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 Anno VI n° 5 MAGGIO 2010    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi


Cosa succede?
Il motto del nostro Governo dovrebbe essere “occupazione”!
Il caso Vinyls mostra una pericolosa “disattenzione” alla realtà e agli interessi della Nazione
Di Il Nibbio


In questo momento, per superare la crisi economica, che da due anni ha messo in grave difficoltà la nostra economia, la via principale è di sicuro cercare di mantenere l'occupazione. È inutile invitare la gente a “consumare”, come ha fatto il nostro intelligente Premier, se la gente non ha i soldi, ma per avere i soldi occorre che incassi lo stipendio, in altre parole possa lavorare.

La crisi ha tagliato tanti posti di lavoro: aziende fallite o in crisi perché non vendono i loro prodotti, aziende che si sono “riorganizzate” per reggere, tagliando posti di lavoro (N.d.R. Come a Termini Imerese); in questi casi sostenere l'occupazione non è facile, si devono far partire nuove iniziative produttive, creare investimenti nuovi. Questo non è una cosa che si possa realizzare dall'oggi al domani; ci vorrebbe una bacchetta magica e questo governo non sembra proprio avere nemmeno una frasca per cacciare le mosche.

Tra i tanti casi di aziende che licenziano o mettono in cassa integrazione, ce n’è uno che potrebbe essere risolto facilmente dal Governo e invece non succede nulla: è il caso della Vinils.

La petrolchimica dell'Italia è stata fatta con i soldi dei cittadini.

Vediamo cosa è successo. Negli anni '50 e '60, alcune aziende (Montecatini, Edison, Anic e Sir) sviluppano la petrolchimica in Italia per produrre principalmente materie plastiche. Tutte queste aziende investono usando in gran quantità soldi che lo Stato fornisce loro per questo; cioè, per essere chiari, gli impianti sono pagati in buona parte dai cittadini italiani per creare posti di lavoro in zone “depresse”: Mantova, Porto Marghera, Ravenna, Brindisi, Priolo, Gela, Cagliari, Porto Torres, ecc.

Da allora molto è cambiato, perché le aziende private hanno ceduto la loro attività petrolchimica al pubblico, cioè ENI, che opererà come ENICHEM e ENIMONT, ma anche l'ENI provvederà a ulteriori riorganizzazioni societarie e cessioni.

Il caso Vinyls

Tra gli impianti ceduti ci sono quelli del CVM/PVC che confluiscono in una nuova società: la “Vinyls” che subirà ancora altri passaggi di mano.

L'ultima società a controllare la Vinyls è la Ineos che nel giugno 2008 annuncia di voler mettere in liquidazione a Ineos Vinyls Italia (IVI). All'epoca ENI vanta già un consistente credito verso la società, si parla di decine di milioni di euro. La Vinyls viene acquistata da una società neo costituita, la SAFI, nel dicembre 2008.
Il debito della “Vinyls” verso l'ENI nel novembre 2008 è di 80 milioni di Euro, che la SAFI si impegna a coprire, ma, sembra per la presenza di un contenzioso fiscale pregresso delle “Vinyls”, ignoto a SAFI al momento dell'accordo, la mette in difficoltà economiche e alla fine di aprile2009 SAFI dichiara di essere costretta a portare i libri in tribunale.

Nel mese di giugno il Tribunale di Venezia ammette Vinyls Italia all’Amministrazione straordinaria con la nomina di tre commissari.
 L'interpellanza del Senatore Casson, in documenti, ben individua tutto questo iter, con anche alcuni dubbi sulla gestione commissariale.

Il mistero degli ultimi mesi

Qui incomincia il vero mistero. Perché il 12 novembre 2009 ENI e i commissari di Vinyls si accordano presso il Ministero dello Sviluppo economico per la ripresa delle forniture delle materie prime per gli impianti Vinyls il 15 dicembre.

Ma oggi l'ENI afferma che le forniture non sono mai state richieste, anche se, sempre secondo ENI, erano previste condizioni favorevoli. Altre voci invece parlano di una richiesta di fideiussione pretesa da ENI per fornire il dicloroetano, che il Ministero competente promise, ma che non arrivò mai.

Il 17 marzo 2010 i commissari ricevono l'autorizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico per la pubblicazione del bando di vendita degli impianti di Porto Torres, Marghera e Ravenna.

Unico concorrete è RAMCO, società del Qatar, che mostra l’intenzione di acquisire gli asset Vinyls. Inoltre, dichiara di voler contestualmente acquisire da Eni alcuni asset necessari all’integrazione del ciclo del cloro.

Il 12 maggio Ramco, sorprendendo tutti, comunica l'intenzione di recedere sia dalla procedura per la rilevazione della Vinyls (in amministrazione straordinaria), sia dalle trattative con Eni per l'acquisizione degli asset rilevanti per disporre di una integrazione completa cloro-CVM-PVC.
Ora c'è la speranza che nell'incontro convocato al Ministero dello Sviluppo economico, per avere dalla società del Qatar Ramco spiegazioni sull'abbandono della trattativa, possano emergere possibilità di superare gli empasse e che l'abbandono sia da considerare una mossa, seppure pesante, ma superabile, per forzare la trattativa.

Ma il Governo ha fatto tutto quello che doveva fare?

La domanda non è assurda perché vi sono precise responsabilità della politica in tutta questa vicenda. Non si può dimenticare che questi impianti sono stati “regalati” al privato per creare occupazione e sviluppo in territori allora poveri e quindi, tra gli obbiettivi del governo, non si può tralasciare di considerare quello che si voleva raggiungere negli anni del dopoguerra.
Per Porto Marghera e Ravenna, che hanno visto crescere nei decenni successivi un'intensa attività economica nelle loro regioni; ammesso che sia giusto chiudere gli impianti (N.d.R. Cosa che è da dimostrare), il problema può essere affrontato anche con vie di riconversione, seppure lente e dolorose.
Così non è per Porto Torres e per gli impianti del cloro di Assemini, in provincia di Cagliari. Se nel Nord Italia l'imprenditoria privata è effervescente e non necessita di particolari attenzioni da parte del pubblico, così non è in alcune regioni del Centro e Sud Italia e in Sardegna, per disinteresse dei governi e per l'incapacità delle amministrazioni locali, non si è dato impulso a una cultura imprenditoriale vera, con il suo tessuto di grandi impianti, ma che forniscono prodotti a imprese più piccole che li trasformano. La filiera si è fermata a quanto realizzato con i soldi degli italiani e non si è sviluppato il tessuto connettivo fatto da medie e piccole aziende.

I rischi di una chiusura definitiva della Vilnys

Se si ferma la Vinyls in Sardegna si ferma anche il cloro-soda di Assemini e il cracker di Porto Torres, che è già considerato troppo piccolo, diventa antieconomico: crolla perciò un pezzo importante dell'economia industriale sarda con migliaia di persone che perderanno il lavoro e che saranno difficilmente riassorbiti da un'industria non pronta a investimenti nel nuovo.

C'è anche da dire, cosa che non viene ricordato, che gli impianti sardi del cloro-soda hanno celle “a membrana”, cioè non usano il mercurio e non creano particolari problemi ambientali. Anche la produzione di CVM, che è cancerogeno, è perfettamente sotto controllo ambientale e non vi sono reali problemi. Una ragione in più per non fermare questi impianti

. Se invece esistono problemi ambientali per Porto Marghera e Ravenna, questi potranno sicuramente essere risolti come è per gli impianti della Sardegna.

Il mercato del PVC è un mercato solido; oggi è soddisfatto da enormi importazioni dall'Europa. La capacità produttiva della Vinyls è decisamente inferiore alla domanda italiana e quindi non si dovrebbero creare problemi se, per problemi ambientali, il PVC uscisse completamente dal settore imballaggio, che crea evidenti problemi di smaltimento negli inceneritori.

Non si capisce perché questi impianti non possano proseguire a produrre, magari con una cordata italiana come è stato fatto per Alitalia, visto che sicuramente sono industrialmente più produttivi della compagnia di bandiera.

Resta sul tappeto il comportamento di ENI che non vuole intervenire direttamente, perché? Il problema potrebbe essere nel cracker di Porto Torres con una gestione economica, ma l'etilene si può anche portare da altri impianti.

Comunque riteniamo che, prima di procedere a chiusure di impianti pagati con i soldi degli italiani, si debbano creare i nuovi posti di lavoro in altre attività, magari non commettendo gli errori del passato.



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