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 Anno VII n° 11 NOVEMBRE 2011    -   IL MONDO - cronaca dei nostri tempi


Se ne parla troppo spesso a sproposito
Innovazione: la parola magica che non apre la porta della crescita
Perché? Quale il ruolo della “politica” d’oggi nello sviluppo?
Di Giovanni Gelmini


a quanto sentiamo dire, l'innovazione appare come la ricetta magica per risolvere tutti i nostri problemi; ne abbiamo parlato anche noi, portando l'esperienza di anni di ricerca e della gestione di centri di trasferimento tecnologico italiani di una certa importanza, ma i politici continuano a non conoscerne il significato e la usano a sproposito, seppure in modo meno eclatante del “tunnel dei neurini” della Gelmini, ma nella sostanza sono sempre castronerie quelle che dicono.

Cosa è mai: Studi universitari? Ricerca Applicata?

No, non è certo questo, anche se le Università e i Centri di Ricerca hanno ruoli importanti per sostenere l'innovazione, ma ricordiamo solo due cose:

  • Un brevetto o un’invenzione non producono nulla se non sono applicati
  • I risultati della ricerca non appartengono ad uno Stato, ma al mondo intero; infatti, in un mercato libero, le “invenzioni” fatte al Polo Nord possono trovare tranquillamente applicazione all'equatore: è sufficiente che ci sia chi le vuole usare e, se c'è un brevetto, ci sia l'accordo con il detentore del brevetto.
Questo discorso chiarisce che il problema primario per l'innovazione non è tanto avere Università efficienti, che pure è importante, ma persone che vogliono innovare, cioè manager e famiglie che sono disposti ad affrontare le difficoltà dell'innovazione per migliorare qualcosa.

Per avere innovazione quindi non occorrono “Università”, ma innovatori, gente che vuole rischiare oggi per il domani, perché innovare è costoso e rischioso. Le Università possono servire a creare non innovazione, ma cultura, perché per innovare occorre anche cultura.

I Centri di Trasferimento Tecnologico, che mettono in contatto gli inventori con le imprese, aiutano le imprese a innovare. Oggi con la globalizzazione, i soggetti coinvolti, imprese e ricercatori, possono essere tranquillamente ai punti estremi del globo e comunicare solo in modo virtuale e con l'aiuto del personale del Centro di Trasferimento. La globalizzazione della ricerca c'è sempre stata e ora è ancora più ampia.

Perché per avere sviluppo abbiamo bisogno di innovazione?

Legare direttamente l'innovazione allo sviluppo è sbagliato: per avere sviluppo occorre avere investimenti; questi devono coprire la sostituzione degli investimenti che vengono dismessi e aggiungerne di nuovi per lo sviluppo. Oggi non s’investe più: questa è la realtà.

Lo Stato da decenni avrebbe dovuto investire in infrastrutture divenute insufficienti, ma non lo fa e questo è uno dei principali deterrenti per le imprese ad investire in Italia.

Oggi l'unica ricetta per far ripartire l'economia italiana è avere forti investimenti statali diffusi sul territorio, da realizzare in poco tempo, senza bisogno di scomodare l'innovazione, anche se poi nella realtà questa conta e verrebbe automaticamente stimolata. Quando un’impresa investe, anche solo per sostituire gli impianti esistenti, investe su prodotti tecnologicamente nuovi, non certo vecchi. Ecco la prima necessità di innovazione, ma ce n’è un'altra ancora più potente. Vediamola.

Se un’impresa è in un mercato perfettamente chiuso, come un mercato monopolistico, non ha alcun bisogno di innovare, né studiare nuovi prodotti, né migliorare i processi produttivi e distributivi, ma un mercato monopolistico perfetto non esiste, se non nel caso di quelli imposti per legge. Nella realtà ogni impresa deve stare sul mercato e tentare di guadagnare nuovi clienti per non subire il rischio di perderne. L'innovazione serve appunto a questo: diminuire i costi di produzione, quindi maggiore possibilità di agire sui prezzi, e migliorare la possibilità di soddisfare le esigenze dei clienti con prodotti migliori.

Innovare, però vuol dire investire e correre rischi di errori. Ecco che per attivare questo occorrono alcuni elementi che lo Stato deve gestire:
  • ·incentivi all'investimento, con detassazioni;
  • bassi interessi per il capitale acquisito dal credito;
  • efficienza delle infrastrutture; · efficienza dell'apparato statale;
  • efficienza della giustizia (le cause lunghe e incerte sono un pesante costo per le imprese).
Di queste cinque esigenze per favorire gli investimenti e l'innovazione, noi ne abbiamo uno solo, comune a tutta l'area dell'euro: i bassi interessi bancari, ma questo non basta. In questa situazione, se un'impresa ha una dimensione sufficiente e vuole investire, va all'estero dove trova condizioni più vantaggiose.

Credo ora sia chiaro quale sia l'innovazione assolutamente necessaria per far ripartire l'economia: l'innovazione della struttura della Pubblica Amministrazione e della Giustizia, ma ancora più è l'innovazione della “politica” che oggi è ingessata e ogni suo intervento viene fatto in funzione di leziosi ragionamenti di convenienza per gli uomini seduti sugli scranni del potere, compresi quelli dell'opposizione.

Dare la colpa di tutto a Berlusconi è minimalista perché l'inefficienza della politica parte prima, con Craxi, la DC e la benedizione del maggiorenti del PC, anche se Berlusconi è il simbolo oggi della pessima “politica”.



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