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 Anno VI n° 7 LUGLIO 2010    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi


Rilettura dell'indagine del Censis-Confragricoltura
Alimentarsi è un'abitudine, una necessità, un piacere
Considerazioni su come sembra essere cambiato il modo ed il significato del pranzo e della cena in Italia
Di Francesca Bisbano


Alimentarsi non è solo un istinto, ma rientra in una delle pratiche dirette alla cura del sé. Il cibo è piacere, linguaggio, espressione di identità e stile di vita. Fischler sostiene: “L’uomo differisce dagli altri animali particolarmente in questo: non si accontenta di consumare i cibi, li pensa.” La persona stessa si costituisce in ciò che mangia. Cambia la società, cambia il modo di mangiare.

Un tempo vi erano sane abitudini alimentari e, seppur in modo occasionale, nulla mancava sulla tavola degli italiani. Vigevano delle regole ben precise: si mangia quando si può, quello che c'è, quanto è nelle possibilità di avere. Donde non era raro saltare qualche pasto e la verdura, che la famiglia coltivava con tanto zelo nell'orticello casereccio, era il cibo fondamentale. Di polenta ce n'era tanta da averne per la colazione, il pranzo e la cena.
I più ricchi invece potevano attingere alla scorta dei salami appesi nella camera da letto a stagionare o sul grasso conservato sotto sale oppure sulle uova. Il pollaio infatti è una ricchezza primaria sulla quale conta ogni massaia per pollastrelle e uova. In ogni cortile di cascinale, oltre le galline, non potevano mancare anitre, oche, faraone, che si sacrificavano all'arrivo di una festa o di un parente.

Ma dell'uovo si accontentavano anche i più poveri, perché con un uovo sodo si mangiava in due o tre persone (condito con olio e aceto) o in camicia o chierichetto nel burro, con frittate ben lardeggiate di verdura e cipolle. Ancora chi poteva si nutriva di pesce o cacciagione e il buon vino a tavola non mancava quasi mai.

Il pasto stesso rappresentava un importante momento sociale. A tavola la famiglia era unita e la condivisione dello stesso cibo nella quotidianità, così come in occasione di avvenimenti importanti, rendeva i commensali partecipi di una stessa comunità, appartenenti ad un'identica cultura. Un buon pasto metteva chi lo consumava in comunicazione con l'altro, abitudine questa che oggi va diradandosi, poiché la globalizzazione, la frenesia della vita moderna lasciano poco spazio alla conversazione davanti alla tavola.

Dunque cambia il costume alimentare. La regola è: si mangia al volo, cosa si può e ciò che ci piace. I nuovi ritmi sociali hanno modificato, sia la qualità degli alimenti che consumiamo, quanto il modo con cui viene concepito questo momento.

Il Censis ha realizzato, con Confagricoltura un'indagine sulle abitudini alimentari degli italiani (vedi in questo numero “Cosa ci dice il rapporto Censis - Coldiretti sulle abitudini alimentari degli italiani”) e da lì traiamo alcune considerazioni.

La qualità degli alimenti che gli italiani consumano cambia, perché: a volte mangiamo il pratico e comodo panino: un pasto economico e veloce, soprattutto per chi lavora e non può fermarsi a tavola in compagnia dei familiari; ancora quando ci sediamo a tavola, operiamo una selezione spartana di ciò che mangiamo: c’è chi odia la pasta, chi il pane, chi il riso, chi la carne, il pesce; chi evita la frutta o la verdura perché costano troppo (e magari poi per guadagnare sia in salute quanto in denaro, ci si rivolge al contadino), chi ripudia i dolci (n.d.r. in molti!) per mantenere la linea (la pancia non è bella nemmeno per gli uomini); chi mangia secondo uno schema preciso: se proprio non riesco a mettermi a dieta, condurrò un’alimentazione più sana; tolgo la carne al pranzo, metto una mozzarella a cena, purché sia qualcosa di leggero e magari a metà mattina o nel pomeriggio, stanco dal lavoro, mi concederò uno spuntino. Per di più cambia il significato dei pasti, perché pranzo e cena non sono più quella sorta di “convivio familiare”, che, con le sue regole, il suo ordine e la sua disciplina, davano vita quasi ad un’intima parata sociale, che vedeva tutti i suoi membri riuniti attorno alla figura del pater familias.

Oggi a tavola la famiglia riunita non la si vede mai, se non per Pasqua, Natale e Capodanno. Quando non lavoro, non studio, non ho impegni preferisco uscire. Mangio fuori per evadere dalla monotonia della routine quotidiana: gli amici mi aspettano ed è una buona occasione per divertirsi tutt’insieme.

Le statistiche, fornite dal Censis, infatti mostrano come il fenomeno sia in continua crescita: oltre l’80% degli italiani mangia almeno una volta alla settimana fuori casa, presso un esercizio pubblico. Certo lo si può fare anche al lavoro, in pausa pranzo, ma lì i tempi sono sempre più ridotti. In ogni caso: per i giovani pizza e patatine, cena pratica economica e nutriente, dato che il portafoglio è sempre un po’ sgonfio; per gli adulti: cena a casa di un collega a base di pasta oppure converrebbe ritrovarsi nella trattoria, aperta lì vicino, a mangiare prodotti biologici, senz'altro più gustosi e salutari del cibo confezionato.

Tartassati dall'informazione mediatica, consigliati dal web, incuriositi da quanto riportato sulle riviste salutiste gli italiani tendono sempre più ad acquistare prodotti dell'agricoltura biologica. Nel 2009, secondo le statistiche CENSIS, il 67 per cento della popolazione avrebbe effettuato acquisti diretti dal produttore.
Perché rivolgersi al contadino?
Forse perché ci hanno detto che il prodotto biologico è un prodotto garantito e certificato secondo il regolamento Cee 2092/91, che ne assicura il metodo di produzione?
Forse perché crediamo che questi prodotti sono realizzati senza additivi chimici?
Perché gli animali vengono allevati con tecniche, che rispettano il loro benessere e non ne forzano crescita?
Perché sono privi di residui tossici?
Perché sono più gustosi?
Perché mangiare biologico aiuta a prevenire le patologie dell'organismo?
Per etica? (n.dr. Meglio godere dei sostentamenti della natura, piuttosto che sacrificare la vita di povero animale, confinato dalla nascita in una gabbietta a ingrassare!)
I cibi inscatolati sono poi così tanto dannosi?

Purtroppo le statistiche del Censis non sanno rispondere a queste domande.



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