REGISTRATO PRESSO IL TRIBUNALE DI AREZZO IL 9/6/2005 N 8
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 Anno VII n° 4 APRILE 2011    -   FATTI & OPINIONI


Camera dei Deputati Seduta n. 452 di giovedì 24 marzo 2011
Comunicazioni del Governo sulla crisi libica: Franco Frattini, Ministro degli affari esteri


Signor Presidente, onorevoli deputati, l'Italia e la Libia sono accomunate da vicinanza geografica, da legami storici e culturali, da forte complementarità tra le rispettive economie e sentimenti di profonda amicizia tra i due popoli. Sono legami che affondano le loro radici nella particolare qualità del dialogo instauratosi nel tempo tra le società e i popoli dei nostri due Paesi e sono stati alimentati dalla riconciliazione che l'Italia ha voluto compiere, cancellando le recriminazioni lasciate dal passato coloniale. I sentimenti di amicizia con il popolo libico ci avevano spinti a favorire con tutte le nostre forze una soluzione pacifica alla crisi. I nostri atti, sin dal primo momento, prima ancora della risoluzione n. 1973, sono stati tesi all'unico obiettivo di impedire che quella che è stata chiamata la «primavera del Mediterraneo» fosse soffocata nel sangue. Per un momento abbiamo anche sperato che il colonnello Gheddafi potesse scegliere la via dell'esilio, ipotesi evocata da più parti per evitare il massacro dei civili. Abbiamo perciò condiviso prima le sanzioni della risoluzione n. 1970 e poi le più drastiche misure previste dal capitolo VII dello Statuto dell'ONU.

Non si tratta affatto, onorevoli colleghi, di fare la guerra, ma di impedire la guerra e le sue nefaste conseguenze. Si tratta di portare aiuto a chi è in balia di un'offensiva bellica indiscriminata. E, per portare questo aiuto, è necessaria la forza, il diritto e il potere di proteggere che l'ONU ha solennemente sancito nel suo Statuto. Ecco allora che la risoluzione n. 1973 è lo sbocco di una graduale azione diplomatica della comunità internazionale. Con la sua adozione e con il suo mancato rispetto da parte del regime libico la pagina è stata voltata. Il regime si è posto definitivamente fuori dalla cornice di legalità internazionale. La risoluzione ha confermato l'obbligo primario della protezione della popolazione civile adottando più stringenti misure, come l'istituzione di una zona di interdizione dal volo. La decisione è anche espressione di richieste della Lega araba e risponde in termini politici all'appello del Consiglio nazionale libico di transizione di Bengasi. Il Governo ha costantemente tenuto informato il Parlamento sugli sviluppi della crisi. Abbiamo condiviso con esso l'intenzione di partecipare all'intervento in attuazione della risoluzione n. 1973. Su tali basi, abbiamo assicurato la nostra partecipazione a pieno titolo alle operazioni avviate. In tale quadro, l'Italia sta dando e darà il proprio contributo, nel puntuale rispetto dei limiti che la stessa risoluzione n. 1973 ha stabilito per l'intervento. Abbiamo garantito l'utilizzo delle basi sul territorio italiano e l'impiego di uomini e mezzi aerei e navali delle nostre Forze armate; l'azione è condotta in stretto coordinamento con i partner internazionali e in contatto con i diversi attori regionali. Onorevoli colleghi, vogliamo evitare che una guerra sanguinosa proceda con il regime che continua purtroppo a colpire il suo popolo. Ecco perché ci siamo e ci saremo con piena dignità e faremo valere i principi assoluti di solidarietà e di civiltà, quando li sentiremo messi tra parentesi o addirittura calpestati. Ma restiamo convinti anche del fatto che la soluzione della crisi passi attraverso l'avvio del dialogo nazionale, di un autentico processo costituente che coinvolga tutte le componenti politiche, sociali e tribali della Libia.

Un dialogo, questo, ed una soluzione politica con una sola precondizione, che l'intera comunità internazionale, e con essa l'Italia, ha posto: l'abbandono del potere da parte del colonnello Gheddafi. Vogliamo condividere con il Parlamento l'impegno volto ad assicurare la piena conformità delle azioni agli obiettivi della risoluzione e ribadire la volontà di ripristinare con la Libia del dopo Gheddafi quel rapporto preferenziale che è, a nostro avviso, idoneo a tutelare i nostri interessi nazionali, compresi quelli economici.

È un impegno, spero, che potrà mostrare unite le istituzioni e la politica dell'Italia, in nome dell'interesse superiore generale del Paese. Onorevoli colleghi, dividersi, specialmente quando condividiamo le linee di fondo dell'azione italiana, indebolisce il Paese e non rappresenta la necessaria solidarietà e l'incoraggiamento per coloro che, in teatri difficili, stanno portando oggi la bandiera italiana (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Unione di Centro). Approvata, quindi, la risoluzione n. 1973, era necessario partire con un'azione urgente che scongiurasse in via temporanea un massacro di civili. Ma superata questa primissima fase, dobbiamo ora tornare alla fisiologia, dobbiamo tornare alle regole: un'unica catena di comando assicurata dalla NATO. Nel contempo, siamo convinti della necessità di coinvolgere attivamente l'Unione europea, soprattutto per gli aspetti umanitari della crisi. Una forte consultazione politica e uno stretto coordinamento operativo faranno la differenza nella realizzazione delle operazioni prescritte dalla risoluzione, garantendo efficienza, coerenza e condivisione delle scelte politico-strategiche.

Le conseguenze delle operazioni, onorevoli colleghi, ricadono su tutti noi, e dunque dobbiamo evitare il rischio di essere corresponsabili di azioni non volute. Ecco perché dobbiamo trovare formule adeguate per coinvolgere politicamente un numero più ampio di Paesi, a cominciare da quelli del mondo arabo. Un comando garantito da un'organizzazione dalla consolidata esperienza, qual è la NATO, assicura coesione ed efficacia della coalizione. Questa nostra posizione, autorevolmente sostenuta anche dal Presidente Napolitano, è stata condivisa da gran parte degli alleati, a cominciare dal Presidente Obama, che ha correttamente parlato di un ruolo chiave, su cui, da due giorni, il Consiglio atlantico, a Bruxelles, sta lavorando.

Abbiamo contribuito a questa soluzione con il nostro fermo atteggiamento. Io stesso avevo potuto esprimere, lunedì scorso a Bruxelles, la posizione chiara secondo cui, qualora non fosse stato raggiunto un accordo tra i Paesi alleati sul ruolo chiave della NATO, l'Italia avrebbe dovuto anche considerare l'ipotesi di riassumere una responsabilità nazionale per le proprie attività. Ed ecco allora che una netta preferenza per il quadro NATO si è delineata, anche da parte dei Paesi arabi pronti ad operare con noi. Sempre in ambito NATO, l'Italia ha chiesto e ottenuto che l'embargo sulle armi sia attuato anche tramite un'operazione navale di pattugliamento delle acque internazionali mediterranee. L'Italia svolgerà un ruolo cruciale con il comando dell'operazione da Napoli e con un ammiraglio italiano.

Quanto al ruolo dell'Unione europea, il Consiglio dei ministri degli esteri ha stabilito l'obiettivo primario della protezione dei civili e del sostegno alle loro aspirazioni democratiche. Abbiamo espresso la nostra determinazione ad agire d'intesa in particolare con la Lega araba e con l'Unione africana. Continueremo, come Unione europea, a fornire assistenza umanitaria alle vittime delle violenze. Possiamo fornire sostegno materiale, incluso l'utilizzo di assetti della protezione civile europea, per le iniziative internazionali di soccorso e di evacuazione condotte sotto l'egida dell'ONU.

Abbiamo invitato l'Alto rappresentante - ed è questa una richiesta italiana - a sviluppare la pianificazione di un'operazione di assistenza umanitaria e di protezione civile anche attraverso l'impiego di mezzi navali, un'azione europea in coordinamento con l'ONU e con la NATO che, com'è ovvio, avrà una forte deterrenza anche nei confronti delle organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani. Una pianificazione urgente per la quale l'Italia ha messo a disposizione il quartier generale operativo per l'attuazione immediata, un'offerta che l'Unione europea ha apprezzato e che, su nostra richiesta, ha richiamato, proprio lunedì, in un punto formale della nostra risoluzione. Anche l'Unione europea, onorevoli colleghi, come la NATO, è davanti a una sfida da affrontare, la sfida alla credibilità, la sfida dell'azione, la sfida del risultato. Il metodo del multilateralismo, che noi sosteniamo, non può essere soltanto un proclama. Sarà altrimenti sempre più diffusa la tendenza ad azioni unilaterali o a direttori ristretti, che l'Italia sempre rifiuterà. Nel quadro delle misure dell'ONU, siamo stati e rimaniamo impegnati a dare attuazione alle sanzioni finanziarie. A tale riguardo, abbiamo congelato tra i 6 ed i 7 miliardi di euro di beni riconducibili al regime di Gheddafi. Abbiamo anche messo a punto delle sanzioni nel settore energetico. Oggi a Bruxelles il Consiglio europeo adotterà le sanzioni sui prodotti petroliferi nei riguardi della compagnia petrolifera libica e delle sue sussidiarie. Anche tali sanzioni sono previste dalla risoluzione n. 1973. Prima della sua adozione, il colonnello Gheddafi - lo ricorderete - aveva minacciato di sostituire i fornitori europei con quelli di Paesi extraeuropei. Ora non può più farlo poiché, precludendo ad ogni potenziale acquirente al mondo di comprare petrolio libico, siamo ormai tutti tutelati nella medesima maniera: non c'è più il rischio che le compagnie europee siano scavalcate da parte di società concorrenti, perché tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite devono rispettare l'embargo.

Non è allora fondata anche la tesi secondo cui i contratti delle nostre imprese sarebbero stati meglio tutelati in caso di nostro mancato intervento. Le sanzioni internazionali contro il regime avrebbero comunque svuotato quei contratti di ogni efficacia ed analogo ragionamento sarebbe valso nel poco realistico caso in cui Gheddafi dovesse, alla fine, prevalere, perché in ogni caso le sanzioni continuerebbero a dispiegare i loro effetti e renderebbero inefficaci e inapplicabili i contratti già firmati.

Ciò non toglie che occorre continuare ad operare per tutelare nel futuro della Libia le posizioni contrattualmente acquisite dalle imprese italiane nel mercato libico, quando un regime democratico e riconosciuto dall'ONU si sarà affermato. Faremo allora valere, a quel tempo, la piena efficacia dei contratti delle imprese italiane.

Il Consiglio nazionale di Bengasi ha già assicurato di voler adempiere a quei contratti, quando sarà in condizioni di farlo, dicendosi convinto del fatto che le libertà economiche e lo Stato di diritto sono aspetti cruciali delle rivendicazioni libiche, di quella che oggi è l'opposizione libica e di quella che noi speriamo sarà domani la nuova Libia.

Nel frattempo, le imprese europee, impossibilitate ad onorare i contratti in ragione delle sanzioni ONU, trovano oggi una tutela giuridica in un regolamento dell'Unione europea, adottato pochi giorni fa, che prevede modalità per assicurare i pagamenti dovuti alle imprese europee in base a contratti eseguiti prima dell'entrata in vigore delle sanzioni.

Onorevoli colleghi, una questione delicata è quella della vigenza del Trattato bilaterale tra Italia e Libia. Esso è stato evocato per chiedere al Governo una valutazione sulla condizione giuridica in cui esso si trova.

Fino all'adozione della risoluzione n. 1973 quell'accordo poteva considerarsi, di fatto, sospeso ma ora, con l'entrata in vigore della risoluzione n. 1973, alla luce dell'articolo 103 della Carta dell'ONU, vi è la prevalenza assoluta ed automatica degli obblighi della Carta su quelli assunti dagli Stati membri con qualsiasi altro accordo internazionale o bilaterale. Ecco dunque che il quadro giuridico è cambiato: siamo tenuti ad adempiere le decisioni vincolanti del Consiglio di sicurezza. Ne discende non più la sospensione di fatto, ma di diritto e automatica degli obblighi del Trattato bilaterale, la cui applicazione sarebbe ovviamente vietata formalmente dalla risoluzione n. 1973. Onorevoli colleghi, soggetti nel diritto internazionale non sono i Governi ma gli Stati: ecco perché guardiamo al futuro delle nostre relazioni bilaterali e all'interesse a mantenere in vita il Trattato, ancorché sospeso di diritto in via automatica, per conservare, in prospettiva, un rapporto preferenziale con la Libia del dopo Gheddafi.

Vi sono, poi, degli aspetti umanitari di grande importanza. L'Italia è pronta a proseguire l'azione umanitaria che abbiamo intrapreso. L'Italia, onorevoli colleghi, è stato il primo e finora unico Paese europeo ad aver portato aiuti umanitari nella città di Bengasi (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Unione di Centro). Con due navi italiane sono arrivate 90 tonnellate di materiali: cibo, attrezzature, medicinali e beni di prima necessità. È una testimonianza concreta, al di là dei facili proclami spesso non seguiti dai fatti, di una vicinanza reale ai bisogni e alle richieste del popolo libico. Continueremo ad essere protagonisti dell'aiuto umanitario a quel popolo che sta soffrendo.

Ma vi è anche un altro aspetto delicato, quello dell'immigrazione. Molti avevano tacciato come allarmistica la previsione di massicci afflussi di migranti. Dalla Tunisia abbiamo visto arrivare, da gennaio, 15.000 immigrati clandestini. Non parlo solo delle condizioni di disagio di Lampedusa, ma anche di tutti i centri che si trovano nelle regioni italiane. E la concreta possibilità che nuovi ed anche superiori flussi provengano presto dalla Libia impone in ogni caso una strategia in chiave europea.

Fin dall'inizio della crisi abbiamo avanzato tre richieste: maggiore cooperazione dell'Unione con i Paesi della sponda sud, gestione europea dei flussi sulla base di una effettiva condivisione degli oneri tra gli Stati membri e definizione di un sistema unico di asilo europeo. Questi principi sono stati raccolti dal Consiglio europeo dell'11 marzo scorso e dal Consiglio dei Ministri degli affari esteri, il 21 marzo scorso. Lavoriamo, onorevoli colleghi, per una nuova Libia e un nuovo partenariato euromediterraneo.

La dimensione politica e quella del partenariato rappresentano la prospettiva su cui dobbiamo impegnarci maggiormente. Un punto chiave della risoluzione è l'invito a promuovere un dialogo nazionale di riconciliazione. Spetta all'Unione europea, all'ONU, alla Lega araba e all'Unione africana facilitare quel dialogo, favorendo il coinvolgimento dei gruppi tribali di cui la Libia è composta. Dobbiamo far funzionare ed attuare da subito il cessate il fuoco e la no fly zone. Ciò vuol dire fermare le violenze e creare le condizioni affinché il dialogo di riconciliazione nazionale possa davvero svilupparsi. L'ONU, credo, dovrà presto verificare sul terreno il cessate il fuoco e su questa base una fase politica si potrebbe aprire.

L'Italia vuole e può concorrere attivamente a creare le condizioni perché un dialogo politico e una vera strategia per il dopo Gheddafi siano avviati. Abbiamo aperto un canale diretto con Bengasi, abbiamo canali costanti. Io personalmente ho avuto contatti con il Presidente del Governo provvisorio libico, l'ex ministro della giustizia Jalil.

Abbiamo riaperto a Bengasi il consolato italiano; esponenti del Consiglio di Bengasi sono venuti a Roma a rappresentare richieste e prospettive: sono l'obiettivo della riconciliazione, ma anche quello dell'integrità territoriale del Paese. Non vogliamo una Libia divisa in due; essa non sarebbe nell'interesse del popolo libico, e lo stesso comitato di Bengasi ha sempre mostrato forte contrarietà a questa prospettiva. In conclusione onorevoli colleghi, lavoreremo senza paternalismi per favorire una transizione democratica in un Paese che è al centro del Mediterraneo e di vitali interessi nazionali dell'Italia. Lo faremo portando un contributo originale dell'Italia già domani, all'incontro che l'Unione africana ha promosso ad Addis Abeba con l'Unione europea, l'ONU e la Lega araba per riflettere sulle prospettive politiche del futuro della Libia.

Vogliamo lavorare su una vera integrazione euromediterranea di tutti i Paesi della sponda sud: una stagione politica che, nell'avvicinarsi della vera democrazia e dei diritti, preservi i popoli dalle pericolose tentazioni di influenze radicali o fondamentaliste. Signor Presidente, siamo impegnati con piena responsabilità, leali alla coalizione e al rispetto della legalità internazionale. Oggi non portiamo la guerra in Libia, siamo e saremo ancora di più attenti alla popolazione civile, all'uso della forza strettamente conforme alle regole dell'ONU, e alla ricerca di una riconciliazione nazionale che, dopo il regime, offra al popolo libico prospettive di prosperità e di autentica libertà. Vi ringrazio (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).



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