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La collezione vascolare del Museo Archeologico Nazionale di Napoli


Di Valeria Sampaolo

La collezione di vasi del Museo archeologico di Napoli è, in certo senso, lo specchio più fedele della funzione che il Museo ebbe, tra il XVIII e il XIX secolo, rispetto alle province meridionali dalle quali giungevano i materiali recuperati dalle tombe dei lontanissimi antenati degli abitanti delle province di principato Citeriore, di Terra d’Otranto, di Calabria Ulteriore, di Basilicata, più o meno consapevoli di essere gli epigoni della cultura magnogreca.

Si trattava di corredi completi, pezzi avulsi dal contesto di provenienza, piccole raccolte, grandi collezioni costituite grazie ad acquisti o agli esiti di scavi sistematici, tollerati, se non regolarmente concessi, dall’Amministrazione che non riuscì mai a far rispettare a pieno le norme di tutela che fin dal 1755 avrebbero dovuto assicurare il controllo sulle ricerche archeologiche in tutto il territorio del regno borbonico. Nel 1843 “il museo dei vasi” di Napoli raccoglieva circa 3000 esemplari che per qualità e quantità facevano di quella la più importante raccolta d’Europa, nonostante le perdite occorse durante la rivoluzione del 1799, nei trasferimenti a Palermo dei Borbone in fuga, nel 1798 e nel 1806, e con l’esportazione, nel 1816, della collezione di Carolina Murat che contava inizialmente più di 700 vasi.

Molti oggetti erano stati recuperati con regolari scavi eseguiti nei primi decenni dell’ ‘800 da Domenico Venuti a Saticula (Sant’Agata dei Goti), o da Felice Nicolas a Paestum. Numerosi furono gli acquisti di collezioni di varia consistenza che comprendevano vasi di origine lucana e pugliese, che si erano formate, soprattutto in Puglia, come risultato di ricerche non autorizzate, che andarono ad aggiungersi ai vasi della necropoli etrusca di Canino giunti grazie all’acquisto della Collezione Falconnet. Furono tuttavia le regolari campagne di scavo negli ipogei di Canosa a restituire esemplari che rimangono unici nella storia della ceramografia antica.

Importanti arricchimenti della collezione si ebbero poi con la donazione nel 1861, da parte del principe Eugenio di Savoia-Carignano dei circa 1800 oggetti raccolti da Leopoldo di Borbone, negli scavi delle necropoli di Cuma da lui avviati tra il 1852 e il 1857 che andò a costituire la “Raccolta cumana”; con l’acquisto di circa 450 vasi della Raccolta di Raffaele Gargiulo, ambigua figura di impiegato del Museo, esperto restauratore, collezionista e falsario, la cui competenza ed esperienza erano unanimemente riconosciute dal contemporaneo mondo scientifico; e con l’acquisizione, nel 1865 della ricchissima Collezione Santangelo, costituita da oltre 1400 vasi rappresentativi della produzione attica e italiota. In realtà il Museo Nazionale rimane solo il depositario delle numerose antichità, raccolte, tra la fine del settecento e la metà dell’ottocento ed esposte in un vero e proprio museo nel Palazzo di Sedile di Nilo (che era già stato nel XV secolo di proprietà di Diomede Carafa) da quella famiglia dell’alta borghesia che, per difficoltà economiche insorte verso il 1847, si vide costretta a mettere in vendita dopo una quindicina di anni. Il provvidenziale intervento di Giuseppe Fiorelli, che interessò e convinse il comune di Napoli all’acquisto, impedì che le raccolte finissero ad antiquari francesi già pronti al pagamento dell’ingente somma richiesta.

Fu così che dal gennaio 1867 la collezione tornò ad essere ammirata, questa volta nel Museo pubblico per eccellenza.. Ultime importanti immissioni sono infine la Collezione Stevens costituita dai corredi cumani e la Collezione Spinelli che comprende oltre 2000 vasi, rinvenuti durante gli scavi della necropoli dell’antica Suessula. Gran parte dei vasi, giunti come si è visto per più vie al Museo, già espunti dal corredo di appartenenza, privati anche dei dati del luogo di provenienza, valutati e studiati inizialmente per la loro qualità artistica, o per il soggetto raffiguratovi, permisero comunque fin dal XIX secolo di formare la storia delle produzioni ceramiche antiche sulle sponde del Mediterraneo, la sequela dei diversi “linguaggi” che ceramografi e ceramisti utilizzarono nell’Italia meridionale “fortunato suolo” che, per dirla con le parole di Raffaele Gargiulo “ebbe la gloria di fornire il materiale ad innumerabili Musei d’Europa”.


LE ORE DELLA DONNA Storie e immagini nella collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo

Argomenti: #archeologia , #ceramica , #museo , #napoli

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