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 Anno VII n° 7 LUGLIO 2011    -   MISCELLANEA


Una regione per volta
La Valle d'Aosta: vini di montagna
Degustato per voi: un vino rosso: Chambave 2009, prodotto da “La Crotta di Vegneron”
Di Luana Scanu


Parlare dei vini di una regione che non è la propria è sempre molto difficile, si rischia di cadere in luoghi comuni difficili da sfatare o di sembrare un'enciclopedia superata. Non è un lavoro facile insomma, però credo che scrivere delle tante regioni vitivinicole presenti in Italia sia utile per me che studio il vino e per voi che leggete. Il mio obiettivo è scoprire e farvi conoscere le preziose perle, alcune rinomate altre un po' meno, che l'Italia possiede.

Per raggiungere questo scopo vorrei iniziare da una piccola regione che subisce l'influenza della Francia e del Piemonte: come vicini di casa ed esempi da seguire, non c'è male.

Regione di montagna dove ancora si esegue una viticultura eroica in terrazzamenti, con un clima tipicamente continentale, la Valle d'Aosta subisce forti escursioni termiche, con inverni rigidi e lunghi ed estati brevi ma calde, che permettono ai terpeni - gli aromi del vino - di svilupparsi meglio.

Per questo motivo vitigni come moscati, Müller Thurgau e priè blanc, esprimono al massimo i propri aromi. Non solo i bianchi caratterizzano questa regione, ma anche i rossi, alcuni dei quali autoctoni: petit rouge, priè rouge, fumin, nebbiolo, gamay. La viticultura si concentra soprattutto a ridosso del fiume Dora Baltea, che nasce dal Monte Bianco e che da ovest a est attraversa e taglia in due la regione.

Qui si trovano le zone di coltivazione della vite, racchiuse tutte in un'unica DOC, “Valle d'Aosta” o “Vallée d'Aoste”.
Le sette sottozone sono: “Blanc de Morgex et de la Salle”, vini ottenuti con le uve del vitigno priè blanc provenienti da vigneti posti su terrazzamenti che arrivano sino a 1200 metri di altitudine; “Enfer d'Anvier e Torrette” vini composti, rispettivamente, per l'85% e 70% da petit rouge; Nus, sottozona che comprende le tipologie “Malvoisie” (in questa zona utilizzato come sinonimo del pinot grigio), “Malvoisie Passito” o “Malvoisie Flétri”, prodotte sempre con pinot grigio, ma con uve sottoposte all'appassimento, e “Rosso” con petit rouge min. 70%. Le ultime tre sottozone sono “Chambave Rosso”, sempre petit rouge min.70%, “Moscato e Moscato Passito”; “Arnad-Montjovet” vini ottenuti da nebbiolo al 70% e infine “Donnas”, sempre nebbiolo ma all'85%.
So bene che dati, elenchi o statistiche sono un po' duri da digerire perchè noiosi, ma in questo caso ci danno un chiaro esempio delle coltivazioni presenti nella zona presa in considerazione.

Degustato per voi

Come ho già sottolineato, non è facile scrivere di vini che non appartengono alla propria zona; l'unico modo per poter capire veramente la viticoltura di un'altra regione è proprio degustarne i vini, tenendo sempre presente il vitigno che compone il vino, la zona di coltivazione (e quindi il terreno) e le caratteristiche del microclima.

Per quanto riguarda la Valle d'Aosta ho degustato un vino rosso: Chambave 2009, prodotto da “La Crotta di Vegneron”.

Chambave rosso è il risultato di un uvaggio composto per il 70% da petit rouge e per il restante da pinot nero e gamay.

Alla vista si presenta di colore rosso rubino carico, limpido e trasparente. I suoi 13° non gli danno un'eccessiva consistenza: infatti il vino scivola nel bicchiere con molta facilità, segno quindi di una gradazione alcolica moderata e di un corpo non troppo robusto.

Al naso colpiscono immediatamente i frutti di bosco: more, lamponi ma soprattutto ribes, sono ben presenti nel bouquet, accompagnati da una piacevole nota di viola.

Al palato la prima sensazione che viene esaltata è la morbidezza, eccessiva forse per un 2009. I tannini si avvertono ben poco, mentre si distingue una buona sapidità.

Un vino contrastante quindi, che alla vista e al naso fa pensare che possa avere ancora qualche anno di vita, visti i giovani e freschi sentori e i vivaci colori, ma che poi al palato si rivela già maturo. Probabilmente la quasi assenza del tannino è la causa di questo evidente contrasto.

Bisogna però tener presente che queste sono caratteristiche tipiche del petit rouge, di conseguenza la bottiglia da me degustata esprime al massimo la tipologia del vitigno e questo può essere solo positivo.

Vini da bersi giovani dunque, i valdostani, che si abbinano perfettamente alla rustica cucina tipica della zona, composta soprattutto da zuppe a base di patate, brodo, verdure, e dalla polenta. Eviterei invece di accostarvi la fontina, che con i suoi aromi forti potrebbe sovrastare completamente i delicati sentori del vino.



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