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Del margine

Estratto dal testo in catalogo della mostra“Borderline. Artisti tra normalità e follia”

Di Sarah Lombardi

Victor Brauner, La maman du poete, 1948, olio su tela, Collezione privata
Gli autori di art brut sono creatori autodidatti che non sono borderline, per riprendere il titolo della mostra di Ravenna: essi non si situano alla frontiera tra l’ambito culturale ufficiale e il margine, ma proprio “nel” margine, al di fuori di ogni creazione artistica ufficiale. D’altro canto, per gli autori di art brut, il margine non è un concetto filosofico e nemmeno una scelta volontaria, bensì una condizione. Perciò l’atto creativo permette loro di affrancarsene, non materialmente o sociologicamente, ma da un punto di vista simbolico. Ricordiamo qui come è nato il termine “art brut” e che cosa significa.

Nel 1945 Jean Dubuffet inventò l’espressione “art brut” per designare le produzioni di autori autodidatti che creano al di fuori di ogni quadro istituzionale e al di fuori di ogni regola o considerazione artistica. Si tratta essenzialmente di individui solitari, marginali o ospiti di istituti psichiatrici, come Aloïse Corbaz (1886-1964), detta Aloïse, Sylvain Fusco (1903-1940) o ancora Adolf Wölfli (1864-1930). Dubuffet visita alcuni di questi ospedali, che sono allora i luoghi di esclusione per eccellenza, al tempo del suo primo viaggio in Svizzera nel 1945, e così pure varie collezioni di “art asilaire”. Nello stesso tempo, mentre cerca di definire che cosa sia l’art brut e di identificarne le caratteristiche, egli precisa che non è un’“arte dei pazzi” ma un’arte prodotta da persone estranee ai mezzi artistici tradizionali o che se ne discostano deliberatamente. In altre parole, la follia – è importante ribadirlo – non è un criterio per designare un creatore di art brut. In seguito Dubuffet allarga il suo campo d’indagine visitando le prigioni: ed è così che arricchisce la sua collezione, per esempio, con le sculture in mollica di pane di Joseph Giavarini (1877-1934), detto “le Prisonnier de Bâle”, ossia il Prigioniero di Basilea.

Per tutti gli autori di art brut la creazione dipende da una necessità vitale, di carattere rituale, magico, profilattico o terapeutico, tale da rendere il confine tra l’arte e la vita estremamente sottile. Il bisogno di creare si manifesta per certuni a seguito di una rivelazione o di visioni, di una forza invisibile che li guida, come per Madge Gill (1882-1961), la quale disegnava sotto l’influsso di uno spirito che lei chiamava “Myrninerest”. Altri creano solo occasionalmente: è il caso, per esempio, di Eugenio Santoro 1920-2006), il quale eseguì il suo primo disegno per il centenario della fabbrica di cioccolato in cui lavorava a Saint-Imier, nel Giura svizzero; di Scottie Wilson (1888-1972) che cominciò a disegnare all’età di quarant’anni nel suo baracchino mobile che egli trascinava per i mercati di Toronto e poi di Vancouver, in Canada; e così pure di Gaston Chaissac (1910-1964) che, dopo un apprendistato come calzolaio, realizzò le sue prime opere a partire dal 1936.

Jean Dubuffet, Arabe au palmier, 1948, pittura alla colla su carta, Collezione privata, courtesy Galleria Tega.
Talvolta la creazione si sviluppa come reazione a un evento doloroso della vita: morte, esilio, malattia, guerra… Prendiamo per esempio la storia di Joaquim Vincens Gironella (1911-1997), turacciolaio spagnolo, recluso per un anno nel campo di Bram, in Francia, dopo la fine della guerra civile spagnola, poi assunto come artigiano del sughero in una fabbrica di Tolosa; oppure quella di Oswald Tschirtner (1920-2007), arruolato nell’esercito germanico durante la seconda guerra mondiale, poi fatto prigioniero e internato in un campo nel Sud della Francia dopo la fine del conflitto. In questi casi la creazione si lega al corpo e diventa la compagna di tutta una vita. L’autore di art brut produce allora senza posa opere inventive e sovversive, dotate di una forza espressiva incredibile. “Niente arte senza ebbrezza. E allora: ebbrezza folle! Che la ragione vacilli, deliri!”, s’infiamma Dubuffet.

Da “uomini di poco conto”, secondo la concezione sviluppata da Dubuffet, i creatori di art brut non si preoccupano del futuro delle loro opere. Essi sono animati soprattutto dal bisogno di creare e producono lavori destinati esclusivamente a loro stessi. Questo bisogno è tanto più viscerale quanto più nulla li predispone a tale pratica. Anzi: la solitudine, la povertà, la marginalità, la malattia o la follia paiono riservare loro ben altro destino.

Dubuffet si è assegnato la missione di collezionare e conservare queste produzioni per oltre trent’anni. Ha così proseguito il lavoro iniziato prima di lui da alcuni medici avveduti, in particolare Walter Morgenthaler, Hans Prinzhorn e Hans Steck, come pure dai surrealisti. Interessandosi a opere estranee alla cultura ufficiale, Dubuffet ha allargato i confini dell’arte, come già avevano fatto alcuni prima di lui: Pablo Picasso con l’arte africana, Paul Klee con i disegni dei bambini… Ma Dubuffet non si è fermato lì. Scovate nei margini della società, queste creazioni rappresentavano per lui una vera alternativa alla cultura dominante, che lui giudicava “asfissiante”. Non solo si appassionò alle produzioni di art brut, studiandole e collezionandole, ma cercò anche di farle conoscere tramite pubblicazioni e mostre. Grazie a queste opere egli sperava in realtà di provocare un rovesciamento dei valori culturali, come attesta il suo pamphlet “L’art brut préféré aux arts culturels”, pubblicato nel 1949. Per arrivare a ciò bisognava, secondo lui, sviluppare l’interesse e il gusto per quelle produzioni eccentriche, selvagge e svincolate da norme e codici prestabiliti.[...]


Vedere anche:

Borderline. Artisti tra normalità e follia
di Giorgio Bedoni

BORDERLINE. Artisti tra normalità e follia. Da Bosch a Dalì, dall’Art Brut a Basquiat
Ravenna: Museo d’Arte della città di Ravenna, dal 17 febbraio al 16 giugno 2013
 

Argomenti: #arte , #arte contemporanea , #saggio

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