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 Anno VIII n° 3 MARZO 2012    -   FATTI & OPINIONI



Finanziamento pubblico ai partiti: che storia!
Facciamo un po’ di conti e scopriamo la sete di denaro di una politica che non si accontenta e ha perso il senso della democrazia, oltre a quello della misura
Di Silvano Filippini


Quando nel 1948 è stata formulata la costituzione, all’articolo 49 si ammetteva la formazione di gruppi di cittadini con una comune ideologia politica, cioè i partiti politici che hanno dato vita alla prima repubblica italiana dove non esisteva il finanziamento, ma si operava quasi sotto forma di volontariato.

Già nel 1974 si era proposto il finanziamento pubblico ai partiti a seguito della scoperta delle prime “mazzette” che taglieggiavano l’economia italiana. Il finanziamento avrebbe dovuto assicurare la sopravvivenza delle associazioni politiche senza ricorrere al malaffare. Invece non fu così perché nel 1992 la “prima repubblica” crollò proprio a causa del vergognoso scandalo di tangentopoli, in cui i componenti dei partiti “rubavano” per consentire maggiori risorse economiche ai vari gruppi parlamentari. Già appariva evidente che le ideologie generatrici dei partiti erano ormai state sostituite da un’unica ideologia, ben più volgare, cioè accumulare denaro per aumentare il potere dei partiti attraverso un “familismo” amorale.

Con l’attuale crollo della “seconda repubblica”, che ha evidenziato l’incapacità (o la poca volontà) dei partiti di controllare l’operato dei propri componenti, appare ancora più evidente la “sepoltura definitiva” degli ideali che avevano dato vita ai partiti nel ’48. Tanto più che questi sono considerati dalla costituzione soltanto come gruppi di cittadini riuniti in un’associazione del tutto privata, pur se svolge funzioni dello Stato. Anzi, nel tempo, la sovrapposizione delle due funzioni è divenuta tale per cui risulta del tutto impossibile discernerle e, oltretutto, i partiti, essendo privati, non devono rispondere delle loro azioni.

Si tratta di una contraddizione resa ancor più esasperata dalla “legge porcellum” (N. d. R. definita dal suo autore “porcata”, parola ben più esplicita di porcellum) che, di fatto, ha tolto ogni scelta agli elettori. Infatti, grazie all’attuale legge elettorale, sono i segretari dei partiti che nominano i componenti delle due camere, lasciando ai cittadini solo la possibilità di votare il partito o la coalizione.

Poi ci si meraviglia se la politica ha perso consensi!

Se a ciò si aggiunge il disprezzo per ciò che i cittadini hanno decretato con il referendum del 1993 (90% di SI), cioè l’abolizione del finanziamento dei partiti, appare del tutto evidente che ci hanno preso per i fondelli attraverso il ridicolo escamotage di trasformare il finanziamento in “rimborso elettorale”.

Non contenti, dal 1998 (anno in cui venivano rimborsate 800 lire per ogni elettore) si è arrivati ad un euro con un aumento superiore al 100%. Ma non è finita perché si sono inventati altri trucchi sul tipo di finanziarsi ben due volte, conteggiando separatamente gli elettori della Camera (50 milioni) e quelli del Senato (44 milioni che però vengono calcolati come se fossero 50 milioni) come se non fossero le stesse persone.

Per completare la ruberia, mascherata dietro il finanziamento pubblico dei partiti, hanno allargato la soglia elettorale fregandosene altamente dello sbarramento al 4%. Infatti anche i partiti estromessi dal parlamento ricevono il finanziamento, purché superino l’1% di voti. Alla fine ogni cittadino deve sborsare quattro euro così suddivisi: 1 per il Parlamento, 1 per il Senato, 1 per le elezioni europee e 1 per quelle regionali.

Ora che è esploso lo scandalo della Margherita, è emersa pure l’assoluta assurdità della legge che consente ai partiti non più esistenti di percepire i rimborsi elettorali sino al termine della legislazione (cinque anni).

Non solo. La Corte dei Conti, che avrebbe dovuto controllare l’utilizzo di tali fondi da parte dei partiti, ha rinunciato all’incarico trincerandosi dietro al fatto che si instaura una specie di conflitto di interessi: lo Stato che controlla lo Stato! Tra l’altro la maggior parte dei finanziamenti pubblici finiscono in Associazioni parallele agli stessi partiti in cui il controllo è ancora più difficile.

Ma quello che più indigna è il fatto che le spese elettorali sostenute effettivamente dagli attuali partiti ammontano a 136 milioni, ma hanno incassato 506 milioni: dov’è finita la differenza? Dove sono finiti i 26 milioni di Alleanza Nazionale quando il partito è stato inglobato in quello di Berlusconi?

Tra l’altro, con il tempo, alcuni partiti sono diventati vere e proprie emanazioni di chi li ha istituiti, senza alcun rispetto per la democrazia e privi di controlli interni, quando appare del tutto evidente che, per portare alla luce del sole i bilanci dei partiti, è indispensabile il controllo di un ente esterno del tutto avulso dalla politica.

Le cifre di cui possono usufruire i partiti non finiscono qui, in quanto risultano altre fonti di finanziamento: 75 milioni annui riservati ai gruppi parlamentari a cui vanno aggiunti i contributi per i giornali di partito e i versamenti privati dei cittadini che intendono sostenere la politica.

A tal proposito faccio notare come ci sia una discrepanza illogica tra il limite di chi versa per i partiti (19% di sgravio fiscale fino a versamenti di 165.000 euro) e un limite ridicolo (2065 €) per chi intende sostenere le varie ONLUS che operano con grande merito nel sociale.

Perché, invece, non si invitano i cittadini a versare il 4 per 1000 come era stato proposto in passato, ma mai attuato?

Ad esempio in Germania esiste un finanziamento pubblico dei partiti (assai minore del nostro) ma è consentito anche il finanziamento privato, purché certificato.

Per concludere, il fatto di eliminare i partiti (dove è più facile nascondersi) costringerebbe i politici ad assumersi con maggior chiarezza le proprie responsabilità e gli elettori potrebbero valutare meglio i singoli programmi elettorali e, soprattutto, se hanno rispettato le promesse attraverso il loro operato.



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