro di Berlino”.
Ma quale era la situazione reale allora al di là del muro?
Una sola parola: disastrosa! Noi possiamo credere che il problema potesse essere la “vita grama”, fatta di poche cose, ma quello era l'aspetto minore: a quella vita grama corrispondevano anche delle certezze. Il vero problema l'ho potuto toccare con mano nel 1979, un anno dopo l'elezione di Papa Woityla, quando Solidarnosc non c'era ancora, proprio a Varsavia quando ho partecipato, in rappresentanza del Governo Italiano a un Convegno dell'ONU sulla pianificazione. Se le imprese occidentali si preoccupavano di individuare come si sarebbe sviluppato il mercato per ottimizzare i loro interventi, quelli dell'Est non avevano questi problemi, perché i loro obiettivi di produzione erano fissati dal centro, ma il loro obiettivo era di ottimizzare le “operazioni”, ad esempio rendere veloce lo scarico del carbone dalla nave per alimentare una centrale elettrica.

La mancanza della “dialettica” legata al libero mercato rendeva tutto molto difficile: chi doveva decidere non aveva elementi per farlo, e produceva “a vanvera”.
A questo si aggiungeva un risentimento profondo verso Mosca e le sue imposizioni: tutto quello che era russo era brutto e non funzionava. Un delegato, non ricordo di che paese, mi disse di raccomandare alle nostre imprese di mandare le nostre apparecchiature tecniche alle fiere, perché quelle venivano tutte acquistate e se c'era un guasto partiva subito un tecnico da Milano per ripararle, per quelle russe invece, se si guastavano, passavano anni prima che qualcuno le riparasse.

La nostra sensazione fu che il sistema russo stesse andando verso l'auto distruzione, ne prevedemmo la caduta entro la fine del secolo, ma fummo presi per pazzi.

La realtà fu invece quello che avevamo previsto: il sistema russo alla fine degli anni ottanta implose. Non ci furono insurrezioni e non ci fu nemmeno un tentativo di impedirlo perché il sistema era crollato per inedia.

Ma serve studiare la Storia per prenderne esempio e per capire gli errori da evitare. Da allora molti sono i muri di cemento o di acciaio che sono stati costruiti nel tentativo di arginare i popoli, ma nessuno è mai riuscito a fermare l'evoluzione e i movimenti della gente, al massimo li hanno rallentati; sempre però hanno peggiorato le situazioni.

Oggi in molti propongono di costruire muri, veri o virtuali, verso i diversi. Verso le importazioni cinesi, verso gli immigrati, verso i senza casa, verso chiunque possa alterare il nostro status quo. È bene sapere che questi sono tentativi inutili; possono fermare la “mescolanza” con i diversi per qualche tempo, ma poi implodono e, impedendo il confronto con gli altri, lasciano il paese da loro “protetto” più povero e indifeso.



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