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 Anno VI n° 4 APRILE 2010    -   TERZA PAGINA


Considerazioni dopo frana nel cimitero di Napoli
Cimiteri. Le nuove tombe della dignità umana

Di Francesca Romana Rodigari


Ossa di varia misura e spessore, teschi e scheletri giacenti in sacchi della spazzatura. Sono queste le immagini dell’obitorio napoletano che riportano alla ribalta bellici ricordi di orrende fosse comuni. Davanti a tutto questo, le coscienze non possono che rimanere esterrefatte.

Nuove indagini della cronaca locale hanno evidenziato che il cimitero di Santa Maria del Pianto e quello di Nuova Poggioreale, aggrediti nel corso dei secoli dalle più nefaste tragedie, sono ormai stracolmi e non riescono più a contenere tutte le salme.

Il complesso monumentale, di impianto illuministico, sorge su una collina molto franosa che ha provocato di recente crepe, distruggendo gran parte delle cappelle e aggravando ulteriormente le già disastrate condizioni strutturali.

La sua origine viene fatta risalire al 1656, anno dello scoppio di una pestilenza che provocò il decesso di mille persone; tali morti furono sistemati fuori dalle mura cittadine in una antica cava di tufo.

Rabbrividisce pensare che le ossa di qualche congiunto siano ormai mescolate, senza alcun rispetto, ad altre ossa. La Necropoli partenopea, che raccoglie le spoglie di tanti personaggi illustri, come Antonio De Curtis, Edoardo Scarpetta, Nino Taranto, i fratelli De Filippo, il tenore Renato Caruso, deve fare i conti con l’incuria e l’abbandono.

Sembra quasi che i vivi non si curino dei morti. Si tratta, dunque, di una società in cui la concretezza frenetica della realtà impedisce a tutti di ritagliarsi uno spazio per riflettere e, tanto meno, può concedere quello di pregare i propri cari defunti. Davvero si è ormai costretti a non prendere in considerazione la morte in quanto tale?

Antonio De Curtis, mentre scriveva il suo poema sulla giornata dei morti, non immaginava certo uno scenario così nauseabondo, ma appare chiaro che la previsione del principe della risata si sia paradossalmente avverata. Oltre al danno procurato dagli implacabili agenti atmosferici, anche la beffa di aver predetto una morte in cui “tutti siamo uguali”.

Nella poesia ‘A Livella’, infatti, Totò racconta di aver assistito a un litigio tra due fantasmi: un Nobile marchese e Gennaro Esposito, il netturbino. Il primo è arrabbiato per l’affronto subito, in quanto accanto alla sua lapide marmorea è seppellita quella più povera e modesta del netturbino. “La morte, conclude Gennaro, lo sai che cosa è? Non è altro che una livella. Anche un re, un magistrato, un grande uomo, dopo aver attraversato quel cancello, hanno perso tutto: la vita e il nome”. E gli consiglia di sopportarlo, tanto “Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive: nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"

La morte è una cosa seria e con una scrupolosa coscienza e austerità andrebbe affrontata. Se è vero che si lasciano sulla terra le villane ambizioni e le distinzioni di classe, è pur vero che la dignità ha simil valore sia per i vivi che per i defunti.

Il rispetto per i morti e una decorosa sepoltura sono gli elementi principali per una società che si definisce civile.



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