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 Anno VII n° 9 SETTEMBRE 2011    -   PRIMA PAGINA



Osservazioni su un modo incongruente

Di Silvano Filippini


Ve la sentireste di gareggiare in uno sport di combattimento (boxe. lotta, judo, ecc.) contro un avversario grande e grosso più del doppio di voi?
Ogni persona sensata risponderebbe di no!
Invece è quello che avviene sistematicamente nei campionati italiani relativi agli sport di squadra. Soprattutto nel calcio!

E’ sufficiente confrontare i bilanci delle società sportive per accorgersi che scendono in campo regolarmente giganti contro pigmei, almeno sul piano patrimoniale. Ad esempio il Milan, cioè quello che attualmente spende di più in stipendi dei calciatori (160 milioni all’anno), è costretto a gareggiare contro il Novara, che non arriva neppure a 10 milioni di stipendi. E come la neo-promossa, altre società spendono infinitamente meno delle “grandi”: Lecce, Cesena e Chievo si aggirano intorno ai 14 milioni, mentre Catania, Udinese e Atalanta ne spendono circa 20.

Se poi si confrontano gli stipendi dei giocatori più pagati in ogni squadra, la differenza appare ancora più eclatante dato che il Milan versa a Ibrahimovic ben 9 milioni netti all’anno, mentre Lecce e Novara pagano soltanto 400.000 euro annui rispettivamente a Corvia e Jeda.

Ma quello che ancora fa più specie è la rosa dei giocatori ingaggiati che, nelle grandi società, è ben più ampia e consente la copertura di ogni ruolo con almeno tre giocatori. In caso di infortunio, alle “piccole” non resta che votarsi a Dio, nella speranza che possa favorire il repentino recupero funzionale del giocatore.
Ad esempio, in Spagna le società si sono da poco riunite per contestare lo strapotere di Barcellona e Real Madrid e poter ottenere diritti TV al pari loro. Esattamente come Milan e Inter da noi. Del resto chi ha più soldi da spendere può permettersi di ingaggiare i mostri sacri del calcio mondiale e scalare le classifiche ottenendo, di rimando, più soldi dalle TV. Ad esempio la Juventus, non partecipando alla champions, quest’anno perde quasi cento milioni.
Insomma le “piccole” debbono accontentarsi delle briciole. In pratica si tratta di un cane che si morde la coda e non consentirà mai alle società minori di risalire la china. A meno che non nascano un altro Agnelli o un altro Berlusconi, pronti ad aprire il portafoglio.

A star peggio dell’Italia, in fatto di costi sempre più esosi, è l’Inghilterra, dove la Premiér League quest’anno andrà oltre il miliardo e settecento milioni di euro superando anche l’Italia con il suo miliardo e duecento, tra stipendi, premi e bonus. Un’autentica pazzia! Soprattutto se confrontato con la stragrande maggioranza dei frequentatori degli stadi che arrivano a mala pena ai 1.000 € al mese, quando sono riusciti a conservare il posto di lavoro!

Volendo fare un conteggio esagerato, in tutta Europa si arriva a mala pena a 20 club in grado di sopportare esborsi di tal livello. E gli altri che gareggiano a fare?

L’unica soluzione sarebbe l’istituzione di una Superlega dove le grandi d’Europa si affrontino in un campionato europeo di club, lasciando le rispettive serie A all’organizzazione dei singoli stati per farvi giocare le squadre non all’altezza.
Insomma sceicchi contro sceicchi e poveri contro poveri.
Ci sarebbero due campionati sicuramente più equilibrati, incerti e avvincenti, ognuno nella rispettiva proporzione. Del resto sono parecchi anni che se ne parla, ma le lotte di potere portano a difendere il proprio orticello, fregandosene dell’equilibrio dei campionati e della difesa dello sport: quello vero, dove tutti partono ad armi pari.

Un’altra soluzione sarebbe quella di copiare il sistema professionistico americano a cui non si accede per “promozione” dalle serie minori, ma esclusivamente per parametri: fideiussione altissima, bacino di utenza sufficientemente vasto, impianto adeguato e via discorrendo. Infatti, i primi campionati Statunitensi, molti anni fa, sono partiti con poche squadre e sono andati via via allargandosi inserendo nuove società che disponevano delle ferree caratteristiche richieste. E’ l’unico sistema che garantisce alle società di lottare ad armi pari e di non fallire quasi mai a differenza della nostra organizzazione che, oltre all’ingiusta sproporzione di forze in campo, genera ogni anno un numero elevato di fallimenti, a cui il fondo di garanzia (dovrebbe garantire gli stipendi dei giocatori) non riesce più a tenere testa.

Attenzione, perché il meccanismo funzioni sono necessari due elementi imprescindibili: un Commissioner che comandi in modo assoluto, al di fuori dei giochi di potere delle attuali leghe europee, e il Tetto dei salari uguale per tutti. E’ vero che molti anni fa il salary-cap non esisteva, ma è stato introdotto proprio per evitare i fallimenti dovuti alla ricerca frenetica dei migliori atleti e al progressivo rialzo degli ingaggi. Oggi non è più così rigido, nel senso che si può anche sforare, in parte, ma ogni dollaro speso in più del consentito comporta una grossa tassa che viene suddivisa tra le società virtuose. Quindi non conviene perché favorisce gli avversari!

Da noi, invece, il meccanismo è del tutto perverso perché i grandi calciatori, giustamente, mirano ad ingaggi sempre più alti e, quando il club non è più in grado di elargirli, cambiano aria. Il paradosso si verifica nel caso in cui la società fallisca: nessuno vuole andarsene se non trova chi è disposto a dargli di più e resta sino al termine del contratto. Così i talenti restano bloccati, mentre potrebbero giocare altrove, elevando il tasso tecnico del campionato, a minor costo.

Ma c’è di peggio ed è legato al potere dei “procuratori”. L’ultimo caso ha fatto sollevare il velo su di un fenomeno che si sta diffondendo a macchia d’olio, dove lo sport non ha più casa, ma soltanto la ricerca del vil denaro.

La recente denuncia del presidente del Palermo (il focoso Zamparini, terrore degli allenatori) contro l’agente del giocatore Javier Pastore, ha messo a nudo il gioco delle plusvalenze. Un gioco sempre più in auge tra i procuratori e che mira al frazionamento della proprietà dei giocatori.

Il tutto è nato da quando le società, avendo poco da spendere, anziché acquistare il cartellino per intero, erano costrette a pagarne una parte soltanto, rimandando il saldo agli anni futuri. Solo che tale frazionamento ha indotto i furbi agenti a far spostare ogni anno il giocatore per aumentarne le plus-valenze, fregandosene delle richieste del proprio assistito che, magari, avrebbe preferito restare in quella città dove si trovava bene.

A proposito di calciatori sempre più esosi, ora che lo sciopero è rientrato e il campionato ha ripreso la sua routine, sono curioso di sapere se la nuova norma, appena scaturita dalla finanziaria definitiva e che prevede la ritenuta del 3% per gli stipendi lordi annui al di sopra dei 300.000 €, sarà applicata anche al mondo dello sport. In caso affermativo, a chi toccherà sborsare? Le società o gli atleti?



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