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 Anno VI n° 4 APRILE 2010    -   TERZA PAGINA



U friscalettu, uno strumento musicale tra storia e leggende della Sicilia iblea

Di Francesca Bisbano


U friscalettu, uno strumento antico, che ancora oggi allieta le feste e lo legano alla terra siciliana. Le sue origini affondano nel mito e si tramandano curiose storie.

Non ci sono feste senza musica, canti e danze; i ballerini girano ognuno per proprio conto con grazia e dignità (...); di solito queste danze sono accompagnate da flauti, cennamelle ed altri strumenti a fiato.” Cosi scrive Hélène Tuzet, riportando le note di viaggio di Barteìs.

Ancora Alexandre Dumas, in viaggio in Sicilia nella prima metà dell’Ottocento, ci lascia una puntuale e briosa cronaca di una festa tradizionale, quella celebrata sulle rive del lago di Ganzirri per onorare il patrono locale S. Nicola, dove un ruolo musicale di primissimo piano è riservato al flauto: “Si danza da soli, in due, in quattro, in otto ed in un numero indefinito di partecipanti e come si vuole, un uomo con un altro, una donna con un’altra (...). Per quanto concerneva la musica che metteva in movimento tutta quella gente, non era, come da noi, riunita in un solo punto, ma era disseminata sulle rive del lago; l’orchestra si componeva di due soli musicisti, uno suonava il flauto e l’altro una specie di mandolino”.

Queste alcune testimonianze nella letteratura o nei resoconti dei viaggiatori stranieri, che ci ricordano come nei contesti festivi della cultura siciliana, assumeva ed assume tutt'oggi un ruolo di fondamentale importanza u friscalettu, (tradotto “fischietto”, uno strumento rustico di canna, simile ad un piccolo flauto).

A differenza di altri strumenti, come il violino, richiestissimo prima nei contesti di festa popolare, il flauto sopravvive ai profondi mutamenti che investono il tessuto socio culturale contadino e pastorale nei primi decenni del nostro secolo, adattandosi alle mutate esigenze musicali delle classi popolari, nonché al nuovo repertorio di ballabili, ma conservando nel contempo alcune sue prerogative e funzioni esclusive di strumento pastorale.

Tra le storie che legano lo strumento alla terra siciliana, lo lega al passaggio nel territorio Ibleo del pastore Aristeo, che addomesticava le api col suono del suo flauto. La leggenda vuole che questo mitico pastore abbia insegnato al popolo del re Hyblon due cose: l’apicoltura razionale, tradizione ancora oggi ben viva nel territorio, e l’uso del flauto, che in dialetto siciliano appunto diviene u friscalettu.

Ancora si narra di un re, che aveva due figli, un maschio ed una femmina, un giorno chiese loro di portargli una penna di pru (un uccello particolare). I due si misero in cammino. Fu la donna a trovare per prima la penna, poi il fratello. quest'ultimo ingelosito, sulla strada del ritorno, durante una sosta nei pressi di un fiume, spinse la sorella in acqua, facendola annegare.

La sorte volle che a distanza di non poco tempo passasse di lì un pastore. L'uomo, strappata la canna più grossa tra quelle che crescevano sulla riva, decise di ricavarne un flauto (u friscalettu appunto).

Quando il flauto fu pronto, il pastore si apprestò a suonarlo; portò lo strumento alle labbra, ne uscì un canto lento e malinconico che richiamò lo spirito della fanciulla, vagante nel luogo e, con stupore e meraviglia, lo strumento parlò : “Picurareddu chi 'mmucca mi teni iu sugnu figghia di Re cavaleri e pi pigghiari la pinna di pru me frati Peppi lu scelleratu fu". (Pecoraro che in bocca mi tieni, io sono la figlia del re...e per prendere la penna di pru...mio fratello Peppe lo scellerato fu...)

Il pastore, stupito ed atterrito, provò di nuovo, ottenendo sempre la stessa risposta. Così, montato in sella decise di andare dal re.
Quando fù alla sua presenza raccontò con eccitazione l'avvenuto. Il re credette poso al racconto e volle provare a sua volta.
Preso in mano lo strumento, iniziò a suonarlo, ma appena le prime note si diffusero nell'aria, furono nuovamente accompagnate dalle parole e si sentì: "patruzzu mio chi 'mmanu mi teni iu fui iccata nall'acqua e pi pigghiari la pinna di pru, me frati Peppi lu scilliratu fu!" (Padre mio, che in mano mi tieni, fui gettata in acqua per prendere la penna di pru, mio fratello Peppe scellerato fu!) Così il re seppe quello che era successo in riva al fiume e la triste fine della sua figlia e la giovane trovò pace nello strumento.

Questa è la storia del “friscalettu”, la storia di una sfortunata principessa, il cui spirito sembra ancora oggi rivivere nell'allegria delle feste folcloristiche, in quelle feste, dove, grazie alle “orchestrine artigiane”, chitarra, mandolino, violino, organetto, fisarmonica, clarinetto e, più tardi, anche i flauti, insieme ai complessi bandistici, si è diffuso in ambito popolare, un vastissimo repertorio vocale e strumentale di matrice culta, dalle romanze alle arie, dalle tarantelle di impianto rigidamente tonale alle danze di ampia circolazione internazionale come il valzer, la mazurca, la quadriglia, la polka e lo scottish, tutte quelle forme musicali che da sempre la tradizione ci ha tramandato.



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