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 Anno VIII n° 2 FEBBRAIO 2012    -   FATTI & OPINIONI


Michel Martone provoca
28 anni, non sei ancora laureato? Sei uno sfigato! Ma forse è vero
È una questione di cultura. Se le Università svolgessero in modo corretto il loro ruolo, non ci sarebbero tanti “sfigati”
Di Giovanni Gelmini


"Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato", questa è la frase incriminata detta da Michel Martone, viceministro del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, che ha suscitato levate di scudi ovunque. Una frase improvvida? Forse, superato lo shock, impone però una riflessione.

Mi sono laureato a 32 anni, e la mia carriera non mi qualifica certo come sfigato, quindi credo di avere tutto il diritto di provare a vedere le cose da una prospettiva diversa da quelli che s’indignano.

Partiamo dalla mia storia: iscritto all'Università nel 1963 e laureatomi dell'anno accademico 1974-75. Dal 1963 ho sempre lavorato otto e più ore al giorno. Quando mi sono laureato ero già in una posizione avanzata della carriera e due anni dopo avevo raggiunto il massimo dell'inquadramento, come dipendente, con funzioni dirigenziali. Gli studi universitari mi hanno ovviamente aiutato molto, ma devo dire che effettivamente negli ultimi anni, il fatto di non essermi ancora laureato, ha rallentato la carriera.

Ecco il primo ragionamento: se non ci sono particolari motivi, l'Università si deve concludere con la laurea magistrale e quindi attorno ai 22 anni.
Le Università hanno dimenticato il motivo per cui sono stati istituiti i due livelli di laurea: permettere l'accesso al lavoro in età giovane.
Le imprese non apprezzano le lauree specialistiche e i giovani invecchiati. L'idea è: dopo la laurea magistrale si deve iniziare a lavorare, lasciare l'università e, sulla base del lavoro, proseguire con la formazione continua, indirizzata dalle esigenze che man mano si presentano.

La cultura comune e l'Università attribuiscono ai titoli di studio un potere magico, impongono la laurea di secondo livello, che invece dovrebbe limitarsi ad alcuni indirizzi speciali come medicina o a chi poi, con il dottorato, pensa di indirizzarsi alla ricerca o alla docenza

Molti giovani, arrivati ad una certa età, desiderano l'indipendenza, non solo economica, ma anche intellettuale, cioè potersi occupare delle cose che veramente interessano e non di materie “pallose” e ritenute non utili. Ecco così che iniziano i lavoretti sottopagati o addirittura in nero e l'università si trascina, anno dopo anno, senza vedere una conclusione.
Questi ragazzi, che continuano a pagare la retta universitaria e non riescono a collocarsi adeguatamente sul lavoro, li possiamo definire “sfigati”?
Credo proprio di si: sono delle vittime di una società che non ha capito nulla di cosa vuol dire cultura e sapere.

Se da una parte la colpa ricade sulle famiglie, che non comprendono le esigenze di chi non è più un ragazzino e che ha perso interesse allo studio fine a se stesso, dall'altra la colpa maggiore è delle Università.

Due sono i motivi per cui le Università hanno colpe considerevoli in questa situazione. Innanzitutto i corsi, che sembrano non dare una preparazione sufficiente nei tre anni del corso “magistrale”.
Il secondo motivo, ben più grave, è la mancanza di rispetto per gli studenti: lezioni mal combinate per lasciare tempo ai docenti di fare altro, orari che saltano, esami spostati che mettono in grande difficoltà chi non fa l'Università come unica attività. Inoltre, mancano corsi per gli studenti lavoratori, e nei corsi di specializzazione tanti sono gli studenti che lavorano.

Se le Università svolgessero in modo corretto il loro ruolo, non ci sarebbero tanti “sfigati”, ma pochi con veri motivi per il ritardo e qualche lazzarone. Se, partendo da questa critica, ci si propone di porre rimedi, allora ben venuta la frase del viceministro.



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