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 Anno VI n° 3 MARZO 2010    -   TERZA PAGINA



Le conseguenze

Di Annamaria Francese



Uscendo dall'ascensore, al sesto piano, affrontò per la prima volta con leggerezza quell'ultima rampa di scale,senza pensare ad alcuna conseguenza, contento di sé e della serata che l'aspettava. Lei lo precedette e lo lasciò passare, dopo aver aperto la porta, con quell'aria pensosa e attenta, ma con il piglio deciso di chi ha preso la sua decisione e non torna indietro.
Lui stette un attimo fermo, in quell'ampio soggiorno colorato, guardandosi intorno nella penombra di novembre, con quel suo sorriso fanciullesco e compiaciuto di chi ha visto che le caramelle sono tante.
La donna accese la luce, posò la borsa sul divano e sparì dietro una porta con un "Torno subito". Lui si accostò alla finestra e aprì la tenda. Le luci della città sembravano lontane, viste da quella stanza in cima al mondo. E anche lui si sentiva in cima al mondo, con la voglia di restarci e di toccare le nuvole. Lei gliele aveva lasciate intravedere fin da quel loro primo incontro, in quella saletta affollata, dove solitudine e assuefazione lo avevano spinto la sera di una settimana fa.
Lei rideva in mezzo ad altri sorrisi, beveva dal suo bicchiere e gli lanciava occhiate, di tanto in tanto... Poi il contatto, il quasi scontro
-Scusi non l'avevo vista
-Io sì

E quel sorriso e quella mano tesa, senza equivoci.Qualche frase scambiata con curiosità,poi la domanda di rito:
-Vieni spesso qui?
-Ogni tanto...
-Ci sarai domani?
-Perché no?

Chi aveva chiesto a chi, nella mente di Paolo era rimasto nebuloso.Ma Caterina lo sapeva. Così come sapeva che dopo qualche giorno lui sarebbe stato lì, nella stanza sul tetto, ad aspettare che rientrasse in soggiorno.

La notte fu come doveva essere, senza finzioni, con qualche incertezza, molto piacere e poche parole. I baci furono dolci e appaganti, i desideri intensi e appagati.

La notte scivolò nell'alba con molta lentezza e poco sonno e il mattino arrivò presto, col freddo intenso e il sapore del caffè."Buongiorno", un sorriso e "Andiamo", fu tutto ciò che si scambiarono.
Ma che bisogno c'era di gesti e di parole?
Qualche sguardo, i passi frettolosi per le scale e l'arrivederci convinto, quasi naturale. Solo che gli sguardi non sempre si capiscono, le parole non dette valgono più di quelle che si dicono. E nessuno dei due veramente sapeva cosa l'altro pensasse e che valore desse a quella notte appena passata. Fu così che nessuno dei due, quella mattina, avrebbe potuto immaginare le conseguenze del loro incontro.

Tre mesi passarono in fretta, ma Caterina non lo immaginava. Per lei ogni giorno era uguale al primo, nella certezza delle sue ragioni e del suo sentire.

E Paolo? Chissà... per lui il tempo volava, la vita urgeva alle sue spalle e lui mordeva il freno. Quel sogno dell'Olanda era sempre più vicino, Marco era già partito e la sua voce di sirena lo attraeva e lo distraeva. Caterina era lì, a portata di mano, a portata della sua giovanile voglia di vivere ed essere felice, ma non era il suo tutto, non lo era mai stata. E lui non glielo aveva mai detto, perché non aveva mai pensato che ci fosse bisogno di dire.
Invece c'era. Perché Caterina aveva adattato il suo mondo intorno a lui.
Anche lei non aveva parlato, non aveva mai detto che quella sera di tre mesi fa, nel momento stesso in cui l'aveva guardato, l'aveva scelto e per sempre. E anche lei aveva creduto che non ci fosse alcun bisogno di dire.

I sogni non sono necessariamente uguali sotto lo stesso cielo e le nuvole bianche che voleva toccare Paolo erano nuvole passeggere, il sole che aveva sognato Caterina era per sempre. Una sera, in quello stesso bar del loro incontro, i due mondi segreti si sfiorarono, si urtarono, direi, con leggero fragore e qualche prima scintilla.
- Partirei tra qualche settimana...
- Per quanto tempo? -chiese lei sorpresa, ma non ancora allarmata.
Paolo alzò le spalle, scacciò una mosca immaginaria con la mano e sentì la sua voce rispondere -Non so.

Forse lui cominciava a capire, perché guardandola negli occhi, vide un'ombra che lo stupì e lo preoccupò. Allungò una mano a sfiorarle il braccio nudo e freddo.
- Dai, non pensiamoci ora, non è ancora tempo, non guastiamoci la serata
Ma la serata era già guasta, l'aria invernale era diventata pesante, si rapprendeva gelida sull'orlo delle tazze e il silenzio questa volta aveva un senso per tutti e due. Ora sì che le parole erano inutili.

Il tempo passava, Caterina lo guardava passare e l'ansia cresceva, le mangiava il viso e creava attese inutili. E poi il telefono, quel maledetto aggeggio che non completava mai il senso di una frase, che non rifletteva il pensiero, che non spiegava fino in fondo l'affanno che ti prende e la solitudine della sera.

Come mai quel bar era così mal frequentato ora?
Come mai non c'era nessuna voce che valesse la pena di ascoltare?

Il tempo passava, avvolgeva l'anima di silenzi e di fame, fame che non si sazia. In altre strade Paolo cercava le luci della città, Paolo giocava a fare l'emigrante, divideva casa e pasti con il suo amico Marco e l'Italia sembrava lontana.
Caterina sembrava lontana.
Caterina?
Si avvicinava primavera.
- Non so ancora se torno. Ma per l'estate sarò lì, certamente
E lei non aveva più voglia di aspettare l'estate, l'Olanda era così vicina, si poteva volare.

-Vengo io.
Il silenzio dall'altra parte durò solo un secondo più del necessario, la voce tradiva incertezza, quando rispose:
- Buona idea!
Ma lei non andò, aveva captato quel secondo, e preferì lasciar cadere.

Un giorno dopo l'altro, una sera dopo l'altra e poi, una notte, un altro incontro.
Ci provo, si disse.
Quel ragazzo bruno somigliava a Paolo, ma non era Paolo.
Aveva un volto ascetico, spirituale, ma non era un angelo.
Le tenne compagnia una notte tiepida d'inizio estate, poi si dileguò così com'era apparso. E lei neppure lo cercò. Non era lui.

Alla fine di agosto Paolo ritornò e la chiamò.
- Devo parlarti.
Le parole, finalmente.
Ma Caterina ora non ci pensava, non voleva pensare a niente se non a quell'incontro, a quella sera aspettata da tanto, a quell'abbraccio che già sentiva, a quello sguardo che l'avrebbe attraversata cercando di ritrovare l' intimità assopita, le sensazioni di sempre.
Ecco, sempre.
Quella era la parola, quella doveva dire, quella doveva ascoltare. Il resto non aveva nessuna importanza, semplicemente non c'era. Fece uno sforzo su se stessa per rimanere calma, per allestire una parvenza di cena. L'unica civetteria, due candele sul tavolino, lì, sulla piccolissima terrazza sui tetti.

Il suono del campanello la fece sobbalzare e le raccolse una lacrima d'ansia all'angolo degli occhi.

Le parole, finalmente.

Tutte le parole che non si erano detti, senza pensare alle conseguenze.

Il giorno dopo la notizia era in prima pagina sul giornale locale. "Precipita dal settimo piano in piena notte.Disgrazia o omicidio? Fermata la sua compagna."



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