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 Anno VI n° 3 MARZO 2010    -   PRIMA PAGINA


Politica estera
Che succede a Gerusalemme?
Nella capitale di Israele passano alcune delle fila della possibilità di pace nel mondo. Ma l’intransigenza delle parti mette a dura prova la capacità di fare politica degli USA
Di Giacomo Nigro


In estrema sintesi ricordiamo che nel 2003 l'Onu, gli USA, la UE, unitamente alla Russia, diedero vita alla cosiddetta Road Map la quale prevedeva un percorso che conducesse alla costituzione di uno Stato Palestinese. Nel 2005 fu eletto Presidente dell'ANP Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Israele iniziò, con conseguente sacrificio per i coloni, il ritiro dalla Striscia di Gaza. Intanto l'anno successivo il movimento Hamas vinse democraticamente le elezioni; nonostante ciò, nella striscia di Gaza scoppiarono incidenti fra i militanti di Hamas e quelli di Fatah. Questi ultimi fatti portarono alla sostanziale divisione in due del popolo palestinese, divisione che corrisponde anche alla divisione fisica: Fatah controlla la Cisgiordania e Hamas la Striscia di Gaza. Da allora, sostanzialmente, l'atteggiamento di Israele nei confronti delle due entità è bifronte: tratta con Fatah, lotta con Hamas.

Cerchiamo allora di capire cosa è avvenuto di nuovo, perché sia accaduto che Israele, contraddicendo la sua politica di ritiro dai territori palestinesi, abbia annunciato il progetto di costruzione di 1.600 nuove unità abitative a Gerusalemme est.

Secondo il vice presidente USA Joe Biden, recentemente in visita in Israele e presso l'Autorità palestinese, "lo status quo non è più sostenibile, sia per i palestinesi che per gli israeliani. La realtà demografica rende difficile per Israele essere la patria degli ebrei ed un paese democratico; per mettere fine a questo storico conflitto entrambe le parti devono avere un coraggio storico".

Egli ha quindi affermato che "i negoziati di pace devono procedere rapidamente e in buona fede". Gli Stati Uniti, ha avvertito, continueranno a ritenere ambedue le parti, israeliani e palestinesi, "responsabili di azioni e dichiarazioni che possano infiammare gli animi e pregiudicare l'esito dei colloqui" di pace. Biden ha spronato i dirigenti israeliani a "non farsi sfuggire l'occasione" di trovare un’intesa al più presto col presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) e con il suo premier Salam Fayad che, a suo parere, hanno raggiunto risultati degni di nota nella riorganizzazione delle strutture politiche palestinesi e nel mantenimento dell'ordine pubblico in Cisgiordania.

Secondo il municipio di Gerusalemme, è nei piani la costruzione di 50 mila alloggi in tutta la città, non solo nella parte est, e che 9.000 saranno destinati alla popolazione araba. A quanto pare Il vice presidente Usa Joe Biden ha preferito prendere per buone queste scuse e le spiegazioni del premier israeliano Benyamin Netanyahu.

Ma l'incidente non sarà dimenticato, così come resta il clima di sfiducia sulle prospettive di un negoziato di pace indiretto, denominato proximity talks presenza cioè degli USA, tornato apparentemente in alto mare. I palestinesi giudicano comunque inaccettabili le spiegazioni di Israele ed esigono che il progetto di costruzione di 1.600 nuove unità abitative a Gerusalemme est sia cancellato, altrimenti il via libera dei giorni scorsi ai colloqui indiretti non potrà essere confermato.

Intanto, agli studenti di Tel Aviv, Biden ha parlato anche di Iran: "Gli Usa sono determinati a prevenire che Teheran si doti di armi nucleari. Gli iraniani soffrono la loro leadership che sostiene il terrorismo". Biden ha quindi ricordato che l'Iran "ha rifiutato di cooperare" sul nucleare con le altre potenze mondiali e che "gli Stati Uniti sono determinati a mantenere la pressione sulla Repubblica Islamica perché cambi atteggiamento" sulla vicenda.

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non ha perso l'occasione per lanciare l'ennesimo affondo contro Israele, definendolo "il regime più odiato al mondo". Secondo il presidente Israele "non è più utile ai suoi padroni (i Paesi occidentali) che ora dubitano sulla possibilità di continuare a finanziare questo regime. Ma che lo vogliano o no, con la grazia di Dio, questo regime sarà annichilito e i palestinesi e le altre Nazioni della regione se ne sbarazzeranno".

Nel frattempo Israele passa ai fatti, intende chiudere per 48 ore i varchi con la Cisgiordania. Il blocco della frontiera è stato deciso dal Ministro della Difesa Ehud Barak per motivi di sicurezza, a causa di un non meglio precisato rischio di attentato. Ricordiamo che le forze armate israeliane bloccano sistematicamente la Cisgiordania in concomitanza con le festività religiose del calendario ebraico, ma è la prima volta, da due anni a questa parte, che il blocco viene adottato senza una tale giustificazione. Il Sud della Striscia di Gaza è stato, inoltre, obiettivo di un raid aereo israeliano quale risposta all'asserito lancio di un razzo contro il territorio dello stato ebraico.



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