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 Anno VI n° 10 OTTOBRE 2010    -   PRIMA PAGINA



Palestina: la pace impossibile
Gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania sono lo scoglio più grave al raggiungimento di un accordo di pace, e questi sono sostenuti anche dal governo USA con sgravi fiscali a chi fa delle donazioni a favore dei coloni
Di Giacomo Nigro


La Lega Araba ha deciso la fine dei colloqui di pace diretti, ripresi solo il 2 settembre scorso. L’organizzazione araba, al termine del summit con Abu Mazen tenutosi a Sirte in Libia, ha informato il mondo che condivide la scelta dell’ANP di sospendere i colloqui e che si affida all’amministrazione Obama affinché continui a fare pressione su Israele per convincere lo Stato ebraico a prolungare la moratoria sugli insediamenti in Cisgiordania, scaduta – dopo 10 mesi – il 26 settembre scorso.

Pare che il Presidente Obama abbia scritto al Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, proprio allo scopo di chiedergli il prolungamento della moratoria;la notizia è trapelata dal Washington Institute of Near East Policy (WINEP), l’alter ego dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). Secondo tali fonti i termini della missiva saranno oggetto di un negoziato preliminare fra il Consiglio di Sicurezza nazionale USA e Israele,rappresentato dal ministro della Difesa Ehud Barack e dal consigliere del Primo ministro incaricato per i negoziati Yitzhak Molcho.

Si sarebbe convenuto, che l’avvenire delle colonie ebraiche nei Territori non sarà definito preliminarmente, ma sarà discusso durante i negoziati; che gli Stati Uniti porranno il veto su tutte le risoluzioni riguardanti Israele nel periodo dei negoziati, fissato della durata di un anno; che Washington riconoscerà legittime le esigenze di sicurezza israeliane senza tentare di ridefinirle, inoltre sarà ammesso che Israele aumenti i finanziamenti a scopo militare a tre miliardi di dollari, e permettere così la dotazione di nuove armi e sistemi di sorveglianza satellitare.

Naturalmente questi accordi, se fossero veri, sarebbero da considerare illegittimi essendo stati raggiunti in assenza dell’Autorità Palestinese. Occorre infatti tener presente che il diritto internazionale dichiara illegali le colonie israeliane nei Territori, che detti accordi assicurano l’impunità a Israele; inoltre il principio dei “due stati”, difeso da Barack Obama, non assicura che i due Stati, Israele e Palestina, avranno gli stessi diritti: in pratica il futuro stato palestinese sarà privo di armi e difesa e dovrà accettare d’aprire il proprio territorio ai bisogni israeliani. Una conclusione chiaramente sbilanciata e credo inaccettabile per i Palestinesi.

Intanto, tornando ai fatti certi, i ministri degli Esteri dei 13 Paesi della Lega hanno dato un mese di tempo agli Stati Uniti per rilanciare i negoziati diretti israelo-palestinesi. L'auspicio è sempre lo stesso: che riprendano nuovamente i contatti diretti tra israeliani e palestinesi e che questi contatti aiutino a raggiungere un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due popoli. Occorre inoltre considerare che tornare indietro darebbe origine a un’lteriore tragedia umana dalle conseguenze imprevedibili.

Ora proviamo a considerare se questa impasse dipende solo da israeliani e palestinesi. Intanto osserviamo che nella West Bank alcuni evangelici statunitensi si recano in un’azienda vinicola ad Har Bracha, un insediamento ebraico sulle colline dell’antica Samaria, per raccogliere l’uva e potare le viti allo scopo di “partecipare in prima persona alla profezia biblica”. Ma durante la loro ultima visita, a febbraio, i volontari si sono trovati nel bel mezzo del conflitto per la terra che segna la vita quotidiana di quella zona. Quando gli evangelici si sono diretti verso le vigne, alcuni palestinesi, che accusavano i coloni ebrei di aver piantato delle viti rampicanti nelle loro terre per appropriarsene, li hanno presi a sassate.

Ecco una sorprendente contraddizione: da una parte il governo degli Stati Uniti cerca ufficialmente di mettere fine alla creazione degli insediamenti ebraici, che proseguono ormai da quarant’anni, promuovendo la creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania; dall’altra il ministro del tesoro statunitense contribuisce a sostenere gli insediamenti, accordando sgravi fiscali a chi fa delle donazioni in loro favore. Il New York Times ha analizzato gli elenchi pubblici, sia negli Stati Uniti sia in Israele, e ha individuato almeno quaranta associazioni americane che negli ultimi vent’anni hanno raccolto donazioni per oltre 200 milioni di dollari a favore degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.
Questi soldi vanno per lo più a scuole, sinagoghe e centri ricreativi: tutte destinazioni perfettamente legali. Ma servono anche per acquisti più discutibili sul piano giuridico (come alloggi, cani da guardia, giubbotti antiproiettile, mirini per armi da fuoco e veicoli), usati per rendere sicuri gli avamposti nelle zone occupate. Per certi versi, la legislazione degli Stati Uniti in materia tributaria è più indulgente di quella israeliana. Per quest’ultima, infatti, gli avamposti che ricevono donazioni private fiscalmente detraibili (a differenza di quelli finanziati dal governo israeliano) sono illegali. Una decina di anni fa Israele ha tolto gli sgravi fiscali per contributi destinati agli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

D’altro canto, gli Stati Uniti non hanno mai messo in discussione gli sgravi fiscali sulle donazioni, anzi non se ne sono mai occupati. L’Internal Revenue Service, il fisco statunitense, si rifiuta di discutere delle donazioni a favore degli insediamenti in Cisgiordania, e i funzionari del Dipartimento di Stato sono disposti a parlarne solo in modo generico e a condizione di restare anonimi.

Gli insediamenti sono un argomento delicato anche tra gli ebrei americani. Alcune delle principali organizzazioni ebraiche di beneficenza, come la Jewish federation of North America, si rifiutano di finanziare i lavori di costruzione in Cisgiordania. Tra gli statunitensi che fanno donazioni agli insediamenti c’è un po’ di tutto: dai più ricchi – come il magnate del settore ospedaliero, Irving I. Moskowitz, o la famiglia che produce i gelati Haagen-Dazs – ai meno ricchi, come i partecipanti alle aste per l’acquisto di pizzerie kosher a Brooklyn o gli evangelici che abbiamo incontrato a una riunione di studi biblici tenuta di recente in una cantina di Long Island. Tutti però hanno in comune la convinzione che riportare sotto il pieno controllo degli ebrei la Cisgiordania, dove sorsero gli antichi regni Ebraici, sia decisivo per la sicurezza di Israele e per la realizzazione delle profezie della bibbia.

Come si vede, la politica dei due pesi e delle due misure, al riguardo del problema palestinese, interessa negli USA sia il pubblico che il privato, un macigno irremovibile per il raggiungimento della pace.



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