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Lo sconcertante teatrino elettorale

Osservazioni nel tentativo di dare un quadro sintetico della campagna elettorale in atto

Di Giovanni Gelmini

La politica ancora una volta ci accompagna verso le elezioni in modo chiassoso e scomposto.
Le preoccupazioni della maggioranza degli elettori, sia di destra, sia di sinistra, sia con un reddito basso, sia con un reddito elevato, è: “Come e quando usciremo dalla crisi?”
Sembra, però, che nessuno tra quelli che sono candidati riesca a dare una risposta seria esauriente e credibile.

La maggior parte dei politici in campagna elettorale si limita a chiedere i voti perché gli altri sono “cattivi”. Primo tra questi c'è certamente Berlusconi, che, come persino Vespa ha sottolineato, prosegue col raccontare la favola che lui non ne ha colpa se nei suoi quasi quindici anni di governo non ha potuto realizzare nulla: la colpa è degli altri, dei cattivi, dei comunisti... ma le sue belle leggi ad personam e la “porcata” di legge elettorale c'è ben riuscito a realizzarle.
Ora, dopo aver sperimentato la sua manifesta incapacità a governare, dichiarata da lui stesso, perché dovremmo credere che per lui “uscire dalla crisi” non sia solo bloccare tutti i processi in corso che lo coinvolgono e rilanciare il monopolio del controllo delle TV?

La Lega Nord è stata squassata da una serie pesante di inquisizioni giudiziarie, malgrado si sia dichiarata: il partito per un governo onesto e per i cittadini. La pulizia intrapresa da Maroni non sembra essere sufficiente perché ancora emergono posizioni problematiche. La base non vuole sentire più parlare di alleanza con Berlusconi a cui probabilmente attribuisce le colpe di inquinamento dei suoi miti.

Maroni promette per l'ennesima volta l'autonomia e che le tasse restino sul territorio. Mi chiedo, però, se i leghisti non si accorgono che le “novità” enunciate oggi sono solo un riciclaggio di quello che non sono stati capaci di fare in venti anni. La macro regione Piemonte - Lombardia -Veneto, non è altro che una delle cinque, ridotta come superficie, di quelle predicate dal compianto Miglio e la richiesta del 75% delle tasse è poco di più dell'attuale 66-67% e meno di quanto era urlato nel passato. Se in venti anni non sono riusciti ad ottenere nulla, hanno però approvato il patto di stabilità, proposto dal loro idolo Tremonti, con cui i comuni del Nord, specialmente quelli virtuosi, si sono trovati nei guai. Riusciranno i nostri amici a prendere ancora per il naso gli elettori?

Monti e Montezemolo erano la grande aspettativa per chi sperava in un cambiamento del modo di fare politica e, di conseguenza, ridare corpo alla campagna elettorale che da decenni è avanspettacolo, ma l'aspettativa si è dissolta fin dalle prime battute: la compagine che affianca Monti non è meno vecchia di quella del PDL. Forse Casini, Fini, Buttiglione e tantissimi altri navigati avrebbero fatto bene a fare un passo indietro, ma certo il potere è una droga a cui, chi si abitua, non riesce a rinunciare. Il Professore ha sì presentato una “carta di intenti” con una dettagliata descrizione degli obiettivi da raggiungere, ma mancano i “metodi”. Come li vuole raggiungere? Quali priorità? Quelli che ho già chiamato “riformisti di destra” non sembrano avere i numeri per governare, ma sono un punto meno fumoso del precedente gruppo di “Centro” e, nella realtà, si configurano come un baluardo al ritorno del Cavaliere.

Bersani, candidato da PD e SEL al Governo, appare come quello che ha alle spalle la situazione più concreta. Il sistema delle “primarie” ha dato i suoi frutti: un grande rinnovamento nelle liste, forte presenza di giovani e di donne, pochi politici vetusti. Non hanno candidato quei pochi che non hanno un curriculum limpido, ma forse avrebbero potuto fare qualcosina di più non inserendo nelle liste quelle poche vecchie facce. Si sarebbero così distinti con una chiara e importante differenza da quelli di cui fino a qui ho parlato. L'asse Bersani -Vendola si presenta solido, senza quelle contraddizioni che hanno caratterizzato il precedente Prodi – Bertinotti, anche se la base di SEL rivendica ancora la “patrimoniale” e l'abrogazione delle norme conto l'articolo 18.

Mentre gli altri candidati sono già in fase di “sovraesposizione” mediatica, Bersani ha tenuto un profilo sobrio e l'affermazione “...è arrivata l'ora di cambiare, basta con i cabaret della politica” mi riempie il cuore di speranza di vedere, almeno una parte dei partiti, capaci finalmente di parlare dei problemi veri dell'Italia.

Ingroia è riuscito a coagulare attorno a sé i vari spezzoni della sinistra più intransigente; non riuscirà certo a diventare “forza di governo”, ma si può pensare che porterà qualche parlamentare a Roma, cosa certamente positiva, perché lasciare fuori dalla rappresentanza una parte di elettori non è certamente un elemento positivo per la democrazia e il dibattito politico.

Con Ingroia abbiamo completato l'asse politico ideale che va dai conservatori di destra agli intransigenti di sinistra. Ho tralasciato volutamente Grillo e il “Movimento cinque stelle”, perché non è collocabile su questo asse, anche se, salvo stravolgimenti dell'ultima ora, sarà certamente tra i quattro protagonisti della prossima legislatura; ma non si colloca né a destra, né a sinistra e men che meno al centro. La sua è una posizione sicuramente rivoluzionaria e non ideologica, molto simile a quella della Lega Nord fino al 1994, ma senza le caratteristiche “separatiste” e contro il “Sud” di quest'ultima. Le sue posizioni sono molto “urlate”, spesso non hanno concretezza e si identificano come una denuncia di situazioni sbagliate, però con soluzioni proposte non percorribili. Manca a mio avviso una visione complessiva, che è l'unica che permetta una corretta politica economica e sociale. L'esplosione dei consensi verso questo movimento sembra essersi bloccata dopo le recenti discussioni ed espulsioni ai vertici.

Sembra assolutamente evidente che non esiste più il tanto osannato bipartitismo, ma vi sono invece quattro punte che peseranno significativamente nel prossimo parlamento. I sondaggi danno per ora Bersani in testa, ma sembra difficile che possa disporre al Senato di una maggioranza tale da governare con tranquillità. Se questo sarà il quadro sarà necessaria la “stampella” di Monti.

Questo non è da considerare come cosa estremamente negativa perché, invece, permetterebbe di affrontare con serenità tutte quelle riforme che, da venti anni e forse più, aspettano nei cassetti. Dalle cose più semplici come: l'eliminazione di tutte le leggi ad personam, affrontare una legge seria sul conflitto di interessi, la cancellazione della “porcata” di Calderoli con il ritorno alla legge precedente (per una nuova legge ci sarà poi il tempo, no?), alle più complesse come: il bicameralismo perfetto, una forte legge sulla corruzione e una riforma della giustizia atta a rendere efficace e tempestiva la sua azione, riducendo i tempi dei processi, la dismissione dei beni dello Stato non utili (tra cui le società economiche che impropriamente sono partecipate dal Tesoro) per ridurre il debito pubblico e rilanciare gli investimenti, una revisione profonda della spesa pubblica in modo da ridurre altrettanto significativamente le tasse, e tante altre riforme su cui tutti, tranne il PDL, sono d'accordo.

Ben diversa si configurerebbe la situazione in caso di vincita del PDL, perché, oltre le cose dette all'inizio, difficilmente avrebbe una maggioranza sufficiente per governare e il ritorno alle urne sarebbe garantito, con pesanti conseguenze sulla già impossibile situazione economica.

Credo che ancora una volta molti elettori dovranno votare “tappandosi il naso”, ma forse oggi ci sono le condizioni per sperare che sia l'ultima volta.

Argomenti: #berlusconi , #bersani , #casini , #elezioni , #ingroia , #lega nord , #maroni , #monti , #pd , #pdl , #politica , #sel

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