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 Anno VI n° 6 GIUGNO 2010    -   PRIMA PAGINA



Esami riformati e incongruenze scolastiche
I “nuovi esami” voluti dalla Gelmini sembrano aver riportato rigore nella scuola, ma i tagli, che continuamente si fanno sulle disponibilità finanziarie degli istituti, mettono in difficoltà la scuola, che già risulta una delle peggiori tra i paesi sviluppati
Di Silvano Filippini


Stanno per iniziare gli esami di Stato riformati dal ministro Gelmini ai quali, finalmente, si potrà accedere solo dopo aver raggiunto la sufficienza in tutte le materie, condotta compresa. Una svolta decisiva in quanto per troppi anni abbiamo assistito al menefreghismo di molti studenti che, data la situazione, decidevano di abbandonare completamente la disciplina a loro meno congeniale: tanto avrebbero comunque superato gli esami ottenendo la sufficienza nelle altre, soprattutto se negli scritti non fosse stata estratta quella materia. Già negli anni precedenti la modifica delle norme è andata in questa direzione in quanto non sarebbe più stato possibile accedere all’anno successivo se non si fosse pagato ogni debito a settembre.

Anche il comportamento degli irriducibili, votati più al bullismo che allo studio, è stato ridimensionato dalla spada di Damocle del cinque in condotta. E non solo in occasione degli esami di Stato. Infatti le insufficienze in condotta, al termine del primo quadrimestre di quest’anno, sono risultate in numero elevato ed hanno determinato un ridimensionamento dei più scapestrati. Pena la bocciatura.
Insomma si tratta di una svolta decisiva che restituisce un po’ di dignità agli insegnanti, spesso bistrattati per mancanza di autoritarismo, in quanto avevano l’arma del voto piuttosto spuntata e non potevano certamente fare affidamento sull’etica dei loro allievi, sempre meno votati allo studio. Infatti da più parti giungeva il grido di allarme degli insegnanti: “gli alunni non ci ascoltano più”! Se poi i genitori si associavano ai figli nel denigrare i docenti, rei di aver denunciato i limiti cognitivi o di impegno dei ragazzi, il quadro appariva ancor più devastante. L’inversione di tendenza è stata quanto mai necessaria.

Sul tema del sei in ogni materia la prima incongruenza nasce spontanea in quanto in Italia siamo avvezzi a trovare subito le scappatoie alle norme. Vuoi vedere che molti consigli di classe, davanti ad un numero elevato di insufficienze dei loro studenti, cercheranno di alzarle al fatidico sei pur di consentire loro l’accesso agli esami! Con il risultato di ritrovarsi a discutere all’inverosimile al termine delle prove (scritte ed orali) nel tentativo assai arduo di promuoverli. Del resto se li bocci rischi di venire additato come incapace, fannullone, frustrato, demotivato da genitori sempre più predisposti ad intercedere per il figlio piuttosto che ad indagare sulla verità. Se li promuovi, nonostante le notevoli lacune, rischi di mandare avanti (lavoro o università) individui del tutto impreparati. Alla faccia della meritocrazia che dovrebbe essere l’elemento fondante di una scuola che prepara.

Già a livello europeo la nostra scuola fa una figura meschina e i dati OCSE ci bocciano inesorabilmente: “sistema Italia da analfabeti”!
Ad esempio solo il 42% degli italiani ha conseguito il diploma (contro il 60% della media EU) e soltanto il 9% ha raggiunto la laurea (21% dell’EU), mentre quasi 130.000 ragazzi ogni anno abbandonano gli studi nella fascia tra i 14 e i 17 anni, con punte più alte al sud.
Ma è ancora più grave il così detto analfabetismo di ritorno: un quindicenne su quattro ha difficoltà di lettura, mentre dieci anni or sono la media dei semianalfabeti era più bassa (20%). Tra l’altro una recente indagine su di un campione di popolazione costituito da giovani ed adulti ha evidenziato statistiche ancor più allarmanti: solo il 29% riesce a comprendere un testo complesso o è in grado di eseguire un’addizione a due cifre, mentre il 66% si limita alla comprensione di frasi elementari o è in grado di eseguire addizioni a una cifra. Il 5% neppure quello! Oltretutto l’analfabetismo ha gravi ripercussioni non solo sull’individuo (mancanza di autostima), ma incide pure sulla vita sociale in quanto limita l’esercizio dei propri diritti, senza ricorrere alla violenza.

Un’ incongruenza ancor più evidente è dovuta al fatto che Governo e opinione pubblica sono da tempo impegnati nel combattere la grave crisi economica e tentano di dare risposte concrete attraverso tagli alle spese inutili, ma nessuno si occupa dell’emergenza culturale, che è sicuramente più grave di quella economica.
Infatti, oltre ai tagli alla scuola, abbiamo assistito a quelli sulla cultura: università, ricerca ai minimi storici con conseguente emorragia di cervelli, enti culturali.
Possibile che i nostri deputati e senatori non comprendano che l’attuale situazione culturale rischia di condizionare le future possibilità di riscatto del paese? E’ ora, come non mai, il momento di investire sulla scuola come, del resto, hanno fatto (anni addietro) tutti i paesi emergenti di successo. Tanto più che da recenti statistiche è emerso che più di due milioni di giovani italiani tra i 15 e i 30 anni non risultano a scuola e neppure al lavoro.
Noi, invece, preferiamo investire in armamenti: ben 29 miliardi di euro sono appena stati stanziati per potenziare la flotta di aerei ed elicotteri militari!
Cosa ce ne facciamo, quando è risaputo che, in caso di guerra, una sola bomba atomica è in grado di annientare il nord del paese. Con tre “confetti” l’Italia intera sprofonderebbe nel Mediterraneo.

Ma la madre di tutte le incongruenze è legata al fatto che una nazione che voglia definirsi al passo con i tempi è obbligata ad investire nell’istruzione di ogni ordine e grado. Invece l’Italia ha deciso di tagliare ulteriormente i fondi destinati alla scuola buttando all’aria quanto di buono era stato fatto per la scuola elementare, grazie ai moduli dei tre insegnati distribuiti su due classi. Moduli che consentivano di seguire coloro che si trovavano in difficoltà, sia per limitate capacità intellettive, sia per problemi di lingua (stranieri).
Soltanto la riforma dell’università pareva ormai inderogabile, sia per eliminare quei “baroni” che avevano trasformato le facoltà in feudi personali in cui inserire parenti ed amici, sia per uniformarci alle nazioni più avanzate e votate alla ricerca.
Purtroppo nel nuovo corso degli atenei italiani non tutto appare limpido. Se l’eliminazione di corsi di studi assurdi e con pochissimi studenti era ormai inderogabile per migliorare quelle facoltà più gettonate, non tutto è andato come previsto. Ad esempio il ventilato aumento di personalità esterne al mondo della scuola (60%) che avrebbe dovuto sedere sulle poltrone dei consigli di amministrazione accademici, è già stato ribaltato (tre esterni contro 11 interni), riportando ancor più palpabile il pericolo di quei baronati che si sarebbero dovuti combattere.
Invece i nostri politici dovrebbero scommettere su di una università che stabilisca percorsi atti a generare nuovi campi di investimento e di ricerca.

Per il resto si è trattato di semplici tagli di costi che non hanno apportato alcuna modifica positiva. Semmai hanno contribuito a lasciare sul lastrico i numerosissimi precari cronici della scuola (140.000) tra cui molti quarantenni o cinquantenni e senza speranza di alternative lavorative. Ma l’emorragia non si è ancora conclusa. Ad esempio a Bergamo (dove vivo) sono previsti ulteriori tagli tra i docenti (250) nonostante la popolazione scolastica sia aumentata di 1200 unità. E pensare che gli insegnanti italiani risultano i meno pagati: 21.000 € lorde annue per la scuola elementare (media Ocse = 26.000), 23.000 € per la scuola media (Ocse = 28.000) e 24.000 € per le superiori (Ocse = 30.000).

Per non parlare della paralisi delle supplenze in caso di malattia dei docenti: già dopo Natale la maggior parte degli istituti scolastici non ha potuto ricorrere ai supplenti, avendo esaurito i fondi ad esse destinati. Anche per il materiale didattico e quello necessario al funzionamento della scuola, troppe famiglie hanno dovuto sobbarcarsene l’acquisto per sopperire alla mancanza di fondi. Una mancanza ormai atavica i cui arretrati, in alcuni casi, risalgono ai primi anni del ventunesimo secolo.

Capitolo a parte merita l’edilizia scolastica. Sarebbe ora di sbloccare i fondi straordinari previsti dal CIPE per far fronte alle numerosissime ristrutturazioni indispensabili per mettere a norma i troppi edifici scolastici in condizioni precarie e, in molti casi, talmente fatiscenti da non ottenere neppure l’agibilità. Eppure vengono utilizzati perché gli enti locali non hanno fondi per costruirne di nuovi. Altri edifici, pur essendo stati ristrutturati, dovrebbero subire ulteriori modifiche a causa della riclassificazione sismica intervenuta successivamente. Ma il patto di stabilità non consente di utilizzare gli eventuali fondi a disposizione. Sarebbe sufficiente procedere all’esclusione del patto di stabilità esclusivamente per gli edifici scolastici da mettere a norma. Altrimenti rischiamo un altro disastro sul tipo di quello di S.Giuliano.

Per quanto riguarda l’insegnamento della religione (che non rientra negli esami finali, essendo facoltativa) le notizie frammentarie apparse sui media hanno generato parecchia confusione, al punto che qualcuno si era indignato perché pareva che il voto facesse media con le altre materie. Del resto non avrebbe potuto essere così in quanto, da sempre, il voto di religione viene espresso non con le cifre ma con un giudizio. L’equivoco è nato per il fatto che il giudizio contribuisce alla definizione del credito formativo degli studenti, al pari di qualsiasi altra attività extra curricolare ammessa alla formazione del credito stesso. Ad esempio avrebbero potuto concorrere anche quelle attività didattiche sostitutive dell’ora di religione per coloro che decidevano di non avvalersene. Peccato che tale opportunità non è mai stata messa in pratica anche per le evidenti difficoltà logistiche nell’organizzare percorsi alternativi.
Ecco la seconda incongruenza legata a norme che sono rimaste solo sulla carta: chi non si avvale delle lezioni di religione non ha l’opportunità di scegliere un’attività alternativa a lui congeniale che possa contribuire ad innalzare il credito formativo al pari degli altri.

Pure il tanto osannato tetto del 30% degli stranieri presenti in classe non potrà essere realizzato perché solo ora si sono accorti del fatto che risulta inapplicabile. Infatti avevamo subito messo in evidenza che l’idea era sicuramente auspicabile per favorire l’integrazione ed evitare che, alcune scuole, si trasformassero in ghetti di stranieri che, di fatto, avrebbero escluso gli italiani, sempre più votati al trasferimento in scuole private (con aumento di spese per le famiglie). Ma per metterla in pratica si sarebbero dovuti stravolgere gli organici di numerose scuole, obbligando gli alunni stranieri a spostarsi da quelle con troppi extracomunitari e gli italiani a ripristinarne il numero trasferendosi da altri istituti. E tutto ciò avrebbe comportato ingenti costi di scuolabus e avrebbe creato notevoli disagi ai genitori.

Pur essendo stato ridotto il numero degli insegnati, il monte ore degli studenti è rimasto inalterato, semplicemente perché non sarà più possibile l’escamotage delle “ore” di 50 minuti.

Ma ecco affacciarsi all’orizzonte un’altra incongruenza: la proposta di spostare ad ottobre l’inizio dell’anno scolastico per favorire il turismo.
A parte che non si riesce a comprendere come sarà possibile raggiungere il traguardo di almeno duecento giorni scolastici previsto dalla legge (senza tagliare le varie vacanze intermedie), non si capisce, con l’attuale crisi, chi avrà denari a sufficienza per prolungare le vacanze estive. Semmai sarà un problema in più per i genitori che lavorano e sono costretti a ricorrere ai nonni o alle baby-sitter per venti giorni in più rispetto al passato. Certo, il ministero risparmierebbe sugli stipendi dei precari, che vengono assunti con contratto annuale con scadenza a giugno e riassunzione ad ottobre. A tal proposito, il tanto ventilato (dal ministro Gelmini) aumento del tempo pieno (parlava del 50%) è risultato un autentico flop: un misero 8% che ha scontentato soprattutto le famiglie con entrambi i genitori al lavoro.



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