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Corruzione, perché l'Italia è un terreno fertile

Preoccupante che al posto della condanna del fenomeno corruzione vi sia l'atteggiamento del "così fan tutti "

Di Matteo Ferrazzi

Inchieste, inquisiti, corruzione e anche qualche tintinnar di manette: sembra tornato - ahimè - il clima del 1992, ed è destinato a pesare sulla vita politica ed economica del Paese. Non è ancora pienamente chiaro se si tratti della punta di un iceberg di dimensioni spaventose, come si rivelarono in seguito i primi casi scoperti nel '92, o siano solo casi isolati imputabili all'avidità dei singoli; per essere certi di quest'ultima soluzione bisogna davvero essere molto ottimisti.

Quello che non viene compreso facilmente è che la corruzione non è un fenomeno confuso e indecifrabile, frutto di iniziative dei singoli. All'opposto, nasce e prospera solo dove trova un terreno fertile. La letteratura sulla materia identifica dei veri e propri incentivi alla corruzione: essi sono le dimensioni della transazione, la tempestività dei pagamenti (ecco spiegato l'abuso delle varie procedure di urgenza) e anche la natura dei beni in oggetto (quanto più è avanzata la tecnologia utilizzata, più è elevata la possibilità di pagare un prezzo superiore al dovuto, come spesso accade nella sanità. Se invece si tratta di beni comuni, sarà più facile valutarli). Questi elementi fanno sì che alcune attività siano più esposte al ricatto della corruzione: i grandi contratti di ingegneria civile e le grandi opere pubbliche, ad esempio, o le transazioni che hanno per oggetto le forniture di materiale bellico; ad un livello più basso, gli acquisti di forniture ed il denaro ricevuto per la fornitura di informazioni tecniche e consulenze.

Questo spiega perché in Italia vi sia un incentivo a fare le grandi opere, mentre sia impresa ardua fare quelle "piccole "; ecco perché funziona l'alta velocità, ma non i treni per i pendolari; ecco perché si possono costruire a Milano svariati grattacieli in pochi anni, ma non si riesce a fare qualche metro di pista ciclabile; e perché le consulenze agli enti pubblici sono divenuti il grande business e vi sia un fiorire di società di consulenza legate ai politici.

L'Italia è in questo senso diversa dagli altri paesi?
E' il ventre molle - per dirla alla Churchill (prima di invadere /'Italia nel '43 con l'operazione Husky) - dell'Europa?
Transparency International, la principale autorità mondiale in termini di competenze sul tema della corruzione, traccia già da parecchi anni per l'Italia un quadro a tinte fosche: le sue classifiche sulla percezione della corruzione ci pongono, in un confronto mondiale, in posizioni piuttosto imbarazzanti, lontani dai paesi UE e vicini al Bhutan, Capo Verde, Giordania, Malaysia, Namibia. Ed è il posto che forse ci meritiamo. Secondo i dati di PricewaterhouseCoopers il 19% delle imprese operanti in Italia si è vista recapitare una richiesta di pagamento di tangenti nel corso degli ultimi due anni; il dato è molto migliore di quello di molti paesi emergenti, ma peggio di Romania, Turchia, Singapore.

Preoccupante che al posto della condanna del fenomeno corruzione vi sia l'atteggiamento del "così fan tutti ", con le varianti "tutti rubano nella stessa maniera" e "noi lo facciamo dimettere, voi no" o cose simili. E' già da parecchio tempo che prevale questa logica, questo strabismo applicato anche ai vari casi di escort, ai vari Cinziagate e al caso Marrazzo: destra e sinistra sono sempre in pareggio, e nessuno - così si vorrebbe - è più colpevole di nulla. Inoltre, la grande confusione fa sì che coloro che erano fisicamente o simbolicamente di fronte all'Hotel Raphael di Roma nel 1993 per lanciare le monetine a Craxi in una pagina umanamente triste della storia d'Italia - cioè i militanti della Lega, quelli dell'allora Msi e dell'allora Pds - siano oggi divenuti garantisti a corrente alternata, per difendere la propria parte (salvo poi attaccare sulle vicende giudiziarie quelli del campo opposto, specialmente tramite i giornalisti a libro paga e debitamente ammaestrati). Tra l'altro, nel frattempo, gli eccessi del giustizialismo anni '90 sono forse stati accentuati: fare un inchiesta che va a finire sui giornali, a prescindere dal fatto che poi gli inquisiti vengano condannati o meno (e i fatti verificati), determina una notorietà eccessiva, fa fare carriera, spesso spedisce il pm in questione direttamente in Parlamento.

E non si può certo dire che la corruzione non sia un fenomeno bipartizan, e la recente campagna elettorale per le elezioni lo dimostra: il centro-sinistra poteva infatti vantare, si fa per dire, inquisiti in Emilia Romagna, Puglia, Liguria; il centro-destra in Veneto, Sicilia, Piemonte; Lombardia, Lazio, Toscana, Sardegna, Umbria sono invece bipartizan a pieno titolo, nel senso che entrambi gli schieramenti "vantavano" inquisiti o condannati (ma temo di aver peccato per difetto in questa contabilità).

Come uscirne? Non certo accusandosi vicendevolmente, ma incrementando la trasparenza di ogni attività che crea incentivi alla corruzione. Se ogni singolo euro di ogni opera pubblica fosse riportato su internet, e con esso i beneficiari, si andrebbe per lo meno nella giusta direzione. L'impressione è che l'Italia è destinata a rimanere "metà giardino, metà galera", trainata da un corpo sano e zavorrata da uno meno sano.


Pubblicato per gentile concessione del “La Rassegna – Settimanale Economico Fianziario”L’autore può essere conttato vie e-mail: matteo.ferrazzi@fastwebnet.it

Argomenti: #corruzione , #economia , #italia , #opinione , #politica , #società

Leggi tutti gli articoli di Matteo Ferrazzi (n° articoli 5)
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